Sezione: Recensioni di Aldo Viganò

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4 mesi, 3 settimane e 2 giorni

La discussa Palma d’oro all’ultimo festival di Cannes ha portato all’attenzione del pubblico internazionale questo austero film del rumeno Cristian Mungiu, che con realistica meticolosità racconta il tragico viaggio di due ragazze nel mondo dell’aborto clandestino, ai tempi della dittatura di Ceausescu. Otilia e Gabita sono due studentesse che abitano in uno squallido dormitorio dell’Ateneo.
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Sicko

Michael Moore insiste nel suo cinema dichiaratamente polemico, un po’ narcisista e sanamente fazioso, sempre ben montato e attraversato da improvvisi guizzi umoristici. Dopo la disumanità della grande industria americana (Roger & Me), la nefasta ossessione dei suoi compatrioti per le armi da fuoco (Bowling a Columbine), le ambiguità del potere in occasione della tragedia delle “Twin Towers” (Fahrenheit 9/11), eccolo affrontare ora la disastrosa situazione del sistema sanitario nazionale, caratterizzato dall’arroganza delle società di assicurazione e dalla tragica solitudine degli ammalati che non sono in grado di pagarne gli ingentissimi premi.
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Gli amori di Astrea e Celadon

Quando si parla dei film di Eric Rohmer, abbondano espressioni del tipo “cinema da camera”, “anacronismo d’artista”, “piccolo gioiello” e, da un po’ di tempo in qua, anche “irriducibile vegliardo”. Il fatto è che l’ex redattore capo dei “Cahiers du Cinèma” è sempre rimasto fedele a un’idea di cinema “puro” che affonda le proprie radici nella tradizione rosselliniana (la semplicità: un inquadratura trova giustificazione in se stessa e la si cambia solo quando è “necessario”), coniugata con quella hitchcockiana (la forma crea il contenuto) e sintetizzata intorno a una prospettiva estetica rigorosamente personale (la realtà dei personaggi si definisce interamente dentro alle coordinate spazio-temporali del linguaggio delle immagini).
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La masseria delle allodole

Varcata ormai da tempo la soglia dei settant’anni, i fratelli Taviani restano fedeli a una loro idea di cinema insieme letterario e sentimentale, brechtiano ed emotivamente coinvolgente, comunque sempre impegnato ad affrontare argomenti forti e non rassegnato ad appiattirsi sull’imperante minimalismo quotidiano.
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Centochiodi

C’è sempre qualcosa di anti-moderno nel cinema di Ermanno Olmi. Anche quando, come accade in questo Centochiodi, affronta temi di grande attualità (il rapporto tra fede e verità o tra religione e dottrina, tra vita ed erudizione), infatti, egli lo fa sempre con ritmi, tempi e angolazione di sguardo che nulla hanno a che fare con i modelli estetici del momento o con la primaria prospettiva della ricerca linguistica.
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Intrigo a Berlino

Il regista di Sesso, bugie e videotape rende omaggio al cinema in bianco e nero: cosa che oggi regala automaticamente a ogni film un’aureola autoriale, quasi allo stesso modo che i buchi dei tarli garantiscono a un mobile l’apparenza dell’antichità. E proprio un operazione “d’antan” sembra essere stata al centro dell’interesse di Steven Soderbergh nel mettere in scena questo The Good German, di cui firma anche sotto duplice pseudonimo la fotografia e il montaggio.
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Bobby

La genesi narrativa e l’impostazione ideologica di questa ricostruzione dell’ultimo giorno di vita del senatore Robert F. Kennedy, ucciso a colpi di pistola all’Hotel Ambassador di Los Angeles nel corso della campagna elettorale per le primarie democratiche del 1968, si esplicitano soprattutto alla fine del film, che segna l’esordio nel lungometraggio cinematografico dell’attore e regista televisivo Emilio Estevez, figlio di Martin Sheen e fratello di Charlie Sheen.
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Le luci sulla città

“Ormai sono vecchio – dice il cinquantenne Aki Kaurismaki – e non posso più permettermi di realizzare delle schifezze”. Cosa che in realtà, il regista finlandese non ha mai fatto, neppure quando in gioventù dava libero sfogo alla sua vena musical-goliardica, mettendo in scena la presa in giro di Stallone (Rocky VI) o le giocose variazioni sul tema della fuga in film folli in cui tutti si chiamano Frank (Calamari Union) o viaggiano dalla tundra agli Usa con improponibili ciuffi impomatati sulla fronte (Leningrad Cowboys Go America).
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