Fischia il vento – Partigiani in versione animata? Conversazione con Alessandro Dordoni

di Guido Reverdito.   Siamo in Val Trebbia, nell’Appennino piacentino. È la notte tra il 15 e il 16 aprile del 1945. Il castello di Monticello, una ex-scuola situata in una posizione strategica sulla Statale 45 che da Piacenza porta a Genova e occupato da una formazione partigiana il 5 aprile, viene attaccato da 450 uomini delle Brigate Nere e delle SS italiane unitamente a un corpo di mezzi corazzati della Repubblica Sociale Italiana. La sanguinosa battaglia tra assediati e assalitori dura quasi 7 ore. Quando a metà mattina si capisce che i 25 partigiani che erano a protezione del castello e due piccoli drappelli di compagni accorsi in loro aiuto hanno avuto la meglio, sul campo restano i cadaveri di 56 repubblichini insieme a metà delle esigue forze dei partigiani.

A quell’atto di grande eroismo che spianò indirettamente la strada alla liberazione della città di Piacenza prese parte anche Lino Dordoni, piacentino doc unitosi ventenne alle formazioni di resistenti che operavano sulle alture appenniniche dei dintorni. Quella notte Lino, svegliato di soprassalto dai colpi d’arma da fuoco mentre dormiva in una stalla abbandonata nei pressi del castello, diede con loro un contributo decisivo lanciandosi in aiuto della formazione sottoposta al fuoco dei lanciagranate anticarro in dotazione degli assalitori.

A 75 anni di distanza da quei fatti a raccontarli in un corto di animazione in bianco e nero (Fischia il vento, titolo omen a richiamo della celeberrima canzone scritta da Felice Cascione nel settembre del ’43 a inizio Resistenza e divenuta presto un inno corale di un intero movimento) è Alessandro Dordoni, nipote di Lino e dal 2012 a Londra dove lavora come editor con alle spalle già numerose storie di successo nel campo della pubblicità e della documentaristica online. Lo abbiamo raggiunto nella capitale britannica dove sta terminando la lavorazione del suo progetto, incentrato sulle memorie scritte dal nonno e da lui gelosamente custodite fino alla morte nel 2003, anno in cui quelle note vennero consegnate dalla nonna al nipote.

Alessandro, come mai 17 anni di attesa prima di decidere di trasferire le memorie di Suo nonno in un prodotto audiovisivo che ne rievocasse la partecipazione alla battaglia di Monticello?

Avevo solo bisogno di stimoli creativi e di una maturità lavorativa necessaria ad intraprendere il mio primo progetto da sceneggiatore e regista. Il mio mestiere da montatore consiste sempre nel raccontare storie che sono state pensate, scritte, e dirette da altri, ed attraverso gli ultimi 8 anni provare a dare vita a qualcosa di più personale è sempre stato un mio obiettivo. Ricordo di aver riletto quei fogli vecchi e consumati il giorno dopo aver guardato 1917 al cinema, ed ispirato dal fatto che lo stesso Sam Mendes scrisse il film basandosi sulle storie di suo nonno, ho capito che finalmente quel giorno era arrivato anche per i ricordi di Lino.

Suo nonno Le aveva mai parlato della battaglia intorno alla rocca di Monticello?

Questa è la cosa che più mi colpì dopo aver letto e riletto le sue memorie. Noi tutti in famiglia sapevamo dei trascorsi da partigiano di Lino e di quanto fosse orgoglioso di esserlo stato, ma lui non ci raccontò mai quegli avvenimenti di persona, mai una storia, mai un aneddoto.

 Qualora la Sua risposta fosse “no”, a cosa pensa che fosse dovuta la reticenza (comune a molti ex- partigiani e combattenti in genere) di Suo nonno?

Questo è stato il punto di partenza per me durante lo sviluppo della sceneggiatura; provare a capire il perché non ci avesse mai raccontato di persona tali storie, e cercare con fatica di immedesimarmi nella sua testa da ventenne durante avvenimenti storici così lontani da quello che può essere stata la mia gioventù e la gioventù di qualsiasi altro ragazzo italiano e non solo di oggi. Non ho la presunzione di avere una risposta a questa domanda, ma credo che per molti, quel periodo di guerra porti con sé ricordi traumatici che non sono facili da rivivere, ed è forse per questo che mio nonno Lino, come molti altri, ha preferito non parlare troppo delle sue gesta da partigiano a tutti noi.

La sua decisione di buttarsi in questo progetto nasce dall’urgenza di rendere giustizia alla partecipazione di un Suo parente a un episodio eroico della Resistenza emiliana oppure è il clima politico che si respira in Italia in Europa al momento ad averla convinta della necessità di riportare alla ribalta un tema divisivo come la guerra civile italiana la cui decisiva importanza storica tende da anni a essere sottoposta a processi di revisione da parte di talune forze politiche del paese?

Tendo sempre a non essere troppo influenzato da quello che succede in politica, soprattutto quando si parla di arte, ma è inutile negare che al giorno d’oggi tutti noi siamo toccati in modo diretto da ciò che ci circonda.

In un momento dove un clima costante di divisione domina spesso le pagine dei giornali, la mia volontà è stata quella di provare a riportare il ricordo di tutti a ciò che è stata la Resistenza italiana, composta da persone con diverse ideologie e punti di pensiero, ma uniti da un’unica cosa, il rispetto e la volontà di Libertà.

Un bellissimo articolo del “New York Times” dello scorso giugno ha inoltre parlato di come il ricordo di ciò che hanno fatto i partigiani in tutta Europa stia svanendo, e di come quest’ultima epidemia di COVID-19 stia accelerando questo processo. Stiamo perdendo le ultime persone che possono raccontarci in prima persona ciò̀ che è successo. Questo cortometraggio mira a garantire che i ricordi personali, quelli che non possono essere trovati nei libri di storia, di questi straordinari uomini e donne siano preservati e riportati in vita. E a questo proposito ci terrei a sottolineare il supporto del caro Stefano Pronti, presidente dell’ANPI di Piacenza, il primo a leggere la mia sceneggiatura vista la sua vasta conoscenza della storia partigiana piacentina, che mi ha aiutato tantissimo sin dall’inizio nel trovare fondi ed appoggi per la realizzazione del film.

Perché ha deciso di ricorrere alla dimensione del disegno animato (realizzato interamente a mano su tavole di carta ruvida dell’illustratrice e animatrice polacca Natasza Cetner)?

Seguivo i lavori di Natasza già da tempo, e non ho esitato nemmeno un istante nel capire che lei sarebbe stata la persona perfetta per dare vita a questo film. Attraverso il disegno animato puoi avere una fantasia e creatività di movimento che ti permettono di trasmettere l’intensità delle emozioni dei protagonisti e di offuscare il confine tra realtà e ricordo in maniera ben più amplificata di un normale film. Sembra quasi che le memorie buttate su carta rimangano li dove sono state scritte tramutandosi in disegni ed illustrazioni in modo naturale. Ed è qui che il talento di Natasza fa la differenza, per l’uso sorprendente dell’animazione analogica in un settore sempre più̀ guidato dal digitale. Tutto questo ovviamente rende il lavoro decisamente impegnativo e lungo, visto e considerato che in totale stiamo parlando di quasi 5 mila diversi fotogrammi disegnati a mano, ma il risultato finale è decisamente qualcosa di sorprendente di cui tutti noi siamo davvero fieri ed orgogliosi.

Una domanda personale che non è direttamente connessa a Fischia il vento, il Suo progetto di corto animato sulla battaglia di Monticello: il Suo risiedere e lavorare a Londra è un tipico caso di cervello in fuga all’italiana, oppure dipende da altre precise scelte professionali?

Non mi sono mai reputato un cervello in fuga, è un termine che non mi è mai piaciuto. Ho semplicemente preferito trasferirmi all’estero dopo gli studi per imparare bene la lingua, perseguire la mia carriera da editor, ma soprattutto ampliare i miei orizzonti. Il mio percorso di vita mi ha portato qui dove sono, ma non colpevolizzo assolutamente la situazione italiana per non avermi dato la possibilità di lavorare perché purtroppo, per il momento, non ci ho ancora nemmeno mai provato.

 

Postato in Interviste.

I commenti sono chiusi.