“The Beast of the City” (1932) di Charles Brabin

di Renato Venturelli.

Uscito in Italia come Il pericolo pubblico n.1, The Beast of the City è uno dei pochissimi film degli anni ’30 indicati come noir da Alan Silver & Elizabeth Ward fin dalla prima edizione del 1979 del loro “Film Noir – An Encyclopedic Reference to the American Style”.

L’autore della voce, Dennis L. White, lo proclama polemicamente fin dalla prima riga (“is a noir film and an easily miscategorized one”), usando il film come spunto per contestare l’etichetta di “gangster film” utilizzata per opere molto diverse tra loro, solo per il fatto che affrontano la malavita organizzata di quel periodo. White sostiene che bisognerebbe ricorrere a una categorizzazione più ampia, anche perché poi all’interno della formula si ritrovano come protagonisti non solo gangster, ma di volta in volta anche poliziotti, giornalisti, politici.

Il film nasceva dalla volontà di Thalberg di realizzare anche alla MGM quel tipo di prodotto che era improvvisamente esploso con il successo di Piccolo Cesare ed era sfruttato in particolare dalla Warner, ma voleva distinguersi fin dalla scritta iniziale, una frase attribuita a J.Edgar Hoover in cui si sostiene che il cinema dovrebbe celebrare non i gangster, ma i poliziotti che rischiano la vita per combatterli.

E The Beast of the City celebra appunto la figura del cap. Jim Fitzpatrick, energicamente interpretato da Walter Huston, poliziotto integerrimo dai metodi duri e sbrigativi. La sua intransigenza nella lotta contro il crimine lo fa trasferire in un anonimo commissariato di periferia, ma quando riesce ad arrestare i responsabili di una rapina diventa un eroe da prima pagina e viene promosso dal sindaco capo della polizia. In tale veste, condurrà una lotta incalzante contro il boss della città (Sam Belmonte, interpretato da Jean Hersholt), senza fermarsi nemmeno davanti alla corruzione del proprio fratello.

Nato per celebrare la polizia contro il mito del criminale affermatosi con gli Edward G.Robinson e i James Cagney, The Beast of the City esegue il suo compito con una prima mezz’ora condotta a ritmi vorticosi, esaltandosi nel mostrare le imprese quotidiane degli agenti, imprimendo al racconto un dinamismo ininterrotto. Gli interpreti sono in continuo movimento, le auto sfrecciano nelle strade, i personaggi minori attraversano ogni inquadratura, la macchina da presa passa continuamente da un personaggio all’altro, l’uso del sonoro moltiplica gli effetti ambientali. Una rapina in banca non viene descritta in modo ordinato nel suo svolgimento: la sequenza comincia quando i poliziotti vengono avvertiti, arrivano sul posto con l’auto, scatenano l’inseguimento in esterni reali, uccidono un criminale tra i cortili di periferia e arrestano il suo complice. Quando tre poliziotti vanno a cercare il boss in un locale notturno, escono tra le urla di scherno dei presenti. E anche quando il protagonista rientra finalmente a casa, tra moglie e figli, non si ferma un attimo: abbraccia la moglie, sale le scale, discute, s’incrocia continuamente col fratello poliziotto mentre in bagno si lava prima di uscire.

Questo dinamismo incessante, l’impiego frequente di esterni, il brusco realismo dei personaggi e dei dialoghi, la mobilità della macchina da presa, la mancanza di musiche di commento all’azione costituiscono uno dei punti di forza del film, di cui la critica d’epoca riconobbe immediatamente l’efficacia. In aggiunta, Jean Harlow interpreta una cinica pupa del gangster, esibendosi anche in un’improvvisata danza erotica durante una scena a base di bevute di birra e dialoghi spigliati, mentre nel suo squallido appartamentino cerca di sedurre il poliziotto fratello del protagonista, sostenendo anche di non disdegnare il piacere dell’essere maltrattata. E il finale in cui Fitzpatrick/Huston va ad affrontare i gangster nel loro covo, preparandosi alla morte, ha un sapore da antica resa dei conti western, ma è anche una delle scene in assoluto più violente del cinema americano del decennio.

Scritto a partire da un soggetto di W.R.Burnett e girato col titolo di lavorazione The City Sentinel, ma poi distribuito malamente dalla MGM che lo trovava forse troppo crudo per il suo pubblico, The Beast of the City è un film di notevole impatto che racconta come i film di gangster il tragitto di ascesa e caduta di un personaggio, che però in questo caso è un poliziotto.

Al di là dell’universo di corruzione e violenza che descrive, proiettandoci in quell’underworld di pulsioni primarie che inquietava e affascinava gli spettatori, Dennis L.White sottolinea però l’elemento noir del film proprio nel personaggio centrale di Walter Huston: un poliziotto ossessivo, che travolge tutto e tutti, fino a trasformare la sua rigida rettitudine in un comportamento autodistruttivo e in conclusione suicida. Un personaggio in linea con i futuri ritratti in nero dell’ispettore Callaghan, o del Glenn Ford di Il grande caldo: la celebrazione del poliziotto integerrimo che affonda in un cupo ritratto psicologico.

 

 

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