Intervista a Oreste De Fornari


oreste de fornari

Oreste De Fornari (Foto di S. Bianucci)

Il fascino che ancora oggi esercita il cinema americano classico lo si deve soprattutto a due elementi che molte volte si fondano tra di loro: glamour (magia) e understatement (minimizzazione, sobrietà).

Almeno così afferma il critico cinematografico Oreste De Fornari nell’ultima fatica letteraria, Classici americani, edito da Le mani, in cui raccoglie recensioni e medaglioni scritti nell’arco di circa trent’anni su registi come John Ford, Vincente Minnelli, Billy Wilder, Alfred Hitchcock, tanto per citarne alcuni.

Prima della proiezione de Le catene della colpa (J. Torneau, 1947), il libro è stato presentato il 28 giugno alla 14esima edizione del Genova Film Festival, alla presenza dello stesso autore, dell’editore Francangelo Scapolla e del critico Aldo Viganò.

classici americani

Classici americani è un libro grande in tutti i sensi, grande perché sono 367 pagine fitte, grande perché analizza la storia del cinema americano del periodo classico e grande perché lavora su una dimensione cronologica precisa, dal 1939 al 1968” afferma Viganò, il quale ribadisce che questo “è un libro di un cinephile più che di un critico, parla di contenuti e personaggi, non d’inquadrature e di strutture di montaggio”.

“Soffermarsi su questi aspetti in un libro diventa noioso per il lettore, il linguaggio filmico è meglio spiegarlo con l’aiuto delle immagini che lo compongono” spiega De Fornari.

“La nostra è l’ultima generazione che ha pagato il biglietto per vedere questi film in una sala cinematografica, quelle che sono venute dopo li hanno visti nelle scuole e nelle università. Noi abbiamo avuto un rapporto di quotidianità con questi film, i più giovani invece li hanno studiati fin da subito” dice De Fornari.

Viganò aggiunge che “questo libro è come un diario, dove pezzo dopo pezzo costruisci la vita della persona che l’ha scritto. In tal caso, scheda dopo scheda si ricompone la vita di un cinefilo”.

Classici americani” dice l’editore Francangelo Scapolla, “è una lettura rilassante, perché parla di un tipo di cinema che trasmette serenità, ottimismo e voglia di fare”.

“Sotto la sua semplicità” ribadisce l’autore “il cinema americano nasconde una certa complessità e profondità”.

Prima della conferenza con il pubblico, abbiamo incontrato De Fornari per una breve intervista, in cui si è parlato del saggio e del cinema americano in generale.

Com’è nata l’idea di questo libro?
Si è fatta da sé. Ho scritto queste recensioni dal ‘79 fino ad oggi, alcune per una rivista spagnola (Dirigo por…), altre per l’Italia, ma mentre lo facevo sapevo già che erano destinati far parte di una specie di mosaico.

Credo inoltre che a molte persone piacerebbe scrivere un libro tipo Les films de ma vie di Truffaut, raccogliere cioè gli scritti sui film e sui registi che hanno amato di più, che nel mio caso coincidono proprio con la Hollywood dell’era classica.

A proposito, com’è il suo rapporto con questo cinema?
È un rapporto di appartenenza, posso dire che la cinematografia classica americana è stata un po’ la mia parrocchia, la mia tribù.

Faccio parte di quei provinciali europei che si sono nutriti per l’80% o il 90% di cinema americano, che sono cresciuti guardando e ammirando quei film.

In seguito l’ho studiato e, per un certo periodo, ho anche cercato d’imitarlo, naturalmente senza riuscirci.

I capitoli del suo libro si riferiscono quasi sempre ai nomi degli autori. Quanto parlare di autori è limitante quando ci si riferisce ad Hollywood?
Quando si parla di autori è meglio usare molte cautele. Infatti, gli sceneggiatori, gli attori, i produttori e persino la censura influiscono moltissimo sul risultato del film.

Questo vale anche per il cinema europeo, dove l’autore è più riconosciuto ed evidente, in cui il regista è molto più “star”. Ad esempio, sappiamo benissimo che i film di Fellini senza un attore come Marcello Mastroianni o uno sceneggiatore quale Ennio Flaiano non sarebbero certamente gli stessi.

In questo senso, i collaboratori di un regista diventano, di fatto, i co-autori del film.

Vede nel cinema americano di oggi una continuità con l’era classica?
Solo in parte. Ci sono certamente autori che proseguono nella classicità, come ad esempio Clint Eastwood, che ammiro molto.

Altri registi sono invece troppo surrealisti e talvolta persino deliranti, per poter essere definiti classici, penso ad esempio ai fratelli Coen e a David Lynch, che non amo molto, ma anche ai barocchi Scorsese e Coppola, i quali a volte realizzano comunque dei buoni film.

Stasera verrà proiettato Le catene della colpa di Jacques Tourneur, ci può parlare del suo rapporto con questo film?
Le catene della colpa è il noir più amato dalla mia generazione. Anche se classico e sobrio, il film è molto ipnotico e onirico, grazie all’uso del flash back e ad un attore come Robert Mitchum. È un noir che però è stato sottovalutato per molto tempo e scoperto solo alla fine degli anni ’60.

Anni fa si è fatto una sorta di referendum in cui si chiedeva di votare il miglior noir della storia del cinema e ha vinto proprio l’opera di Tourneur.

(Juri Saitta)

Postato in 14° Genova Film Festival, SC-Festival, Spazio Campus.

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