Tony Scott e la tentazione del cinema


Tony ScottÈ vero: per molto tempo abbiamo considerato Tony Scott un nemico. Responsabile primo, insieme al fratello Ridley, di avere introdotto l’estetica pubblicitaria nel fortino del cinema. Erano gli anni Ottanta, baby e con certe cose ci giocavano in molti. Michael Mann e Walter Hill, per esempio, ci hanno fatto i conti maniera innovativa e narrativamente motivata. Altri, come Scott Ridley, al massimo sono riusciti a filmare le tendine come cosa viva. Tony, invece, che con Miriam si sveglia a mezzanotte aveva coniugato mirabilmente estetica gotica e pose plastica della passerella, sembrava più Ridley di Ridley. Con Top Gun cambia tutto (apparentemente).

L’inorganico pubblicitario di Scott sembra abbracciare la causa dell’edonismo reaganiano e solo Ghezzi, dalle pagine del Patalogo, dichiara il suo amore per le superfici dei caccia pilotati da Tom Cruise. I film successivi non giovano alla causa di Scott e curiosamente Tony sembra sempre più perso negli ingranaggi hollywoodiani e il ricordo di Miriam solo un ricordo, appunto. Invece. Alcuni film “bruttissimi” suggeriscono che forse c’è dell’altro: Revenge e Giorni di tuono si divincolano negli schemi del genere adottato producendo scossette di assestamento di piaceri proibiti. Come se lottando contro il cinema, Tony non potesse fare a meno di avvicinarcisi. Tutto il contrario di Ridley il quale, inseguendo il cinema maiuscolo, faceva il cinema che sognava il fratello. L’ultimo Boyscout è un film senza se e senza ma. Bruce Willis e Shane Black fanno tutta la differenza del mondo. L’estetica degli anni Novanta è ancora più segnata dal tocco di Tony Scott rispetto al decennio precedente. Ed è proprio quando questo sistema estetico entra finalmente in crisi che il suo cinema si rivela come un affascinante e disfunzionale oggetto di indagine. Man on Fire, Domino, Deja Vu (il migliore del lotto) esplodono il tocco di Scott e introducono il suo neoclassicismo pubblicitario con l’ottimo Pelham 1 2 3. Unstoppable prosegue questa intuizione, completamente “fuori moda” e “fuori tempo massimo”. Ritmo anni Settanta (come un redivivo James Goldstone o Mark Robson), ambientazione operaia (come un Jewison o un protostallone) amicizie virili a 360’ (il cinema americano tout court). Certo Unstoppable non è L’imperatore del nord, e ci mancherebbe, e nemmeno Runaway Train, ma Tony Scott ci prova con schiettezza a fare un altro cinema, pur confermando tutti i suoi manierismi visivi. E la cosa straordinaria è che funziona. Non sarà il classicismo che amiamo, ma Unstoppable ne offre una variante interessante e divertente offrendo al tempo stesso lo spettacolo di un cineasta in piena mutazione. Che altro chiedere al cinema oggi?

Giona A. Nazzaro

Postato in Fight Club, Numero 91, Registi.

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