Karlovy Vary KVIFF 2021 – Intervista a Shawkat Amin Korki

di Massimo Lechi.

 In concorso in anteprima mondiale al cinquantacinquesimo Karlovy Vary International Film Festival (20-28 agosto 2021), The Exam di Shawkat Amin Korki ha ricevuto un’accoglienza più che positiva da parte del pubblico ceco e, non certo a sorpresa, ha vinto il Premio FIPRESCI. Un successo per questo breve ma coinvolgente dramma sociale co-prodotto dalla berlinese Mitosfilm e dalla Masti Film, spaccato duro e sincero sulla condizione femminile e la corruzione nel Kurdistan iracheno contemporaneo.

La storia di Shilan (la brava Avan Jamal), madre e moglie prigioniera di un matrimonio infelice, che accetta di aiutare la fragile sorella Rojin (Vania Salar) a superare gli esami d’ammissione all’università con una truffa ha lasciato il segno nella competizione del festival, confermando la statura di Korki, narratore discreto e intelligente – suo l’apprezzato Memories on Stone (2014) – di una terra violentemente ferita da decenni di conflitti.

 

Immagino che il soggetto di The Exam sia tratto da episodi di cronaca realmente accaduti.

Molte famiglie, in Kurdistan, vivono con preoccupazione gli esami di ammissione all’università dei loro figli: è una fonte di grande, grandissimo stress. È stata mia figlia, che pure è più giovane, a parlarmene per la prima volta, a rivelarmi che si bara agli esami e che la corruzione è parecchio diffusa nel sistema scolastico. Solo una volta iniziato il lavoro di ricerca mi sono reso conto di quanto queste pratiche siano comuni.

È un fenomeno così radicato nel Kurdistan iracheno di oggi?

Certo. Gli esami sono stressanti dappertutto, ma in Kurdistan il problema è molto grande, e c’è il coinvolgimento di una specie di mafia. Quindi sì, le storie che hai visto sullo schermo sono basate su fatti reali.

L’ingresso nelle università, per come lo racconti, consente alle donne di liberarsi dalla tutela delle famiglie e dal pericolo dei matrimoni combinati, ma serve anche alle fasce sociali più disagiate per poter sperare in un riscatto futuro. Tuttavia il quadro che ci proponi è disarmante, oltre che molto cupo: la corruzione dilaga indisturbata.

Sì, e infatti da noi gli ingegneri e i medici hanno tutti lauree fasulle.

Le tecniche utilizzate dai truffatori nel tuo film, come il ricorso ai dispositivi Bluetooth, sono incredibilmente elaborate.

Alcune delle cose che ho scoperto cercando materiale per la storia sono incredibili… Il “mafioso” che nel film aiuta le protagoniste l’ho incontrato davvero. Nella realtà però fa l’avvocato, lavora in tribunale. Mi ha detto che si fa pagare caro da chi ha i soldi, mentre ai poveri dà una mano gratis con il Bluetooth.

È interessante che tu abbia scelto come protagoniste una coppia di sorelle. Rojin e Shilan sono due brave persone che scelgono di commettere azioni illegali. Eppure lo fanno perché credono nella possibilità di un futuro migliore.

L’idea di mostrare la corruzione del sistema dal punto di vista di due personaggi femminili è emersa in fase di scrittura, quando ho iniziato a mettere insieme il materiale e a discuterne con il mio co-sceneggiatore iraniano Mohamed Reza Gohari. Ma anch’essa è tratta da una storia realmente accaduta. Il modello è stato una donna che ho conosciuto: aveva cercato di aiutare illegalmente la sorella, che però aveva fallito la prova d’esame ed era stata costretta dal loro fratello maggiore – non avevano genitori – a sposarsi contro la sua volontà.

Quella di concentrarsi su due donne è però una scelta forte e dice tutto della “missione” del tuo film. Il Kurdistan ha una società rigidamente patriarcale, e tu lo sottolinei in più passaggi.

Sì, certo. Delle mie protagoniste l’aspetto per me più importante è proprio la loro lotta in una regione martoriata da anni di guerre. Il loro è un viaggio attraverso la città verso il futuro – ma anche, come hai giustamente detto, nell’illegalità.

Colpisce, in The Exam, il tuo rifiuto del manicheismo. Non c’è un solo personaggio che sia completamente negativo, nemmeno tra quelli maschili, che pure determinano molte delle svolte tragiche del film. E, soprattutto, le due protagoniste non vengono presentate come vittime: le loro sono sempre decisioni consapevoli.

Ti ringrazio per questa osservazione. Alcuni commentatori mi hanno fatto notare come secondo loro ci sia una sorta di divisione tra i personaggi: positivi quelli femminili, negativi quelli maschili. Ma non è affatto così. Tutti i personaggi del mio film sono buoni e, allo stesso tempo, cattivi. È una questione di moralità, e dipende dalla loro condizione se decidono di operare il male o di compiere una buona azione in modo sbagliato. Questo vale tanto per Shilan, la sorella maggiore, quanto per suo marito o per suo padre, che in fondo cerca di salvare la famiglia e fare ciò che è giusto per le sue figlie.

Ho visto una forte influenza del cinema iraniano in questo tuo nuovo lavoro, sia per la centralità del dilemma morale sia per il tuo stile di regia.

È un’influenza che riconosco e sento perché ho vissuto in Iran metà della mia vita. L’Iran è il paese in cui sono cresciuto, in cui ho studiato e in cui ho iniziato a lavorare nel cinema. Il cinema iraniano è parte del mio background. Ma in tutti i miei film – in particolare in Kick Off, per esempio – c’è anche molto del Neorealismo italiano.

Sullo sfondo di The Exam c’è sempre la guerra.

Il film si svolge nel periodo della battaglia di Mosul contro l’Isis. Mi interessava mostrare gli effetti indiretti della guerra sulle persone e sulle loro vite – pensa al personaggio dell’insegnante corrotto e alla scena in cui racconta della crisi economica generata dal conflitto. Mentre scrivevo ho pensato di mostrare di più, ma alla fine ho preferito tenerla sullo sfondo: già i miei primi film, e in generale tutti i film curdi, parlano della guerra…

Un tema ineludibile per te e per i tuoi colleghi della regione.

Assolutamente. L’ultima è stata quella con l’Isis, ma in Kurdistan ci sono state molte altre guerre nella nostra storia, e genocidi, e oppressioni. Ogni guerra provoca degli effetti nel lungo termine sulle persone, e questo è poi il motivo per cui ho deciso di concentrarmi sugli aspetti sociali e non sulla guerra vera e propria. La nostra società vuole andare avanti, ma nessuno sa bene come: la gente è confusa dal sistema, ed è costantemente in preda a dubbi morali.

Lo è anche il cinema curdo?

Sì.

Da uomo di cinema vivi la guerra e il passato del tuo popolo come un qualcosa di limitante, come una specie di gabbia?

Quando avevo un anno e mezzo, nel 1975, la mia famiglia è scappata in Iran: quindici giorni di viaggio, sotto le bombe. Non è facile scoprire la guerra da bambini, è una cosa che ti segna. La nostra non è una regione tranquilla.

Hai mai pensato di concentrarti su una realtà senza guerra?

Potrei farlo, penso di sì… Ma per me fare cinema significa interrogarmi su quello che vedo intorno a me. Ogni mio film è servito ad affrontare delle domande che mi occupavano la mente – domande alle quali non ho purtroppo avuto risposta. Spero, un domani, di poter raccontare storie diverse.

In questo momento senti una responsabilità nei confronti del tuo paese?

Sì, anche se per me The Exam è stato soprattutto un’esperienza cinematografica. È il mio primo dramma sociale. E il lavoro che ho fatto, in termini di narrazione e di messinscena, ha rappresentato una sfida artistica superiore a quella dei miei film precedenti.

Postato in Festival.

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