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SPAZIO CRITICO
IN COLLABORAZIONE COL GRUPPO LIGURE CRITICI CINEMATOGRAFICI
"Take Shelter", di Jeff Nichols
I LaForche sembrano una normalissima famiglia della provincia americana (siamo in Ohio) impegnata come milioni di altre a inventarsi una vita accettabile nel pieno dell'imperversare della crisi economica che sta attanagliando il mondo.
(di Furio Fossati)
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Sezione: Recensioni
Changeling
Un film semplice, lineare, profondo. Perfetto come sanno esserlo solo i classici. Se è sconfortante ricordare come la giuria di Cannes abbia ignorato l’autoriale rigore di Changeling, preferendogli il vuoto impegno contenutistico di La classe, conforta però constatare che il pubblico (almeno quello cittadino) non si è fatto sfuggire l’occasione di trascorrere almeno due ore in una sala buia in compagnia con il vero cinema. E uscirne finalmente appagato.
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Si può fare
A differenza di Matti da slegare, con il quale Silvano Agosti e Marco Bellocchio portarono sullo schermo, tre anni prima dell’approvazione della legge che porta il suo nome, la documentazione a favore delle teorie sostenute dalla psichiatra Franco Basaglia circa il reinserimento nella società dei malati di mente, il nuovo film di Giulio Manfredonia, che fa seguito a un pugno di opere di livello inferiore (Tanti auguri, Se fossi in te, È già ieri), mette in scena in forma di fiction – tra realtà e utopia – le conseguenze pratiche dell’applicazione di quella legge che tra molte polemiche svuotò a partire dal 1978 i manicomi e aprì l’enorme problema sociale riguardante l’attivazione di adeguate strutture alternative.
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Mamma Mia!
Si prende una dozzina di canzoni degli Abba, gruppo musicale pop che, dalla natia Svezia, ha conquistato il mondo, si dice, con 370 milioni di dischi venduti. Si cuciono insieme parole e note di questi orecchiabili motivi in una storia che chiama in causa due generazioni femminili, unite dalla comune tendenza a stabilire un legame di complicità con le proprie coetanee, considerando in fin dei conti i maschi solo un piacevole giocattolo o un oggetto di attrazione.
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Miracolo a Sant’Anna
Cosa c’entra un afro-americano di Atlanta con la Resistenza italiana? Che ha a che fare un regista di opere essenzialmente urbane e declinate in primo piano con le autunnali colline toscane e con la dimensione epica implicita nella messa in scena di un film di guerra che dura 160 minuti? Che ruolo occupa nella filmografia di Spike Lee il Miracolo a Sant’Anna? È chiaro che ciò che maggiormente l’ha affascinato del romanzo di James McBride, è l’occasione di ribadire ancora una volta il ruolo fondamentale degli uomini di colore nella storia degli Stati Uniti, partendo dal racconto delle tragiche esperienze di quattro soldati della 92° divisione Buffalo (due sergenti, un radiotelegrafista e un soldato semplice con la mente disturbata in una possente presenza fisica) che nel corso della campagna d’Italia restano tagliati fuori dalle loro linee e si rifugiano in un paesino dell’Appennino toscano, dove vengono accolti con sentimenti controversi dalla popolazione locale.
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Burn After Reading
Tutto il cinema dei fratelli Coen può essere letto come una serie di variazioni sul tema della stupidità umana: ora (da Blood Simple a Non è un paese per vecchi) coniugato nelle strutture narrative del cinema di genere, e ora (da Arizona Junior a Prima ti sposo, poi ti rovino) secondo i toni di una comicità spinta ai limiti del farsesco. E in questo senso, Burn After Reading (titolo splendidamente ambiguo, alludendo sia ai messaggi che gli agenti segreti hanno l’obbligo di distruggere dopo la lettura, sia all’ammiccante apparenza usa-e-getta con cui il film maschera la propria capacità di andare sino in fondo alle cose) è il felice punto d’arrivo della loro filmografia.
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X – FILES 2: voglio crederci
Il serial televisivo di successo (duecentodue episodi in nove stagioni) si è concluso sei anni fa, lasciando dietro di sé anche un film (Fight the Future, 1998), ma alla Fox hanno deciso di scommettere ancora sul revival cinematografico di X – Files, facendo le cose in grande e puntando sul recupero delle sue matrici figurative originali: ricostituire la coppia composta da David Duchovny e Gillian Anderson e farla agire nel paesaggio innevato di Vancouver, da cui, nel mezzo del cammino di sua vita, il serial era stato spodestato per i più confortevoli studios di Los Angeles.
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Batman – Il cavaliere oscuro
Unica grande produzione uscita d’estate anche in Italia, quasi in contemporanea con la “prima” americana, Batman – Il cavaliere oscuro è stato accolto generalmente in modo molto positivo dal pubblico come dalla critica. «Un film sulla tragedia del potere» scrive il critico dell’”Unità” (Alberto Crespi), trovandosi in questo d’accordo anche con il collega di “Il Giornale” (Pedro Armocita), il quale accenna anche lui alla tragedia greca e definisce «metafora dell’11 settembre» un film che lascia lo spettatore con «l’unica certezza dell’inquietudine che ti coglie nel lasciare la sala». Insomma, ancora più che in Batman Begins, di cui questo The Dark Knight è il dichiarato sequel, Christopher Nolan, ancora affiancato in fase di sceneggiatura dal fratello Jonathan, riesce nell’impresa di conciliare il grande spettacolo d’azione con il cinema d’autore, mettendo in scena «probabilmente il più “nero” dei Batman realizzati fino a oggi» (Giulia D’Agnolo Vallan, “Il Manifesto”) e avendo il coraggio di consegnare al pubblico un «film lunghissimo e bello», che «in un flusso torbido di ambiguità e malvagità» mette in scena «il lato buio di un supereroe» (Lietta Tornabuoni, “L’Espresso”).
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Eldorado Road
La curiosa idea di mettere in scena un film “on the road” in un paese dove con due ore di macchina si giunge sempre al confine non poteva che sortire un’opera astratta, sospesa in un’atmosfera fantastica, tanto da somigliare più ad Aspettando Godot che a pellicole del tipo Lo spaventapasseri, alle quali il regista e interprete belga Bouli Lanners (nato nel 1965, pittore autodidatta, attore televisivo di successo e regista e suo secondo lungometraggio) pur sembra essersi ispirato. Eldorado (questo il titolo originale) è un film figurativamente raffinato e a tratti dichiaratamente pittorico, ma dall’andamento narrativo interamente costruito intorno a una sola idea che ambisce proporsi come metafora di una condizione sociale ed esistenziale tipica del mondo contemporaneo.
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