“Crime Whitout Passion / Delitto senza passione” (1934) di Ben Hecht e Charles MacArthur

di Renato Venturelli.

Scritto, prodotto e diretto dalla coppia di sceneggiatori Ben Hecht e Charles MacArthur, Crime Without Passion è uno dei più citati (e dei meno analizzati) tra i film degli anni ’30 che preludono al futuro ciclo noir. I due erano già famosi, avevano scritto insieme la commedia Prima pagina, e Ben Hecht aveva dato un contributo importante al ciclo criminale con Le notti di Chicago (Sternberg) o Scarface (Hawks), ma Delitto senza passione si presenta come una piccola produzione indipendente della compagnia (la Hecht-MacArthur) fondata insieme sulla East Coast, in accordo con la Paramount. E il film è quasi un esperimento “artistico” condotto ai margini dell’industria, un viaggio nell’incubo parallelo alla fabbrica dei sogni.

La prima sequenza indica già le ambizioni dell’operazione, all’interno di un budget ridotto. Una pistola viene puntata contro lo spettatore. La canna dell’arma si sovrappone alla pupilla di un occhio. Un uomo spara, una donna viene uccisa. E mentre la vittima cade a terra, da una chiazza di sangue sul pavimento sorgono l’una dopo l’altra tre furie, che s’innalzano verso il cielo, per poi riprecipitarsi sulla terra, tra i grattacieli di una metropoli, a mietere le loro vittime, con i corpi seminudi circondati da veli fiammeggianti. “Beyond man’s dreams lurk the Furies – the three sisters of Evil who be in wait for those who live dangerously and without Gods” dice la scritta iniziale, collocando sotto uno scenario più universale la vicenda cui stiamo per assistere.

Entro la struttura un po’ rigida del morality play, il film contiene poi svariati spunti che possono effettivamente essere visti in chiave noir. A cominciare dalla vicenda quasi interamente raccontata in soggettiva del punto di vista del protagonista (Claude Rains), un cinico avvocato di successo abituato a manipolare tutti sia nelle aule dei tribunali sia nella vita privata. Quando però decide di scaricare un’amante (Margo), parte un colpo di pistola che gli fa abbandonare precipitosamente l’appartamento della donna, convinto di averla uccisa. Da quel momento, vivremo la sua angoscia, la sua ossessione di essere stato visto, i suoi tentativi di costruirsi alibi sempre più elaborati.

Oltre a segnalarsi per un protagonista sgradevole, senza che ci sia alcun tentativo di riscattarlo, Crimine senza passione adotta, almeno parzialmente, anche quell’interiorizzazione del racconto che sarà tipica del noir, attraverso l’incubo di un uomo che si ritrova coinvolto in un delitto e precipita nell’angoscia. Alcune soluzioni saranno più banali (il suo “doppio” che gli appare al fianco per consigliarlo e istigarlo), altre rappresentano in modo più originale questo sprofondamento dai toni progressivamente onirici.

In tale processo, la sceneggiatura fornisce battute sferzanti e qualche monologo prolisso, ma a diventare decisivo è il contributo del direttore della fotografia Lee Garmes, che si sbizzarrisce in elaborate soluzioni formali, forse anche per l’assenza di una vera e propria saldezza di regia. In un’intervista a Charles Higham, Garmes dice del resto di aver diretto personalmente molte sequenze del film (“ho diretto il 60-70 per cento”), al punto che gli stessi titoli di coda gli riconoscono la funzione di “associated director”.

Al di là dell’assolo iniziale in stile “avant-garde”, abbiamo un’altra sequenza ad effetto quando il protagonista attraversa in taxi la città e scorrono in rapida sovrimpressione volti, grattacieli, strade, il braccio della ragazza uccisa che stringe ancora in mano il garofano bianco della sua giacca. Oppure la sequenza del pre-finale in cui l’uomo sprofonda definitivamente in una percezione angosciata e allucinata della realtà. Gli effetti di montaggio sono del resto firmati da uno specialista come Slavko Vorkapich, autore insieme a Robert Florey di un celebre cortometraggio sperimentale degli anni ’20, “The Life and Death of 9413, a Hollywood Extra” (1928).

Ma è più in generale l’eleganza visiva impressa da Garmes, le angolazioni delle inquadrature, i movimenti di macchina, a proiettare il film – almeno parzialmente – in quell’atmosfera che sarà poi tipica del noir degli anni ’40: già nella recensione d’epoca, molto positiva, il “New York Times” sottolineava la consumata maestria della fotografia e l’immaginative camerawork, definendo Garmes un autentico genio delle angolazioni di ripresa. Il racconto di un cinico borghese che sprofonda nell’incubo raccontato da un punto di vista soggettivo, con immagini sofisticate, attingendo a una dimensione artificiosa: è l’idea di noir che si sta facendo largo, ancora con una certa rigidità, nel cuore degli anni ’30.

 

Delitto senza passione

(Crime Without Passion, 1935) r, sc: Ben Hecht e Charles MacArthur; f, associated director: Lee Garmes; eff.sp.: Slavko Vorkapich; mu: Frank Tours; mo: Arthur Ellis; con: Claude Rains (Lee Gentry), Margo (Carmen Brown), Whitney Bourne (Katy Costello), Stanley Ridges (Eddie White); pr: Ben Hecht e Charles MacArthur; d: Paramount

 

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