Sezione: Recensioni di Aldo Viganò

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Lord of War

La struttura narrativa ricalca quella di un documentario, con la voce fuori campo di Nicholas Cage che accompagna lo spettatore nel lucroso labirinto del commercio delle armi dopo la caduta del muro di Berlino; ma lo svolgimento stilistico spinge continuamente il film verso una curiosa dimensione fantastica, in cui realtà e apparenza, impegno civile e gioco autoriale continuamente si mescolano con esiti sovente sorprendenti.
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La fabbrica di cioccolato

Due sembrano essere i motivi di fondo che hanno spinto un regista-autore quale Tim Burton a portare sullo schermo la favola di Roald Dahl, già soggetto di un non memorabile “cult” di Mel Stuart. Da una parte, l’occasione di raccontare una storia in cui horror e cartoon (cioè, le sue due principali passioni) s’intrecciano in modo indissolubile sul ritmico sfondo del musical e, dall’altra, l’intuizione di fare di Willy Wonka, attraverso l’interpretazione dell’attore feticcio Johnny Depp, l’immagine dolente e tragica di un artista incapace di trovare quiete nel proprio corpo e nel proprio successo professionale.
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La damigella d’onore

Con il trascorrere del tempo, al ritmo oggi sapientemente cadenzato di due film ogni tre anni, Claude Chabrol tende sempre più ad avvalorare la massima che da decenni guida la sua attività di regista: “Nel cinema è la forma che crea il contenuto”. Anche La damigella d’onore, che giunge sugli schermi italiani mentre in Francia sta già per uscire il successivo La comedie du pouvoir, torna puntualmente a ribadirlo.
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The Interpreter

Passata l’ubriacatura degli anni Settanta quando si voleva vedere in Sydney Pollack un innovatore, si è ormai tutti (o quasi) d’accordo nel considerarlo soprattutto un solido “metteur en scène”, capace di raccontare con onesta diligenza una storia e di valorizzare la recitazione dei suoi attori: senza guizzi autoriali, ma con tanta professionalità.
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Manuale d’amore

C’era una volta la commedia all’italiana. Con tutto il suo cinismo etico e attoriale, ma anche con la sua capacità di andare sino in fondo alle situazioni e a graffiare in profondità le convenzioni del costume nazionale. Era un cinema che si costruiva essenzialmente per situazioni e che si articolava per sequenze, anche per questo capace di esprimersi al meglio sia nel lungo che nel cortometraggio, tanto da trovare nel filone del film a episodi un suo vitale sotto-genere, soprattutto quando questi episodi portavano la firma di un solo regista, che li articolava come variazioni su un unico tema.
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La vita è un miracolo

Fedele alla sua vocazione gitana, Kusturica costruisce La vita è un miracolo su un ritmo travolgente e trascinante, sortendone un’opera molto personale pur nella consueta confusione visiva: un film caratterizzato da uno sguardo d’autore sulla guerra e sull’amore, ma anche sull’assurdità della natura umana.
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The Aviator

Per avere una prima idea di chi sia l’Howard Hughes di Martin Scorsese, il cinèphile può pensare a una sintesi tra il Charles Forster Kane di Quarto potere e il Preston Tucker del film di Francis Ford Coppola. Quindi, tra la fremente megalomania di un uomo che brucia nel fuoco delle proprie passioni un’eredità senza fondo e i fantasmi di un sognatore che guarda sempre troppo al di là del proprio tempo.
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Spartan

C’è qualcosa di continuamente sfuggente nell’attività artistica di David Mamet (classe 1947). Che rapporto c’è tra il commediografo funambolo dei dialoghi iperrelistici e il regista cinematografico che ama costruire apologhi morali con la tecnica del puzzle o del gioco enigmistico?
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