Sezione: Recensioni di Aldo Viganò

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The terminal

Una stagione cinematografica che si apre con The Terminal mette di buon umore e dovrebbe riconciliare con il cinema anche i più scettici e delusi. Un grande film, dallo stile personale e dal tocco leggero, capace di dire cose importanti senza mai declamarle, rispettando la centralità drammaturgica dei personaggi.
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21 grammi

Tre storie. Della prima è protagonista il professore Paul, malato di cuore, il quale, mentre è in attesa di trapianto, deve anche fare i conti con la determinazione della moglie Mary di riscattare con l’inseminazione artificiale i sensi di colpa di un aborto mal praticato. La seconda è quella di Jack, ex galeotto il quale cerca nel fanatismo religioso compenso a una vita di violenza, subita e temuta da moglie e figli.
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Moulin Rouge

L’australiano Baz Luhrmann, si sa (Ballroom, Romeo+Giulietta), non è regista che ama le mezze misure. Scelta la via del melodramma musicale, quindi, che musical sia! Direttamente, senza mediazioni storiche, puntando a spron battuto sulla sintesi tra musica e parole, con le canzoni e le coreografie che si inseriscono con naturalezza nella trama, e sortendone un film che ha la propria misura solo nell’eccesso: di colori e di suoni, di sentimenti e di ideologia, di effetti speciali e di citazioni.
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Le invasioni barbariche

C’era una volta un mondo fatto di interessi culturali e di materialistico attaccamento ai piaceri della vita: il cibo, il sesso, anche solo il trascorrere una serata in compagnia degli amici. C’è oggi un mondo fatto di efficienza professionale, di capacità di affrontare e di risolvere i problemi senza lasciarsi sopraffare dalle emozioni personali, ma anche per questo lasciato in balia delle “invasioni barbariche” rappresentate dall’ondata di ritorno dell’integralismo etico e religioso.
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Rivincita di Natale

In diciassette anni, quanti separano Rivincita di Natale da Regalo di Natale, tante cose sono cambiate in Italia; anche a Bologna e nel cinema di Pupi Avati. Tutto sembra essersi un po’ incarognito, involgarito, spinto sempre più verso un’esistenza incapace di vivere eticamente il presente e di sognare il futuro.
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Dogville

Il motivo per cui Lars von Trier riesce ancora una volta a dividere gli spettatori tra favorevoli e contrari nasce dal fatto che Dogville, come tutti i suoi film, esibisce un idea estetica, figurativa o narrativa (a volte tutte insieme) molto forte, per cui si tende soprattutto a fermarsi a questa, parlandone pro o contro, invece che indagare l’oggettività dei risultati.
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La maledizione della prima Luna

Un produttore (Jerry Bruckheim) che predilige gli spettacoli “grandi”, anche grossolani (Armageddon e Pearl Harbor), e una casa produttrice (la Walt Disney) sempre disposta a edulcorare i generi cinematografici nella melassa del conformismo pedagogico: se si aggiunge la presenza di un protagonista (Johnny Depp) portato sovente a compiacersi della propria immagine sullo schermo più che a far vivere il personaggio affidatogli, le premesse non erano certo tra le più promettenti.
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Monsieur Ibrahin e i fiori del Corano

Più che il regista François Depeyron, onesto cinquantenne del cinema francese con all’attivo una dozzina di film che difficilmente hanno varcato le Alpi, quelli che contano qui sono il soggettista-sceneggiatore Eric-Emmanuel Schmitt e il protagonista Omar Sharif. È infatti per amore del personaggio offertogli da Schmitt che Sharif ha deciso di ritornare sul grande schermo dopo molti anni d’assenza, confermandosi attore dalle limitate qualità, ma dalla sicura presenza cinematografica; ed è per merito soprattutto di Schmitt che il film garantisce un immediato “feeling” emotivo e culturale con un pubblico “perbene” (qualcuno preferisce dire “politicaly correct”).
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