“L’albero degli impiccati” di Delmer Daves

di Oreste De Fornari.

Ci sono western, pochi per la verità, dove il divo esorbita dai  contorni morali  che gli sono consueti. Non sempre il pubblico se ne accorge.  Il caso più noto di un eroe  non troppo edificante è Per un pugno di dollari, del resto tutto il western italiano  è un  trionfo delle procedure sveltite, della venalità e di un certo compiacimento nella violenza, sia pure violenza  a fin di bene. Ma anche il più grande, il più eroico delle star di Hollywood,  John Wayne , ha sconfinato dai recinti dell’etica cavalleresca in due capolavori firmati rispettivamente da Hawks e da Ford. Il fiume rosso e Sentieri selvaggi. Tutti ricordiamo il capo mandriano che fa fuori i cow boy indisciplinati  prima di recitare un’ orazione sulla loro tomba, e il reduce sudista che porta a termine la sua vendetta  asportando lo scalpo del capo comanche.

Anche Gary Cooper può vantare una simile deviazione dai suoi ruoli abituali, ancora più clamorosa se consideriamo l’innocenza eroica incarnata abitualmente dai suoi personaggi. E’ il caso de L’albero degli impiccati di Delmer Daves. Cooper è un medico,  un medico abile a maneggiare la pistola. Salva la vita a un giovane fuorilegge e  ne  fa un suo servitore personale . Poi, verso la fine, quando la donna, cieca, cui ha restituito la vista (Maria Shell), viene aggredita da un minatore lussurioso (Karl Malden), per salvarla gli spara colpendolo ripetutamente e ben poco cavallerescamente, prima di far rotolare il cadavere  in un burrone con un calcio. Qui siamo ben oltre i confini del codice Hays (il suo è un eccesso di violenza a fin di bene).

Impressionante  la scenografia , che contempliamo dall’alto: è una città in costruzione, come in tanti western, ma con qualcosa di arcaico, di fiabesco, di tellurico, il terremoto che sradica l’albero sotto cui è nascosto il tesoro.…

Appartengono al folklore western la figura di George C. Scott, che guida un gruppo di linciatori  e le tre beghine ostili a Maria Shell (un gruppo di signore della lega per la virtù c’era anche all’inizio di Ombre rosse). Ma qui tutto è leggermente  forzato ed è poco credibile che tutti si mettano contro Gary Cooper solo perché ha fatto fuori quel farabutto di Karl Malden.

Ricordo, a titolo di cronaca, che Bertrand Tavernier, ottimo regista e  sottile conoscitore del cinema americano, ha classificato L’albero degli impiccati come miglior film americano dagli inizi del sonoro. Non riesco a spiegarmi il perché.

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