Mostra di Pesaro 2013 – Non lo so ancora: incontro con Morandini e Sargentini


Nono lo so ancora

In alcuni casi, le diverse imperfezioni e ingenuità di un film non sembrano influenzare eccessivamente sulla sua resa artistica, soprattutto se l’opera possiede un particolare e personale sguardo sulla vicenda raccontata e sui personaggi descritti. Non lo so ancora, prima opera di finzione della documentarista Fabiana Sargentini, appartiene a questa categoria.

Ambientato interamente a Levanto, il film – scritto dalla regista con Carlo Pizzati e il critico cinematografico Morando Morandini – narra la storia del breve incontro tra una giovane donna (Donatella Finocchiaro, particolarmente intensa) e un signore ottantenne (Giulio Brogi). I due passano un’intera giornata insieme ingannando l’attesa per dei risultati medici che entrambi aspettano per l’indomani, soprattutto la protagonista, cui verrà comunicato se potrà o meno diventare madre.

I limiti e i difetti non mancano, si pensi ad esempio a delle scene narrativamente un po’ forzate (il litigio con il bambino, il piccolo monologo della donna) e ad alcuni errori tecnici, peccati che però si perdonano grazie al modo delicato e pronfondo con cui l’autrice affronta temi più o meno complessi e più o meno delicati come il bisogno di maternità, l’anzianità, il confronto tra generazioni e la possibile semplicità dei rapporti umani.

Il film è stato presentato in concorso alla 49° Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, dove ha ricevuto buone accoglienze da parte degli spettatori in sala.

Durante il festival, la regista Sargentini e il co-sceneggiatore Morandini hanno discusso della loro opera tramite una conferenza stampa aperta al pubblico.

«Il film racconta in qualche modo il nostro primo incontro, anche se in una forte cornice di finzione» afferma la cineasta, evidenziando il lato autobiografico indubbiamente riscontrabile nello script,  raccontando che «Morando [Morandini, ndr] mi ha inviato una lettera chiedendomi se volessi scrivere un film insieme a lui. Dopo qualche ora di forte emozione per la richiesta, ho stilato dieci righe in cui c’era già Levanto e l’idea dell’attesa che vivono i due protagonisti. Da quel momento in poi è iniziata una corrispondenza che ha dato vita ad un raccontino di dodici pagine che successivamente è stato sviluppato a livello più cinematografico tramite la sceneggiatura».

«Non ho mai conosciuto nessuno che abbia trovato l’amore a prima vista. Ebbene, il mio tardivo debutto come sceneggiatore è contraddistinto da un’amicizia a prima vista. Ci siamo conosciuti a Bellaria nei primi anni del duemila dove sono stato richiamato come uno dei direttori del festival. Proprio in quegli anni, Fabiana Sargentini ha vinto per due volte consecutive il primo premio per due documentari piuttosto anomali: Sono incinta (2003) e Di madre in figlia (2004)» racconta Morando Morandini a proposito dell’incontro con la regista, precisando che «Fabiana [Sargentini, ndr] è stata premiata da due giurie diverse di cui io naturalmente non facevo parte».

Il percorso che ha portato a termine l’opera «è stato molto faticoso perchè non abbiamo avuto finanziamenti statali e nessun altro tipo di sostegno pubblico, a parte quello della Genova Film Commission. È, infatti, un film girato con pochi mezzi e in pochi giorni, 4 settimane in tutto» spiega l’autrice.

«Non lo so ancora non ha ancora trovato una distribuzione>> aggiunge Morandini, il quale sperava di trovarne una in Francia, in quanto trova che il film sia <<un poco indigesto per il pubblico italiano, in quanto non è una commedia, non è un dramma, non è una dramedy, non è neanche un film d’amore; è un film in cui, di fatto, nell’incontro tra i due protagonisti non succede nulla di particolarmente rilevante».

Probabilmente, questo è dovuto ad una sceneggiatura che si basa soprattutto sulla descrizione dei personaggi e, in particolare, del loro vivere «una giornata d’attesa, in un tempo sospeso e un po’ irreale» come spiega la regista; risulta però necessario aggiungere che se nel film mancano eventi forti e scene madri è anche per lasciar spazio ad una narrazione minimale, lenta e tranquilla, la quale si occupa soprattutto di gesti semplici e quotidiani che l’opera vuole evidentemente omaggiare.

Deriva proprio da queste intenzioni il particolare tocco della regista nel raccontare la vicenda, sulla quale poggia uno sguardo leggermente poetico e naif, attraverso dei disegni che sottolineano alcuni momenti della storia e a delle inquadrature sulla natura e sui luoghi di Levanto.

È proprio tale sguardo a contraddistinguere l’opera e a farne dimenticare i difetti e le lacune, che anche secondo Morandini – in un’operazione di autocritica – non mancano: «trovo un po’ troppo insistita ed esagerata la storia dell’eventuale mancata maternità della protagonista, anche se indubbiamente risulta molto intensa».

Così, diventa quasi inevitabile la domanda del pubblico su quale giudizio darà Morandini al film nel suo prossimo dizionario: «premetto che la scheda la scriverà mia figlia Laura, ma posso anticipare che il voto sarà tra le tre e le quattro stellette» risponde in modo simpatico e un po’ ironico il critico cinematografico.

(di Juri Saitta)

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