Mostra di Pesaro 2013: La vida me mata


La 49° Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro ha dedicato la sua retrospettiva più interessante al cinema cileno contemporaneo, soprattutto quello realizzato da registi giovani di circa trent’anni, la generazione di cui fa parte Pablo Larrain (Post Mortem, No – I giorni dell’arcobaleno).

In questa rassegna, le pellicole notevoli e curiose non sono mancate, in primis quelle di Sebastian Lelio (autore di Gloria, premiato quest’anno a Berlino), ma risulta necessario citare anche altri titoli, tra cui il divertente La vida me mata (2007).

Prodotto dai fratelli Larrain, diretto da Sebastian Silva e girato prevalentemente in bianco e nero il film – come il successivo La nana – Affetti e dispetti (2009)– è una commedia nera che tratta in maniera ironica e grottesca temi come la depressione, il suicidio e la malattia.

La vicenda vede come protagonista un giovanissimo regista che sta girando un improbabile cortometraggio sotto le dipendenze di un’attrice-produttrice capricciosa e incapace.

I problemi del ragazzo non finiscono qui: non ha ancora superato il lutto per la morte del fratello maggiore Alfredo e deve assistere l’odiato nonno malato. L’insieme di queste vicende lo rendono depresso e incline al suicidio. A risolvere la situazione arriva Alvaro, un attore improvvisato e amante dell’attrice, il quale aiuterà l’eroe a superare il trauma della morte attraverso una terapia piuttosto particolare.

Se l’intento di affrontare temi drammatici attraverso diverse gag comiche e grottesche viene annunciato dal prologo (la morte assurda e improvvisa di una ragazza), non si può nascondere che paradossalmente gli elementi migliori del film sono altri, a cominciare dal lavoro sui personaggi e dal discorso metacinematografico.

Infatti, alcune scene funzionano bene, altre invece risultano un po’ gratuite e rischiano così di sconfinare nel trash, come ad esempio la scena del taglio del cadavere e dell’uccisione del canarino.

Ad essere davvero riusciti e divertenti, invece, sono i personaggi e i rapporti che si instaurano tra di loro attraverso situazioni a tratti surreali e dialoghi paradossali: il protagonista frustrato, la sorella che fa da sola delle sedute spiritiche, il nonno malato ma tutto sommato combattivo, l’attrice capricciosa, l’amico Alvaro cinico e inaffidabile, la vicina di casa – o il suo fantasma – che risolve i cruciverba del nonno.

Le altre caratteristiche forti della pellicola risultano le citazioni e i rimandi metacinematografici più o meno voluti e più o meno diretti: il fantomatico corto sembra una parodia sia dei melodrammi spagnoli di Almodovar, sia dei un b-movie a basso costo prodotti da Roger Corman; l’anima del nonno che esce dal corpo sembra un omaggio ai vecchi film fantasy; la notte buia e tempestosa in cui appare Alvaro come possibile reincarnazione di Alfredo potrebbe essere un rimando agli horror americani degli anni 30/40, ma anche a certe commedie nere; il mix di umorismo, cinismo e surrealismo ricorda da lontano Luis Bunuel.

Con La vida me mata, Silva unisce umorismo macabro, parodie metacinematografiche ed elementi ironicamente magici: non sempre l’amalgama funziona egregiamente, ma è comunque la testimonianza di un cinema vitale, oltre che di una piccola tendenza autoriale di un cineasta che proseguirà almeno in parte questo tipo di percorso con il successivo La nana.

(di Juri Saitta)

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