Sezione: Recensioni di Aldo Viganò

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“The Big Sick” di Michael Showalter

di Aldo Viganò.

Scritto da Emily Gordon insieme con il marito Kumail Nanjini che del film è anche il protagonista, “The Big Sick” è una commedia che mescola le vissute esperienze autobiografiche di una coppia mista con i modelli narrativi cari al produttore Judd Apatow

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“The Place” di Paolo Genovese

di Aldo Viganò.

Reduce dai premi e dal successo nazionale ottenuti con “Perfetti sconosciuti”, il cinquantenne regista Paolo Genovese ha deciso di proseguire sulla stessa strada di un cinema claustrofobico, raccolto intorno a un tavolo, fatto in prevalenza di primi piani e molto scritto, oltre che ovviamente molto parlato.

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“Il mio Godard” di Michel Hazanavicius

di Aldo Viganò.

La furbizia di Michel Hazanavicius ha inizio nel porre al centro del “suo” ritratto di Jean-Luc Godard, la biografia che la moglie del regista franco-svizzero ha scritto nel ricordo del primo anno del loro matrimonio: “Un amore incerto”.

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“Nemesi” di Walter Hill

di Aldo Viganò.

“Nemesi” è un film tosto e inquietante, che si rivolge a un pubblico di “cinefili” duri e puri (ma esistono ancora?). “Nemesi” è con evidenza un film di “genere” che guarda ai nobili modelli dei “B-Movies” hollywoodiani; ma, in questo suo gusto esplicitamente “retrò”, è anche un’opera squisitamente d’autore

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“Dove non ho mai abitato” di Paolo Franchi

di Aldo Viganò.

Nel disordine produttivo, estetico, finanziario e programmatico del cinema italiano contemporaneo, trova spazio anche il tentativo di far rinascere una forma di melodramma sentimentale fatto di sguardi e di silenzi, di cose non dette, dietro le quali si celano profondi stati d’animo.

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“Blade Runner 2049” di Denis Villeneuve

di Aldo Viganò.

Nel 2019, raccontato 35 anni fa da Ridley Scott, “Blade Runner” si concludeva (in quasi tutte le sue sette versioni succedutesi nel tempo) con il sospetto che anche il cacciatore di taglie Rick Deckard (Harrison Ford) fosse un replicante; mentre nel 2049, nel remake filmato oggi da Denis Villeneuve con il beneplacito di Scott, tocca all’agente K (Ryan Gosling) scoprire infine (o credere di scoprire) che forse in lui, replicante dell’ultima generazione, c’è ancora qualcosa di umano.

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“Ammore e malavita” dei Manetti Bros.

di Aldo Viganò.

Fedeli da sempre all’intento di far rivivere il cinema italiano di “genere” (in questa direzione andavano già i cortometraggi realizzati per “Stracult”), i romani fratelli Manetti (Marco nato nel 1968 e Antonio nel 1970) hanno stentato a lungo prima di trovare il tono vincente, ma nel corso degli anni (essendo anche produttori di se stessi) hanno saputo costruire una loro squadra di lavoro

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“Madre!” di Darren Aronofsky

di Aldo Viganò.

Darren Aronofsky è con evidenza un regista di talento, ma tutti i suoi film, anche quelli di maggiore successo come “The Wrestler” o “Il cigno nero”, sono appesantiti da un’ambizione metaforica estrema che tende a soffocare il suo cinema nella presunzione di chissà quali significati universali.

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