“Gloria mundi” di Robert Guédiguian

di Aldo Viganò.

Sono molti anni ormai (almeno sin dai tempi di “Marius e Jeannette” del 1997) che il marsigliese Robert Guédiguian mette in scena la sua “commedia umana proletaria”, interpretata da un fedele terzetto d’attori composto dalla moglie Ariane Ascaride, con Gérard Meylan  e Jean-Pierre Darroussin.

Questa volta il film racconta di un’intera famiglia che cerca di sopravvivere pur in modo precario sullo sfondo appunto di Marsiglia che come tante altre città nel mondo si sta trasformando con la nascita dei grattacieli e con il conseguente respingimento della classe operaia dal centro alla periferia.

È appunto in questa città in via di radicale cambiamento che abitano i coniugi Benar, interpretati da Ariane Ascaride e Jean Pierre Darroussin (lui, nel ruolo di Richard, fa l’autista di autobus pubblici, mentre lei, in quello di Sylvie, cerca di guadagnare qualcosa in più facendo le pulizie notturne in un edificio pubblico), con le loro due figlie: Mathilda (Anais Demoustier), nata dal primo matrimonio di Sylvie e sposata con Nicolas (Robinson Stévenin), che con difficoltà cerca di mettersi in proprio come autista di Uber, e la sua sensuale sorellastra Aurore (Lola Maymark), la quale gestisce con il poco fedele marito Bruno  (Grégoire Leprince-Ringuet), e con metodi da usuraia, un negozietto di compra-vendita.

La vicenda di questo poco sereno nucleo familiare ha inizio con la nascita “in diretta” di Gloria, la figlia di Mathilda e Nicolas, e con il conseguente invito che i Benar fanno a Daniel (Gérard Meylan), il primo marito di Sylvie, di venire a conoscere la nipotina: cosa che egli fa dopo di aver ottenuto un permesso dal carcere dove da anni è rinchiuso con una lunghissima pena per un omicidio compiuto quasi casualmente.

Il film che Robert Guédiguian ne deriva è forse scritto in modo un poco più schematico dei suoi precedenti e si sviluppa con toni anche più pessimisti del solito, ma nel suo insieme conferma la grande capacità del quasi settantenne regista di raccontare con sintesi, guardando con profonda umanità le relazioni e il comportamento dei vari personaggi e sortendone un’opera comunque sempre molto personale, anche in virtù del fatto che questi esseri umani emergono con chiarezza sullo sfondo onnipresente di una Marsiglia mai così cupa e minacciosa.

Nelle strade della nuova città, attraversate con sguardo attonito da Daniel che non le vedeva ormai da anni, è in corso infatti non solo la trasformazione urbanistica prodotta dal trionfante neo-liberismo, ma accade anche, sempre più sovente, di incontrarvi minacciose pattuglie di soldati con il mitra spianato.

Marsiglia è diventata una città per molti versi irriconoscibile agli occhi di Daniel, anche perché Guédiguian la mette si scena come una metropoli ormai ostile, dove il pericolo sembra sempre dietro l’angolo, con il porto ridotto a canale e privo della sua attrattiva turistica. Un luogo dove anche la solidarietà è sempre più assente, come testimoniano non solo il feroce pestaggio cui Nicolas, aspirante padroncino di Uber, viene sottoposto dai tassisti, ma anche i rapporti di Aurore con i clienti del suo negozio o la scelta di Sylvie di non partecipare allo sciopero indetto dai sindacati, per non perdere una giornata di stipendio.

Ne nasce così un’opera fondamentalmente pessimista, che ha però il pregio di saper mettere in scena in modo umano (privilegiando lo sguardo di Daniel) una società sempre più disumana. Ancora una volta, infatti, confermando la sua capacità di dirigere gli attori (Ariane Ascaride è stata premiata come migliore attrice alla Mostra di Venezia) e di raccontare il diverso comportamento generazionale di fronte alle difficoltà della vita, Guédiguian rimane fedele al suo modo di fare del cinema insieme ideologico e privato.

Un cinema il suo che è insieme classico e moderno. Fatto di film che altrove hanno forse un equivalente solo in alcune opere di Ken Loach o dei fratelli Dardenne e anche proprio per questo non rinuncia mai a quel “ottimismo disperato” che attraversa e caratterizza tutta la sua filmografia. un “ottimismo disperato” che in questo caso viene sapientemente testimoniato sia dalla lunga sequenza iniziale della nascita “dal vero” della piccola Gloria, sia dalla scelta di Daniel di assumersi la colpa dell’inatteso finale tragico, venendo così a costituire un ossimoro narrativo che trova infine una sintetica contestualizzazione nella citazione che, messa in coda, risuona non solo come una spiegazione del titolo dell’intero film, ma anche come una sua estrema speranza: «Sic transit gloria mundi».

 

 

 

GLORIA MUNDI

(Gloria mundi, Francia-Italia, 2019)  regia: Robert Guédiguian – soggetto e sceneggiatura: Robert Guédiguian e Serge Valetti – fotografia: Pierre Molon – musica: Michel Petrossian – scenografia: Michel Vandestien – costumi: Amme-Marie Giacalone – montaggio: Bernard Sasia.  interpreti e personaggi: Ariane Ascaride (Sylvie Benar), Jean.Pierre Darroussin  (Richard Benar), Gérard Meylan (Daniel), Anais Demoustier (Mathilda), Robinson Stévenin (Nicolas), Lola Naymark (Aurore), Grégoire Leprince-Ringuet (Bruno).  distribuzione: Parthénos – durata: un’ora e 47 minuti

 

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