Cannes 2019 – 4 : “The Wild Goose Lake” di Diao Yinan

di Renato Venturelli.

“Fuochi d’artificio in pieno giorno” aveva vinto il festival di Berlino ed era uscito nelle sale italiane, The Wild Goose Lake potrebbe essere il film della definitiva consacrazione per Diao Yinan, 50 anni, esponente della “sesta generazione” del cinema cinese.

Si tratta di un noir di grande elaborazione formale, fin dalla prima sequenza in cui un uomo attende nell’ombra, di notte, in una zona degradata di una grande città, e viene avvicinato da una donna misteriosa dai colori sgargianti, ripresa inizialmente come un’ombra attraverso un grande ombrello bianco. Flashback: una riunione in cui i partecipanti sono delinquenti che ascoltano come rubare i vari tipi di moto, poi si vedono attribuire le varie strade della città in cui devono commettere i furti durante la notte, parallelamente a una riunione dove i poliziotti si dividono a loro volta le zone da controllare…

Il protagonista è un criminale che durante una fuga ha ucciso un poliziotto, la donna che lo va a incontrare sotto la pioggia, chiedendogli una sigaretta, è una “bagnante”, cioè una delle prostitute che frequentano la zona del “lago delle oche selvatiche”, quartiere off-limits per la polizia, dove contano solo le regole della malavita. E il film è costruito come una lunga attesa della morte che rimanda non solo ai citatissimi noir americani e hongkonghesi, ma ancor più ai noir francesi con Jean Gabin, anche per il tipo di elabrazione formale.

Con qualche sospetto di compiacimento estetizzante, ma anche con grandi momenti in cui si osserva la città attraverso scambi di sguardi, angoli degradati in cui però pulsa la vita, momenti di sospensione, di attesa, di tensione: film di grandissima elaborazione formale che serve però a osservare la Cina di oggi attraverso uno sguardo schiettamente cinematografico.

Accoglienze migliori ottiene però Dolor y gloria, il film con cui Pedro Almodovar torna dietro la macchina da presa dopo l’esperienza in tono minore di “Julieta” (2016), unico suo film negli ultimi sei anni.  Si tratta di un’opera ostentatamente autobiografica, in cui Antonio Banderas viene usato come vero e proprio alter ego, uno scrittore e regista in crisi, che non riesce più a lavorare a causa dei problemi fisici che lo opprimono e della conseguente depressione. Lo suardo di Almodovar parte però dal presente per rivolgersi sempre più al passato, prima attraverso l’incontro con un attore con cui aveva rotto ogni rapporto da trent’anni, poi attraverso altre figure: ma soprattutto attraverso una serie di flashback che lo riportano all’infanzia, al rapporto con la madre (Penelope Cruz), alla scoperta della propria sessualità vedendo un giovane muratore nudo. Niente di particolarmente nuovo, e raccontato in modo meno sgargiante e più doloroso del solito: ma sono in molti a premere perché questa sorta di bilancio-confessione del regista stanco e malato possa finalmente fornire l’occasione per attribuire ad Almodovar la tanto attesa Palma d’oro.

Alla Quinzaine passa anche un altro film sugli zombie, molto più interessante di quello di Jarmusch che ha inaugurato il festival: è Zombie Child di Bertrand Bonello, che riparte da quel collegamento tra i riti vudù e il colonialismo occidentale ottocentesco che stavano già alla base del bel film Hammer di John Gilling “La lunga notte dell’orrore” (1966). Il film di Bonello ha poi ben poco a che spartire con la tradizione dell’horror, ma riparte dal caso autentico di Clairvius Narcisse studiato da Wade Davis in “Il serpente e l’arcobaleno” per costruire un racconto basato sulle vicende intrecciate che si svolgono tra Haiti (dove Narcisse è stato sepolto nel 1962 ma è stato poi ritrovato in vita anni dopo) e un liceo parigino dove studia una discendente di Narcisse, nipote di una “mambo” haitiana. Bonello accosta i diversi piani narrativi e stilistici, riflette sulla storia coloniale ma anche sull’intrecciarsi di vita e morte, realizza un film politico non sempre convincente, ma sempre stimolante: fino a concludere con “You’ll Never Walk Alone” sui titoli di coda.

 

Postato in Festival di Cannes.

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