La vendetta di una pazza


Lunedì 8 aprile si è svolto l’appuntamento numero cinque della rassegna monografica Giovane canaglia, organizzata dalla cineteca D.W. Griffith e dedicata al noir italiano degli anni ’40, ’50 e ’60. Ormai consueti gli orari e il luogo delle proiezioni: buio in sala, all’America, alle 18 e alle 20:30.
I film selezionati per questo incontro – rari se non introvabili, ça va sans dire – sono Gioventù alla sbarra (Ferruccio Cerio, 1954) e La vendetta di una pazza (Pino Mercanti, 1951).

Un giovane Giorgio Albertazzi è mattatore assoluto nella prima pellicola, interpretando la parte di Franco, modesto impiegato innamoratosi di una giovane d’alto borgo. Il matrimonio non s’ha da fare, e la ragazza tenta il suicidio. Per conquistarsi una posizione economicamente più salda, Franco si mette a commerciare in automobili con un disonesto conoscente, senza troppo preoccuparsi della provenienza della merce, che si rivelerà essere il prodotto di furti ed imbrogli vari. I guadagni ci sono, ma il rapporto con la sua bella si incrina. Dopo qualche concessione all’infedeltà, un presunto delitto e un caso giudiziario che potrebbe rovinare la vita del nostro giovane sprovveduto, un salvifico lieto fine rimetterà le cose a posto.

Titolo invasivo, poco conciliante e politicamente scorretto per il secondo spettacolo, quello della prima serata.
Plot di base. Una ragazza di buona famiglia viene messa incinta dall’amante: questi verrà però accusato di omicidio e la donzella convinta a sposarsi per non dare scandalo. Dopo aver dato alla luce una bimba, la sfortunata viene ricoverata in una clinica perché impazzita. Il marito trova subito altra compagnia, oltre a tentare di arraffare tutto il patrimonio della consorte e della figliastra ormai sedicenne, tentando di combinare un matrimonio tra la giovane e il suo losco socio in affari. La donna torna a casa e guarisce: le malefatte del marito vengono scoperte e salta anche fuori che questi è il responsabile del delitto del quale, anni addietro, era stato accusato il fidanzato. Marito e socio cercano di uccidere madre e figlia, ma l’innamorato di quest’ultima le trae in salvo, mentre il socio viene ammanettato e il marito colpito a morte da un poliziotto.
Siamo costretti a ripeterci: ci troviamo di fronte a un dramma evidentemente italiano situato nella solita cornice familiare e borghese; le spiccate pretese di americanità, però, vengono qui esercitate con convinzione molto maggiore rispetto ad altri casi incontrati durante la rassegna. Una perfetta storia da Midwest statunitense si sviluppa nella favolosa magione di campagna edificata grazie al patrimonio fruttato dall’industria mineraria; la servitù, fidata e confidenziale, è capeggiata dall’anziana balia in perfetto stile Hattie McDaniel (la Mami di Via col vento); l’andamento del racconto è denso di suspense e costellato di epifanici momenti rivelatori. Tra conformismo ed innovazione, flashback stilisticamente ammiccanti e fisiologici momenti di stanca, il risultato si lascia ampiamente guardare.
La storia appare da subito accattivante e ricca di sotto-tracce, capace di attirare l’attenzione dello spettatore degli anni ’50 come di quello contemporaneo. Il soggetto è solido e ben sviluppato. La pellicola è l’adattamento di un romanzo di Carolina Invernizio, una tra le più celebri autrici italiane di romanzi d’appendice a cavallo tra il XIX e il XX secolo. La trama ideata dalla scrittrice, tra l’altro, era già stata messo in scena al cinema nel ’19, con un’opera muta per la regia di Giuseppe Guarino e Giovanni Enrico Vidali.
La recitazione è efficace seppur morbosamente enfatizzata: puntualissimo esempio di Ancien Régime. La mano viene sempre forzata, al limite del tragicomico. Nonostante tutto, risultano convincenti la protagonista Lida Baarova, vera e propria diva del jet set europeo di quegli anni ritratta nella foto allegata all’articolo, e i due (allora) giovincelli Gino Leurini e Brunella Bovo, interpreti di discreta rilevanza nel panorama del cinema italiano nel ventennio ’40-’50.
L’ambientazione geografica e lo spazio filmico da essa ricavato costituiscono senza ombra di dubbio alcuni tra i punti di forza della pellicola: tra il dramma da camera e gli esterni improvvisi, tra i luoghi claustrofobici (la clinica psichiatrica, le stanze da letto, le gallerie della miniera) e le strade sterrate che portano “in paese”, si svolgono le vicende dei personaggi del film – stereotipati, è vero, ma allo stesso tempo in grado di dimostrare un qual certo vissuto, un decente temperamento e qualche peculiarità magari trita e ritrita ma posizionata quando serve e nei punti giusti. La figura della protagonista, poi, è tratteggiata particolarmente bene.
Uno tra i temi iniziali, sviluppato in maniera piuttosto frettolosa nel prosieguo della narrazione, è quello dei disturbi psichiatrici. La grande cinematografia internazionale l’ha considerato da sempre un buon espediente costruttivo (da Il gabinetto del dottor Caligari al similare Shutter Island, da Il terzo segreto a Qualcuno volò sul nido del cuculo), quella tricolore gli ha invece dedicato minor importanza: nel film di Mercanti il dramma c’è ma si vede solo fino a un certo punto, il trauma si risolve in quattro e quattr’otto e si fa grimaldello d’arma da fuoco, risultato di uno shock affondato nei ricordi e proverbiale goccia che fa traboccare il vaso. In ogni caso, il tentativo è stato fatto e va rimarcato; i calendari datavano 1951: elogi all’audacia.

Proiezioni in programma per lunedì prossimo: La mano dello straniero di Mario Soldati e L’uomo dal guanto grigio di Camillo Mastrocinque.

Noi ci saremo. E voi?

di Matteo Faccio

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