Alberto D’Agnano, Dario Di Viesto, Emanuele Cova e Matteo Musso per il Concorso Nazionale – Cortometraggi e Documentari


Incontri ravvicinati con i giovani film-maker. L’imbarcazione GFF approda sulle coste della Puglia e di Cuba, passando da Bologna.

La seconda giornata del Festival si è aperta con la sezione Concorso Nazionale e ha visto nella fascia serale la proiezione alla presenza degli autori delle fiction Ulisse Futura (Stefano Croci, Enrico Masi, 2010, 23′), Lo straniero (Alberto D’Agnano, Dario Di Viesto, 2011, 18′), Cristobal (Emanule Cova, 2011, 7′) e del documentario La sospensione ( Matteo Musso, 2010, 39′).

Storie differenti ma profonde quelle raccontate in una manciata di minuti, in Paesi vicini e lontani, in giorni di vita vissuta dietro l’obiettivo per far riflettere sui temi dell’urbanizzazione, della famiglia, dello sport e dell’educazione tra i banchi di scuola.

Pellicole che emozionano perché meditate a lungo, con la testa e con il cuore, perché girate con passione e dedizione, perché curate nel connubio tra immagine e audio, tra inquadrature e musiche, tra la semplicità della narrazione e la profondità del suo messaggio.

A luci accese in sala, abbiamo avuto modo di incontrare i registi scoprendo così qualcosa di più sul loro percorso artistico e sfatando alcune curiosità sorte dalla visione dei corto e medio metraggi appena proiettati.

Stefano, perché un duello tra un potenziale acquirente con l’erede di un terreno ai bordi dell’autostrada e confinante con un’oasi naturale sorta sui resti di una miniera?
Perché voglio far riflettere sulla crescita selvaggia di costruzioni che hanno trasformato radicalmente il paesaggio di Bologna negli ultimi 50 anni.

Sappiano che sei un artista dai tanti volti. Vuoi raccontarci qualcosa delle arti che hai incontrato e fatto tue praticandole?
Dal 2000 suono in progetti di musica estrema. Sono stato attore e performer di body art in video sperimentali. La passione dell’arte mi ha portato alla laurea in Visual Art nel mio Paese nativo, Bologna, con una tesi su Mishima. Ho poi recitato nel film L’uomo che verrà e nel 2002 ho fondato la Caucaso Factory, collettivo di cinema e arte.

Alberto e Dario, qual’è stata la vostra formazione cinematografica?
A:
In realtà ho studiato Antropologia Culturale all’Università di Genova. Poi però ho iniziato l’attività audiovisiva in laboratori di scuole e licei, realizzando cortometraggi con gli studenti.

Una base però fondamentale quella sociologica, estremamente attinente e utile alla narrazione cinematografica. Il campo dei saperi del cinema è davvero vasto, ma nello stesso tempo omogeneo e interdisciplinare.

D: Io dopo essermi laureato in Scienze dello Spettacolo presso l’Università di Bari frequento Cinematografia d’Impresa al CSC di Milano.

Come vi siete conosciuti?
Siamo amici da sempre perché entrambi pugliesi, di San Vito dei Normanni, un piccolo paesino in provincia di Brindisi. Ma questo è il nostro primo lavoro che ci vede vicini ma che ci ha portati qui e Genova, a Roma per il CinemAvvenire, a Pordenone al FilmMaker al Chiostro, a Caserta per il Cinema dal Basso e al Sarno Film Festval dove abbiamo ricevuto il Premio speciale.

Com’è nata l’idea del soggetto e perché la Puglia come location?
D:
Volevamo raccontare la storia di un padre di famiglia. Ma di un padre particolare, dalla duplice anima che oscillasse tra la forza e il dolore, tra la tenacia e lo sofferenza interiore. E il paesaggio pugliese pensiamo che rappresenti al meglio la sottile linea di confine tra questi due sentimenti. Fatta di mare e di campagna, di contadini e turisti, la vediamo come la terra di confinibus che perde il suo orizzonte tra gli infiniti uliveti. E il protagonista Vito (Teodosio Barresi) l’abbiamo subito scelto appena arrivato al casting. È bastato uno sguardo per capire che era quello giusto per noi. E ha vinto già due premi come miglior attore.

Il significato molto spesso nella vostra pellicola s’intreccia con il significante. La forma diviene il contenuto e viceversa… chi dei due ha scritto la sceneggiatura?
D:
Insieme, abbiamo unito i pezzi giorno dopo giorno. Forse il momento nel quale si nota di più la tua riflessione è nello scambio di battute al buio della notte tra il Vito che sussurra al giovane straniero: “Non suonare il violino, qui non cresce più nulla”, e il ragazzo che risponde: “Qui in Italia non volete violini ma solo forze umane per lavorare”.

A proposito del violino…le musiche completano l’atmosfera di nostalgia e malinconia. Chi è l’autore?
A:
Dobbiamo ringraziare Fabio, il fratello di Dario che le ha composte e arrangiate appositamente per noi come la “Sonata di Icaryo”.

Quali sono stati i tempi della produzione?
D:
Premettendo che parallelamente al film abbiamo portato avanti anche altri progetti, c’è voluto un anno per scriverlo, quattro cinque giorni per girarlo, e alcuni mesi per montarlo.

Progetti futuri?
Uno spot per la sanità, ma ancora non possiamo dire di più.

Emanuele, leggiamo dalla tua biografia la forte presenza di Londra negli studi. Perché hai deciso di studiare e fondare poi la tua casa di Produzione fuori Italia?
Perché credo che purtroppo nel nostro Paese manchi la meritocrazia. Non va avanti chi ha le idee ma chi riesce a posizionarle al posto e nel momento giusto. E poi c’è un problema alla base, il mercato della produzione italiana ha dei costi elevatissimi e quindi risulta difficilissimo da considerare e intraprendere per i giovani film-maker. Forse è anche per questo che qui il regista deve aspettare i 36 anni a confronto dei 22 di un ragazzo inglese per iniziare a fare sua l’attività produttiva.

Veniamo al tuo corto, perché Cuba e lo sport?
Il progetto nasce dal Concorso Havana Film Project che mi ha commissionato la scrittura e regia di un cortometraggio di 6 minuti sull’Havana per Havana Club. Riguardo al soggetto a causa dei divieti imposti da Cuba, non potevo toccare argomenti che riguardassero situazioni politiche e così ho seguito una delle mie passioni, lo sport. L’idea vedeva il percorso inverso della storia, ossia il bambino che dai primi passi nel baseball diviene un campione, ma il protagonista non poteva essere un minorenne dato il soggetto che ha promosso il Concorso.

Più che l’attenzione sull’attività sportiva in cosa si può trovare la vera essenza della pellicola?
Si, lo sport fa solo da cornice. La storia vuol essere quella di una profonda spiritualità e immensa umanità che caratterizza l’individuo cubano. Il passaggio dell’amore per lo sport di generazione in generazione. È stata un’esperienza ricchissima sotto questo punto di vista. I cubani ti emozionano in un secondo, sono persone meravigliose. E i protagonisti non erano attori ma reali giocatori di baseball, il grandissimo Agustin Marquetti e il più piccolo Yoel Mestre.

Tempi di pre e post produzione?
Due settimane per le selezioni del concorso, altre due per il lavoro di pre-production e solo due giorni per girarlo. Nel complesso mi ha occupato da Ottobre a Dicembre 2010. Il lavoro più veloce della mia vita! Però, la scena girata in Canon 5D ha richiesto sei giorni di grade color, volevo dare una grandissima intensità ai colori degli oggetti ripresi.

Progetti in cantiere? Mai pensato a un lungometraggio?
Si, ne ho due ma posso dire solo il contenuto del primo, il precariato italiano visto da tre figure diverse di cui una è l’artista; il secondo invece è ambientato a Londra.

Matteo, guardando il tuo documentario mi è venuto in mente il grande resista N.Philibert. Ti sei particolarmente ispirato a lui?
Non solo, devo dire che ho visto molto di Wiseman. Ecco, da lui ho tratto l’insegnamento di stare ad osservare e cogliere nel quotidiano gli elementi che poi andranno a costruire la trama del film.

Qual’è stata l’accoglienza della scuola e il rapporto con i ragazzi?
La preside si è presentata favorevole alla mia iniziativa, che è nata mentre ero già in quella scuola professionale di Bologna per un documentario istituzionale. Poi, dal rapporto che ho stretto con i ragazzi, un giorno,ho deciso di portare in classe una telecamera. Loro erano entusiasti e curiosi, poi con il passare delle settimane non badavano più alla sua presenza. Il film però non gliel’ho fatto vedere. E la Preside, per una questione di immagine della scuola, non è ovviamente tanto più positiva al lavoro. Ma è molto comprensibile dal momento che l’immagine in Italia assume giorno dopo giorno sempre più rilievo.

Dal documentario istituzionale a quello di creazione…il passaggio?
Quando mi sono trovato in quella scuola i giorni passano velocemente e la conoscenza con l’ambiente e le sue dinamiche diveniva sempre più grande. Poi, nella routine dei ritmi scolastici scopri alunni davvero particolari, dalle storie che un film non basta per raccontarle ma perlomeno ci prova. Ho passato parecchio tempo con Nid, il ragazzino protagonista, mi sono appassionato della su passato, del suo essere presente e assente contemporaneamente, del suo vivere di insicurezze e amicizie. In due mesi di lavoro mi sono accorto di molti tratti del suo carattere che rimangono oscuri in una prima conoscenza perché celati dietro il suo essere un po da furbetto.

Le musiche sono quelle del Collodi di Pinocchio…una scelta in virtù del soggetto?
Si. L’elemento pedagogico è il filo rosso del film. I problemi dell’istruzione, dell’educazione e dell’adolescenza sono sempre più attuali. Quanti burattini dispettosi ancora da trasformare in bambini perbene; in problema è capire il giusto strumento per tagliare quei fili invisibili che tengono su le marionette.

(di Chiara Accogli)

Postato in 14° Genova Film Festival, SC-Festival, Spazio Campus.

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