Cannes 2019 – 3 : “Sorry We Missed You” di Ken Loach

di Renato Venturelli.

Giornata ricca per il concorso quella di giovedì 16, quando passano l’uno dopo l’altro al Lumière quattro film tutti a diverso titolo interessanti. Ad attirare l’attenzione è innanzitutto Sorry We Missed You di Ken Loach, ennesimo lucidissimo viaggio nell’inferno della società neoliberista.

Partendo dalla consueta documentazione riunita insieme a Paul Lagerty, Loach racconta qui uno dei suoi personaggi proletari che hanno passato tutta la vita a lavorare, esperti in ogni attività manuale, rigorosamente dediti al lavoro come naturale espressione della propria identità, ma sempre più costretti a muoversi in un orizzonte di umiliante precarietà.

Il suo protagonista finisce a fare l’autista  per le consegne di pacchi, ma a condizioni particolarmente feroci, dove tutti i rischi sono a suo carico. Deve acquistare il furgone col quale lavorare, vendere l’auto della moglie per poter pagare l’anticipo, garantire continua disponibilità senza però essere direttamente assunto dall’azienda e senza alcun tipo di garanzia, controllato in ogni movimento e stressato da rigidissimi orari di consegne, costretto a portare con sé una bottiglietta per orinare perché non ha nemmeno il tempo di espletare le sue funzioni fisiologiche. Nel frattempo, anche la moglie è una lavoratrice “zero ore” nel campo dell’assistenza infermieristica, altro settore privatizzato e privo di qualsiasi difesa sindacale.

Loach conferma le sue qualità di eccellente narratore, anche se non raggiunge l’intensità umana di “Io, Daniel Blake”, rispetto al quale risulta forse un po’ più schematico nel riunire il materiale di documentazione raccolto. Con l’effetto narrativo di accumulare fin troppe disgrazie: perfino l’unico cane ripreso in strada è un cane con tre sole zampe.

Altri film in concorso nella giornata.  I miserabili di Ladj Ly è un bel poliziesco urbano accolto con qualche flebile fischio alla proiezione per la stampa, forse per quel pizzico di retorica che approda alla frase conclusiva (“non esistono cattive erbe, ma cattivi coltivatori”). Il titolo allude a Victor Hugo, ma solo come riferimento in cui collocare un’azione tutta contemporanea: con un poliziotto di provincia che arriva nella grande città, fa squadra con due compagni di pattuglia più esperti, deve vedersela ogni giorno con le infinite sfaccettature, le complessità e le violenze dei rapporti di banlieue. Finché uno dei suoi compagni viene ripreso da un drone mentre reagisce sparando addosso a un ragazzo, e la situazione esplode. Niente di particolarmente innovativo, ma un racconto solido e pulsante in cui Ly dice di aver trasposto le sue esperienze personali: e con una grande rivolta finale, in cui i ragazzi assediano i poliziotti in un edificio, in una specie di “the Raid” da banlieue.

Molti sostenitori ha Atlantique di Mati Diop, cocca dei cinefili da festival, nipote di un nome storico del cinema africano come Djibril Diop Mambéty. Nel suo film affronta il tema dell’emigrazione dal punto di vista di una ragazza senegalese, che vede il suo innamorato “partire per mare” e scomparire in uno dei tanti naufragi, mentre lei si ritrova a sposare un connazionale arricchito. Una vicenda dall’ossatura convenzionale, ma che poi vive di tutt’altro, sfiora le ingiustizie locali (il ragazzo deve partire perché sfruttato da imprese edili che non pagano), deborda in situazioni fantastiche, convince solo in parte ma ottiene molta attenzione.

Decisamente più intrigante è Bacurau di Kleber Mendonca Filho e Juliano Dornelles, costruito in forma di originalissimo western politico. La vicenda si svolge in uno sperduto villaggio brasiliano, che all’improvviso scompare dalle mappe e perde ogni collegamento in rete: proprio in quel momento, compaiono nella zona due strani turisti che sparano e uccidono, avanguardia di un gioco di caccia all’uomo organizzato dai nordamericani che si configura ovviamente come metafora di una brutale invasione politica e culturale.

Rispetto ad “Aquarius”, Mendonca adotta qui un tono più libero, mescola la memoria del cinema novo con le nuove emergenze dell’era Bolsonaro, fa cominciare il film sull’arrivo in paese di un camion-cisterna dell’acqua simile a una diligenza assalita lungo il percorso. Con gran rivolta popolare conclusiva, partecipazione di Sonia Braga e Udo Kier, e una presenza sempre un po’ scomoda: ricordiamo che alla presentazione di “Aquarius”, due anni fa, l’intero cast si schierò sulla montée des marches con cartelli contro il golpe attuato nei confronti di Dilma Rousseff, rigorosamente ignorati o minimizzati dai media italiani.

 

 

Postato in Festival di Cannes.

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