Rassegna le strade del noir – Le forze del male – Force of evil


force of evilJoe Morse (J. Garfield) giovane avvocato furbo e ambizioso è al soldo di un grosso ricettatore di nome Tucker (R. Roberts), il quale ha intenzione di assorbire le “banche dei numeri” (le piccole esattorie clandestine) di New York.

Il piano è semplice: truccare la lotteria del 4 Luglio facendo uscire il numero 776 (il più giocato in quel giorno perché è quello dell’indipendenza) in modo da costringere le piccole banche a indebitarsi (non potendo risarcire i vincitori) e obbligandole così ad uscire dagli affari.

Joe vorrebbe però salvare il fratello maggiore Leo, a capo di una picca esattoria di quartiere, che verrebbe inevitabilmente spazzata via dalla mossa del suo capo. Così, gli consiglia di ritirarsi prima del 4 e di unirsi a lui nel suo tentativo di scalata nel mondo della borsa newyorkese. Il fratello maggiore si dimostra però un ostacolo e rifiuta l’offerta del fratello.

La situazione precipiterà inevitabilmente costringendo il protagonista a rivedere i suoi valori e la sua condotta morale.

Le forze del male è uno dei film più politicizzati mai usciti ad Hollywood, tant’ è vero che in seguito Abraham Polonsky finirà nella Lista nera, potendo realizzare solo atri due film, uno dei quali è un autentico capolavoro (Ucciderò Willie Kid).

Il film, attraverso l’apparente denuncia del racket illegale dei numeri, punta il dito contro la struttura economica americana, descrivendo Wall Street come il fulcro delle attività criminali, una vera e propria fucina di malavitosi pronti a tutto pur di possedere somme sempre più grosse di denaro e banconote.

Da questo punto di vista le scelte registiche e stilistiche sono evidenti: le immagini che il regista ci restituisce dei palazzi di Wall Street, ripresi nel film alla taciturna luce del primo mattino, accentuano la monolitica e indifferente grandezza della borsa americana nei confronti dell’individuo. Il significato è lampante: la disumana e meccanica mano del sistema capitalistico travolgerà l’uomo comune, sulla cui testa pende la spada fredda e sistematica dei numeri e dei profitti.

A questo proposito, il rapporto/contrasto consumato a distanza tra Tucker (Wall Street in tutta la sua arroganza) e Leo (gestore della piccola banca) assume un significato ancora più sinistro: se il fratello maggiore di Joe, infatti, è ancora espressione di uno strozzinaggio ad altezza d’uomo, radicato nel quartiere, attento a quei valori (pur anche ipocriti) della famiglia e della religione (Leo si rivolge spesso al signore durante il film), Tucker è l’espressione palese della mano nera del capitalismo wallstreetino.

Il significato è nuovamente evidente (come sottolineato dall’immagine dei palazzi giganti): Wall Street in tutta la sua magnificente e fredda grandezza è il nuovo dio proclamato dall’uomo per reggere le sorti della vita terrena. Così la morte di Leo per mano di Tucker rappresenta in pieno il passaggio di questo scettro, dalle mani della chiesa (ormai solo custode della vita ultraterrena) a quelle del sistema capitalistico. L’individuo (e la sua moltitudine) diventa così soltanto una questione di moneta, mero scellino che si aggiunge alla fortuna di altri, criminali in giacca, cravatta e borsa ventiquattrore.

Tali messaggi sono trasmessi molto bene, non solo grazie alle inquadrature descritte prima, ma anche attraverso i numerosi dialoghi, quasi sempre a dir poco colti e raffinati.

Infatti, la trama, se vista superficialmente, potrebbe apparire come una semplice storia di gangster inseriti e poi respinti dal sistema economico, ma la regia e la sceneggiatura, oltre alla sobria recitazione degli attori, riescono a evidenziare il messaggio voluto da Polonsky: le organizzazioni criminali sono parte integrante del capitalismo, in quanto quest’ultimo non potrebbe andare avanti senza imbrogli e sfruttamenti.

Per diversi motivi risulta da antologia la scena del telefono, in cui il protagonista capisce di essere spiato. In primis, per la grande suspense che il regista trasmette allo spettatore, attraverso un buon uso della voce narrante, dei dettagli e dei primissimi piani e, soprattutto, di un telefono più grande del normale, il quale accentua la tensione del protagonista.

Come se non bastasse, tale sequenza, oltre a descrivere un’America spiata, controllata e in preda al panico, anticipa di quasi trent’anni il capolavoro di Coppola La conversazione (1974) e risulta molto attuale anche oggi, basti pensare ai diversi scandali, italiani e non solo, scoppiati attraverso le intercettazioni.

In conclusione, Le forze del male è un noir che andrebbe certamente rivisto e inserito tra i capisaldi del genere, in quanto unisce dei contenuti molto importanti e in anticipo sui tempi a delle scelte artistiche – di regia, sceneggiatura e recitazione – molto particolari e raffinate.

(di Lorenzo Martellacci e Juri Saitta)

Regia: Abraham Polonsky
Cast: John Garfield, Thomas Gomez, Marie Windsor
Sceneggiatura: Abraham Polonsky, Ira Wolfert
Anno: 1948
Genere: Noir
Durata: 78 minuti circa

Guarda il video: “Le forze del male”

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