Karlovy Vary KVIFF 2023 – Intervista a Sofia Alaoui

Di Massimo Lechi.

Presentato alla cinquantasettesima edizione del Karlovy Vary International Film Festival (30 giugno – 8 luglio 2023) nella sezione non competitiva Horizons, dopo il premio a Sundance e il passaggio in altre prestigiose manifestazioni cinematografiche del circuito, Animalia è il lungometraggio d’esordio della promettente filmmaker franco-marocchina Sofia Alaoui.

Un’opera prima ambiziosissima e di grande forza visiva (davvero splendida la fotografia di Noé Bach), difficilmente catalogabile nella sua eccentricità, capace di fondere con sorprendente disinvoltura fantascienza, road e disaster movie, enigmatica riflessione spirituale e critica frontale alla società marocchina contemporanea. Al centro, il personaggio di Itto (Oumaima Barid, un’attrice da tenere d’occhio), donna di origini berbere sposata a un ricco figlio di papà, che un giorno vede arrivare il Giudizio Universale sotto forma di un inspiegabile evento paranormale, la formazione tra i monti dell’Atlante di un gigantesco flusso di energia aliena che pare unire cielo e terra. Sola, sconvolta, isolata dal resto del mondo e incinta, la giovane abbandona la villa di famiglia a pochi chilometri dal luogo della catastrofe e inizia un pericoloso viaggio verso la salvezza, mentre gli animali impazziscono e il Marocco si rivolge a Dio in cerca di protezione.

 

Animalia è un film decisamente insolito nel panorama del cinema maghrebino. Ma tu stessa, in fondo, hai una storia del tutto particolare: sei franco-marocchina, ma cresciuta in Cina.

Sì, infatti il tema dell’identità mi ha inseguita per lungo tempo. Per i francesi non sono francese e per i marocchini non sono marocchina. Anche se devo dire che i marocchini, essendo molto patriottici, mi accettano più di quanto non facciano i francesi… (sorride) In Cina sono cresciuta a contatto con persone e stili di vita diversi, circondata dalle differenze. Una volta tornata in Marocco, da adolescente, mi sono dovuta invece confrontare con il pensiero unico. In Marocco devi credere in determinate cose, devi essere in un determinato modo, soprattutto se sei donna, e non puoi mettere in discussione nulla. Questo mi frustrava profondamente.

Avevi visto che c’erano altre opzioni, altri modi di vivere.

Esatto. Dovresti essere libero di scegliere: abbiamo una sola vita, e di solito è breve, anche se possiamo arrivare a settanta o ottant’anni. Quando ti impongono tutte queste regole sociali e religiose, come fai a capire chi sei e chi vorresti essere? La ricerca, profonda, della vera me è stato il primo passo.

È stato questo a spingerti verso il cinema?

Mi riferisco ad Animalia in particolare. Il cinema è qualcosa con cui sono entrata in contatto in Cina. Lì vivevo da sola con i miei genitori – ho un fratello, ma ha sedici anni più di me – e la piccola camera che possedevo era uno strumento per comunicare tra noi, per filmarci, specie quando viaggiavamo. Essendo una bambina solitaria, la mia immaginazione correva: intorno ai nove-dieci anni ho iniziato a girare i primi cortometraggi. Le domande sull’identità sono emerse piano piano.

Animalia si ispira a un tuo precedente cortometraggio di notevole successo, So What If the Goats Die, del 2020.

Questo è vero, ma i due film non hanno lo stesso protagonista. La tematica è la stessa, anche se molto più sviluppata in Animalia, che è incentrato su una donna e sul conflitto di classe – elementi non presenti nel cortometraggio. So What If the Goats Die era una prova del genere di film che volevo fare da regista, un modo per tentare di realizzare le cose che amavo e trovare la mia voce. Ricordo che quando abitavo a Parigi un produttore mi aveva avvicinata perché avevo questo esotico nome arabo e mi aveva proposto di girare un cortometraggio sulle periferie…

Le banlieue in fiamme.

Ma io non ero cresciuta nelle banlieue, non erano quelle le mie storie! Mi avevano incasellata… Non so quale sia la tua opinione sull’industria cinematografica, ma io ho la sensazione che in Europa e in Francia – e in certi festival, naturalmente – si cerchi un tipo di cinema che io davvero non voglio fare. A me piacevano Tarkovskij e Lars Von Trier: la mia cinefilia non c’entrava con il mondo arabo. Volevo sì mettere in discussione la mia società, ma non con dei drammi sociali realistici.

L’elemento soprannaturale è problematico nel contesto del cinema arabo e del sistema delle co-produzioni con l’Europa, secondo te?

All’epoca, sì. I produttori non riuscivano ad accettarlo. Adesso invece è trendy.

La scelta di unire critica sociale e cinema di genere mi sembra piuttosto interessante, e intelligente.

All’inizio non mi ero prefissata di fare un film di genere, anche perché non sono una fan della fantascienza. È stato qualcosa di più spontaneo. Avevo il tema generale e il ricordo di un mio viaggio in Islanda, durante il quale, per tre mesi, nel deserto di ghiaccio, avevo sentito un legame con quel paesaggio spoglio e assistito all’aurora boreale. Il viaggio è stato molto importante, per la parte paranormale e la rappresentazione degli alieni. Animalia è un’opera prima e ha tante cose che mi piacerebbe rifare diversamente, ma l’idea alla base di esso era quella di fare un film in grado di criticare la società marocchina in un modo che risultasse accettabile da tutti. Non mi piace chi ricorre allo choc per dimostrarsi impegnato: se davvero vuoi cambiare una società, devi cercare un dialogo con le persone, devi coinvolgerle nel processo. Bong Joon-ho ha fatto molti grandi film in questo modo.

Il tema di fondo, sintetizzando, è la ricerca di libertà della tua protagonista?

Itto è schiacciata nel ruolo di donna perfetta impostole da una società estremamente dogmatica. Una società capitalistica in cui le persone sono disconnesse le une dalle altre e, come viene detto in una scena, il vero Dio che si prega è il denaro. Volevo che nel film qualcosa entrasse per disturbare e scuotere questa dannata società. È terribile essere così egocentrici, così ossessionati dai soldi mentre la nostra vita passa così velocemente, su questo piccolo pianeta, in un universo che non conosciamo. Chi siamo noi? Non siamo niente, e perciò dobbiamo essere umili. Mi sono divertita molto a girare Animalia, cercando di creare un linguaggio visivo. La casa in cui vive Itto è sfarzosa, scintillante, ha un giardino magnifico con una piscina, e tutto intorno non c’è che il deserto – niente alberi, niente fiori, il nulla. Penso che questa immagine dica molto sia del mio film sia della nostra incapacità di vedere ciò che ci circonda.

Tutto questo lo racconti, appunto, attraverso il percorso di Itto. La sua evoluzione, se così vogliamo chiamarla, è legata anche al cambiamento del suo rapporto con la religione.

In Marocco Dio è un padre, un padre che ti punisce o che ti concede qualcosa se fai qualche azione positiva: è così e devi accettarlo, anche se non ne capisci il motivo. La maggior parte delle persone non leggono il Corano, non sanno nulla di spiritualità: la religione è solo una questione di regole. Io ho letto un sacco di meravigliosi testi islamici spirituali, nei quali ho trovato scritto un pensiero che mi piace molto: scopri chi sei, perché Dio è in te, è in ognuno di noi. L’idea è di trovare il senso delle cose.

Da questo punto di vista il tuo film ha un che di orientale, come se ci fosse un’influenza del pensiero buddista.

Del taoismo, forse… (sorride)

Alla fine Itto sembra superare il monoteismo: guarda il cielo e si interroga sulla forza che unisce le cose e le persone. È una presa di posizione piuttosto forte, credo, da parte tua.

Non so, non ho davvero idea di come verrà accolto il film in Marocco… Ho cercato di essere onesta. Spero di aver fatto un film visivamente poetico, che non offenda gli spettatori ma permetta loro di accettare il viaggio della mia protagonista e di interrogare sé stessi, in maniera intima.

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