Sezione: Recensioni di Aldo Viganò

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Mare dentro

Il quarto lungometraggio dello spagnolo Alejandro Amenabar sembrava avere tutto per risultare un film poco interessante agli occhi degli appassionati di cinema, frequentatori dei cineclub genovesi e italiani: una storia esibita come vera, che poteva tuttalpiù andare bene a coloro che preferiscono la superficialità della cronaca alla complessità dell’estetica; un protagonista immobilizzato sul letto e costretto ad esprimersi solo per movimenti facciali, irresistibile tentazione per virtuosismi d’attore e ideale palestra per narcisismi interpretativi per pretendenti all’Oscar; e, ancora, un grande tema etico-sociale (l’eutanasia) a fare da collante narrativo di un vicenda votata a far pensare e discutere.
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Pas sur la bouche

A ottant’anni, Alain Resnais (classe 1922) ha scoperto una nuova giovinezza, lontana dalla dimensione pensosa e non poco intellettualistica dei suoi trenta-quarant’anni, ma ugualmente sottesa dal piacere di fare del cinema. A ben vedere, anche il tema centrare dei suoi film è rimasto fondamentalmente lo stesso: la memoria.
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The terminal

Una stagione cinematografica che si apre con The Terminal mette di buon umore e dovrebbe riconciliare con il cinema anche i più scettici e delusi. Un grande film, dallo stile personale e dal tocco leggero, capace di dire cose importanti senza mai declamarle, rispettando la centralità drammaturgica dei personaggi.
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21 grammi

Tre storie. Della prima è protagonista il professore Paul, malato di cuore, il quale, mentre è in attesa di trapianto, deve anche fare i conti con la determinazione della moglie Mary di riscattare con l’inseminazione artificiale i sensi di colpa di un aborto mal praticato. La seconda è quella di Jack, ex galeotto il quale cerca nel fanatismo religioso compenso a una vita di violenza, subita e temuta da moglie e figli.
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Moulin Rouge

L’australiano Baz Luhrmann, si sa (Ballroom, Romeo+Giulietta), non è regista che ama le mezze misure. Scelta la via del melodramma musicale, quindi, che musical sia! Direttamente, senza mediazioni storiche, puntando a spron battuto sulla sintesi tra musica e parole, con le canzoni e le coreografie che si inseriscono con naturalezza nella trama, e sortendone un film che ha la propria misura solo nell’eccesso: di colori e di suoni, di sentimenti e di ideologia, di effetti speciali e di citazioni.
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Le invasioni barbariche

C’era una volta un mondo fatto di interessi culturali e di materialistico attaccamento ai piaceri della vita: il cibo, il sesso, anche solo il trascorrere una serata in compagnia degli amici. C’è oggi un mondo fatto di efficienza professionale, di capacità di affrontare e di risolvere i problemi senza lasciarsi sopraffare dalle emozioni personali, ma anche per questo lasciato in balia delle “invasioni barbariche” rappresentate dall’ondata di ritorno dell’integralismo etico e religioso.
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Rivincita di Natale

In diciassette anni, quanti separano Rivincita di Natale da Regalo di Natale, tante cose sono cambiate in Italia; anche a Bologna e nel cinema di Pupi Avati. Tutto sembra essersi un po’ incarognito, involgarito, spinto sempre più verso un’esistenza incapace di vivere eticamente il presente e di sognare il futuro.
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Dogville

Il motivo per cui Lars von Trier riesce ancora una volta a dividere gli spettatori tra favorevoli e contrari nasce dal fatto che Dogville, come tutti i suoi film, esibisce un idea estetica, figurativa o narrativa (a volte tutte insieme) molto forte, per cui si tende soprattutto a fermarsi a questa, parlandone pro o contro, invece che indagare l’oggettività dei risultati.
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