Sezione: Recensioni di Aldo Viganò

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Brucio nel vento

Silvio Soldini, il meno nostrano dei registi italiani, non ama ripetersi e s’innamora soprattutto delle storie e dei volti dei personaggi preposti a viverle. Dopo la trilogia delle “occasioni offerte dal destino” (L’aria serena, Un’anima divisa in due, Le acrobate) e il successo in parte inaspettato di una commedia stranamente solare (Pane e tulipani), Soldini ha girato con Brucio nel vento forse il suo film più complesso ed “estremo”, che guarda al melodramma, ma vi coniuga all’interno temi squisitamente autoriali che attraversano tutta la sua filmografia e permeano di sé i suoi protagonisti: l’insoddisfazione personale per ciò che la vita offre, la forte attrazione verso la possibilità di un’esistenza diversa, l’intervento quasi sempre risolutore del caso, che non si presenta tanto sotto la forma trascendente del destino (Soldini non è Kieslowski), quanto sotto quella di un’occasione che i protagonisti non possono e non vogliono mancare.
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La nobildonna e il duca

Come tutte le eroine di Rohmer, Grace Dalrymple Elliott ha una precisa visione del mondo e vuole tenacemente preservarla. Con le parole e con i fatti. Pur nei limiti di quanto il suo sesso e l’ambiente circostante le permettono. Di fronte a questa sua profonda, assoluta sincerità, permeata da autentica sofferenza e passione umana, il fatto che il mondo di cui Grace non accetta il disfacimento sia quello dell’ancien régime e che, pertanto, lei stessa possa con piena legittimità essere definita una reazionaria o una nostalgica, in fin dei conti poco importa.
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