Qualcosa nell’aria


Il nuovo film di Olivier Assayas, nelle sale dopo la trionfale accoglienza veneziana

Se i premi ai festival fossero stabiliti dai picchi registrati da un ipotetico applausometro, Qualcosa nell’aria di Olivier Assayas si sarebbe quasi certamente aggiudicato il massimo riconoscimento all’ultima Mostra del Cinema di Venezia. Il regista francese invece, nonostante l’entusiasmo di gran parte della critica e il calore del pubblico della Sala Grande, si è dovuto accontentare dell’Osella per la miglior sceneggiatura: premio minore, che tuttavia vale come segnalazione meritoria per uno dei titoli più interessanti presentati in concorso.
Un’opera a carattere schiettamente autobiografico, un vero e proprio bildungsroman, storia di passione, pittura e politica sullo sfondo del post-Sessantotto francese.

Siamo nel 1971 – Après mai, dopo il Maggio 1968, come da titolo originale – e il giovane Gilles (Clement Metayer) divide il suo tempo tra le ultime lezioni dell’anno scolastico, i silenzi di un atelier improvvisato in camera da letto e la storia d’amore, ormai agli sgoccioli, con l’esangue Laure (Carole Combes). Una vita che scorre curiosamente placida tra schizzi, rappresaglie della polizia, agguerrite riunioni studentesche, volantinaggi e tanto Syd Barrett. Ma se il cammino verso la Rivoluzione sembra essersi arrestato, la vita dell’aspirante pittore viene segnata dalle prime svolte decisive: Laure parte per Londra verso un futuro di tossicodipendenza e, poco dopo, un’azione di sabotaggio improvvisata finisce in violenza, costringendolo a lasciare la Francia in compagnia di Christine (Lola Créton). Al breve interludio amoroso in Italia seguiranno la separazione e, soprattutto, la scoperta del Cinema, con la partenza per l’Inghilterra e il primo set.

Ad Assayas, come è evidente, interessa parlare di sé. Rievocando i primi stentati passi che hanno preceduto il suo approdo alla Settima Arte (già raccontati nel libro Une Adolescence dans l’après-mai, pubblicato nel 2005), fa inevitabilmente balzare in primo piano il suo vissuto, il suo tormento adolescenziale da artista acerbo in cerca di una strada e di un linguaggio, allargando poi l’obiettivo ad una piccola galleria di compagni di lotta e di studi, accomunati dagli stessi tormenti e dalle stesse incertezze. Ma soprattutto mostra – punto fondamentale – come per il suo Gilles (e dunque per lui) la pulsione rivoluzionaria si sia concretizzata spontaneamente in un cambiamento interiore, con la scoperta individuale di una vocazione artistica a sostituire la ricerca – ben poco convinta, a dire il vero – di una sempre più chimerica palingenesi politica collettiva. All’interno di questa prospettiva egocentrica e smaccatamente sentimentale, l’ideologia evapora in una sorta di nuvola che accompagna a debita distanza i protagonisti, le cause profonde della militanza di un’intera generazione si perdono tra le pieghe del tempo e ogni fumosa discussione  politica intavolata dai personaggi finisce per trasformarsi in un’altrettanto fumosa disquisizione estetica, mentre il quadro storico viene decostruito con ostentata – ma amorevole – superficialità, attraverso copertine di dischi e libri, prime pagine di giornali studenteschi, parole d’ordine, pulmini Volkswagen e strimpellate sui prati, tutti frammenti di un’iconografia da ricomporre con molta nostalgia e pochi rimpianti.

Diceva provocatoriamente Carmelo Bene che la forma è “l’urgenza che viene prima del contenuto”. Nel caso del film di Assayas, il contenuto sembra aver trovato un’espressione formale quasi soverchiante nei quadri d’epoca fotografati dal grande Éric Gautier, dando vita a una narrazione fluida, sognante, in cui i rari squarci di violenza (le battaglie nelle strade, i pestaggi) vengono ripresi da lontano e isolati, le zazzerute figure maschili ciondolano a occhi bassi come gli zombie depressi de Il diavolo probabilmente… di Bresson e le figure femminili emergono languidamente nell’inquadratura, leggendo le proprie lettere d’amore come nel Truffaut più calligrafico. Il racconto post-sessantottino si smarca così dal solito bric-à-brac nouvellevagueiano (il nobile antiquariato di Philippe Garrel, per intenderci) e si libra – o almeno cerca di farlo – puntando scopertamente all’emotività, al sentimento, trascinato da una colonna sonora rock di grande suggestione.

Resta però, al di là della forza innegabile dell’insieme, uno stridore di fondo, un piccolo macigno che ostacola la piena ammirazione per l’operazione sentimental-evocativa di Qualcosa nell’aria, e che ha a che fare con il palese paradosso che ne costituisce la base: ovvero quello di essere un film incentrato su artisti che vivono e respirano politica, in cui però il processo artistico e l’ideologia restano fuori, elementi di contorno in un racconto che parte da memorie personali per ricreare un percorso di umori e sensazioni contestualizzato in un’epoca ridotta a  “semplice” scenario su cui ricamare più o meno coinvolgenti intrecci amorosi. La storia che si mangia la Storia, insomma, e che forse ne sacrifica la complessità sull’altare del ricordo privato.

Un dolce paradosso, volutamente insanabile, che ha fatto imbestialire i puristi sessantottardi, ma ha confermato il talento di Assayas, eterno enfant prodige capace di sorprendenti colpi d’ala.

Massimo Lechi

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