Francis Ford Coppola


Francis Ford CoppolaL’annuncio che Francis Coppola sta lavorando per realizzare un nuovo film dopo oltre quattro anni di silenzio non può che riempire di gioia gli appassionati di cinema, che temevano di avere definitivamente perduto il suo straordinario talento: quello che più di ogni altro ha concorso a giustificare i miei ultimi trent’anni trascorsi davanti al grande schermo. L’annuncio ha un titolo: Megalopolis e riporta alla ribalta un progetto coltivato da tanto tempo. Diceva Coppola al tempo delle riprese del suo straordinario, emozionante e disperato Dracula: “E adesso che cosa mi riserva il futuro? Mi piacerebbe aver pronto Megalopolis per la fine del 1996, ma prima che possa diventare realtà ci sarà un grosso lavoro di scrittura da fare”. E il tempo è trascorso, portando con sé due film su commisione (Jack e L’uomo della pioggia) non privi di qualità, ma non corrispondenti alle continue ansie di rinnovamento del più audace e inventivo regista hollywoodiano.

Coppola, l’instancabile sperimentatore all’interno di un sistema tenacemente conquistato e continuamente perduto, promette ora di realizzare un film che costa 65 milioni di dollari, ma che risplenderà come se ne fossero stati spesi il doppio. E si tratta di una promessa che fa sperare il meglio, perché Coppola ha bisogno di pensare in grande per dare il meglio di sé: proprio come alcuni dei suoi più memorabili personaggi, da Tucker a Dracula.

Ha detto una volta ilregista del Padrino: “Ho la sensazione che sia un sistema di emozioni a reggere l’essere umano; mi piacerebbe scrivere sceneggiature originali che esplorino questo sistema emozionale e sappiano utilizzare il suo linguagio per raccontare le proprie storie”. E, coerentemente, tutte le sue opere migliori, dopo un periodo di apprendistato durato quattro film poco significanti, si collocano sul versante di sempre nuove emozioni narrative e stilistiche. Coppola l’emotivo, quindi.

Tutto il suo cinema chiede di essere letto alla luce delle emozioni umane, le quali variano continuamente in rapporto all’oggetto rappresentato e, pertanto, chiedono di concretizzarsi sullo schermo in forme sempre nuove. La dimensione autoriale di Coppola non sta nell’armonia di una “poetica” immediatamente razionalizzabile, ma nella ribollente tensione di chi vuole comprendere il mondo spettacolarizzandolo.

Con la complicità di Conrad, Apocalypse Now eleva la “sporca guerra” a metafora universale della ricerca della verità e di se stessi; mentre Giardini di pietra ne ha illustrato dieci anni dopo i tragici riflessi sulla coscienza di chi l’ha vissuta da lontano. Rusty il selvaggio racconta con gli epici toni di un’Iliade metropolitana la fine della gioventù e, insieme, il tramonto di quella effimera forma di aggregazione rappresentata dalle bande giovanili. Tucker ribascisce il diritto di voler cambiare il mondo e Il Patrino Parte III affonda nel melodramma e nella malinconia personale la più grandiosa e tragica saga che il cinema abbia saputo consegnarci. Le emozioni di Francis Ford Coppola investono la realtà e la elevano alla dimensione del mito, ricercando ogni volta, con sofferta tenacia, l’unica forma espressiva che a quel particolare mito conviene: l’impaginazione classica per Peggy Sue s’è sposata o per Giardini di pietra; il grande respiro ottocentesco, tra Blazac e l’opera lirica, per la trilogia del Padrino; l’irruenza wagneriana s’addice a Apocalypse Now come il vertiginoso espressionismo a Rusty il selvaggio o il ritmo da jam-session a Cotton Club; Tucker vince l’audace scommessa di chi vuole coniugare Orson Welles con Frank Capra; mentre lo sperimentalismo maniacale di La conversazione prelude a quello esaltante, ma finanziariamente suicida, di Un sogno lungo un giorno.

Come tutti i grandi sentimenti e le più autentiche emzioni il cinema di Coppola sfugge alle classificazioni. E’ e basta. Non ha bisogno di altro che se stesso per essere compreso. Fedele all’insegnamento dei maggiori registidella mitica Hollywood, Coppola ribadisce con tenacia e con orgoglio l’autonomia del linguaggio cinematografico e, così facendo, non cessa mai di andare alla ricerca dell’uomo, protagonista assoluto delle sue storie chene raccontato con commossa partecipazione gli stati d’animo, i comportamenti e i sogni.

(di Aldo Viganò)

Chi è
Francis Ford Coppola nasce il 7 aprile 1939 a Detroit nell’ospedale Henry Ford, da cui prende il suo secondo nome. Il padre Carmine è musicista ed è giunto negli Usa suonando il flauto nell’orchestra di Toscanini, la madre Italia fa l’attrice ed è figlia del compositore napoletano Francesco Pennino. Studia all’Accademia militare di Cornwall on Hudson e poi al liceo di Great Neck nel New Jersey. Nel 1955, s’iscrive all’università di Hofstra, dove dirige con grande successo il gruppo teatrale, si occupa di cinema e scrive alcuni racconti per la locale rivista letteraria. Ottenuto il diploma di studi teatrali, nel 1959 entra alla scuola di cinema della University of California of Los Angeles. Nel corso degli studi, entra in contatto con la factory di Roger Corman dove inizia la sua carriera professionale: dapprima come collaboratore di piccoli film anche erotici; poi come aiuto sceneggiatore, assistente alla regia e produttore associato; infine come regista di Dementia 13. In seguito alla vittoria del premio Samuel Goldwyn riservato alla migliore sceneggiatura (Pilma, Pilma) scritta da uno studente dell’UCLA, Coppola firma un contratto con la Seven Arts. Il suo incarico va dalla scrittura di testi, ai rapporti con gli attori e a qualche responabilità di gestione finanziaria. Con Buttati Bernardo! arriva anche il tempo della regia. Nel 1969, fonda a San Francisco l’American Zoetrope, centro di produzione indipendente frequentato tra gli altri da George Lucas, John Milius e Martin Scorsese. La sua carriera di produttore cinematografico fa registrare alti e bassi. Molto più sicura e redditizia quella di produttore di vino, alla quale si è dedicato in prevalenza negli ultimi anni.

Una famiglia per il cinema
Papà Carmine ha firmato la musica di molti suoi film; di cui la sorella Talia Shire è stata più volte tra gli interpreti, anche se ha raggiunto la celebrità soprattutto con Rocky; la moglie Eleonor lo ha accompagnato nell’avventura di Apocalypse Now scrivendone un libro-diario e contribuendo alla realizzazione del documentario sulla sua lavorazione; il nipote Nicholas Kim, figlio del fratello maggiore August, insegnante universitario di letteratura comparata, è stato lanciato nel cinema da Rusty il selvaggio ed è diventato famoso con il nome di Nicholas Cage; il figlio Roman è stato accompagnato da tutta la famiglia all’ultimo festival di Cannes per il suo esordio alla regia con C.Q.; e la figlia Sofia, esordiente neonata sullo schermo nella sequenza del battesimo del Padrino, sembra aver trovato la propria strada sulle orme paterne, dapprima come regista di Lick the Star (1998) e poi di Le vergini suicide (1999).

Il senso della famiglia, che attraversa sublimandosi tutto il cinema di Francis Coppola, trova nella sua esistenza personale un clamoroso riscontro. Non è solo una questione tematica, ma qualcosa che attiene al tono di tutti i suoi film, che è sempre quello di cui sono fatti i miti. Nel bene e nel male. Per una riprova basti riscoltare le interviste televisive sue e dei suoi famigliari, sia quando si evocano gli incontri di Carmine con Toscanini o quelli del padre d’Italia con Caruso, sia quando Talia (la caduta della “i” iniziale fu decisa casualmente all’anagrafe) ricorda i suoi furori di adolescente nei confronti dei genitori o nei rapporti con i troppo ingombranti fratelli maggiori. Miti. Senza eroismo, ma fatti di tenerezza della memoria e di senso patetico delle relazioni umane. Proprio come il suo cinema, sempre caratterizzato dalla volontà dei protagonisti di stare insieme agli altri, di riconoscersi in uno strutturato gruppo sociale.

Cinema di clan è stato detto, impropriamente. Di fatto, un cinema sempre inteso come solidale esperienza collettiva, confortato dal sicuri riconoscimento dell’altro. Ecco allora Carmine chiamato ad affinacare Ronald Stein in Torno a casa stasera, Nino Rota in Il Padrino Parte II e se stesso in Apocalypse Now o promosso a unico responsabile delle musiche per Giardini di pietra, Il Padrino Parte III o per il restauro del Napoleon di Gance; la madre accettata a fare da controfigura della morta nella scena del funerale del Padrino; la figlia Sofia testardamente imposta nel ruolo della figlia dell’ultimo Michael Corleone; ma anche il piacere di avere sovente al proprio fianco come assistente il figlio Roman (classe 1966) o quel tragico ripiegarsi della sua visione del mondo dopo il fatale incidente occorso sugli sci d’acqua al figlio Gio (Giancarlo), il cui ricordo sottende lo splendido Giardini di pietra.

Poi i figli diventano grandi, ma papà Francis non esita mai ad essere al loro fianco. Della “piccola” Sofia (nata nel 1971) quando sceglie di mettere in scena Le vergini suicide (un altra storia di famiglia) e poi anche di Roman, quando egli decide infine di mettersi personalmente alla prova con C.Q.

Filmografia
1963:
Terrore alla tredicesima ora (Dementia 13)
1966: Buttati Bernardo! (You’re a Big Boy Now)
1968: Sulle ali dell’arcobaleno (Finian’s Rainbow)
1969: Non torno a casa stasera (The Rain People)
1972: Il Padrino (The Godfather)
1974: La conversazione (The Conversation) – Il Padrino Parte II (The Godfather, part II)
1979: Apocalypse Now
1982: Un sogno lungo un giorno (One From the Heart)
1983: I ragazzi della 56a strada (The Outsiders) – Rusty il selvaggio (Rumble Fish)
1984: Cotton Club (The Cotton Club)
1986: Peggy Sue si è sposata (Peggy Sue Got Married)
1987: Giardini di pietra (Gardens of Stone)
1988: Tucker, un uomo e il suo sogno (Tucker, the Man and his Dream)
1989: La vita senza Zoe (Life without Zoe – episodio di New York Stories)
1990: Il Padrino parte III (The Godfather, Part III)
1992: Dracula di Bram Stocker (Bram Stoker’s Dracula)
1996: Jack
1997: L’uomo della pioggia (The Rainmaker).

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