La Frontiera degli Affetti


Amore on the road in American Life, il nuovo film di Sam Mendes in uscita a Natale.

Away we goChe Sam Mendes sia un regista eclettico e difficilmente inquadrabile, è un fatto ormai ben noto. Che la sua produzione raccolga consensi è invece confermato da una sfilza di statuette dorate e dalla fama di elegante professionista, di gran domatore di interpreti votato al motto “se una storia funziona, la si metta in scena”.
Ennesima testimonianza ne è il curioso American Life (Away We Go il titolo originale), film che lascerà i molti ammiratori di American Beauty indifferentemente sorpresi o perplessi.

Sorpresi di non trovarsi di fronte ad una caustica radiografia di disfunzionalità famigliari o di non assistere alla decadenza del ceto medio yankee; perplessi, invece, per i toni insolitamente leggeri di una pellicola che molti critici hanno già indicato come primo prodotto cinematografico dell’Era Obama. Perché American Life è una commedia, e di quelle sentimentali per giunta, con annesso un messaggio di speranza nella forza degli affetti che mai ci si sarebbe aspettati da chi, in passato, aveva dipinto la vita matrimoniale nella provincia americana come un corrispettivo borghese dei gulag siberiani.

La vicenda – scritta a quattro mani dai romanzieri Dave Eggers e Vendela Vida – ruota attorno al viaggio attraverso gli Stati Uniti di Burt e Verona, giovani in cerca di legami sinceri in un mondo che non capiscono e, soprattutto, di un luogo in cui crescere la figlia che sta per venire al mondo. Una trama piuttosto lineare, quindi, per un film che ha diviso la critica e, in parte, deluso al box-office.

Banale commedia indie? Guida ai nuovi trentenni americani? Riflessione sulla forza dei sentimenti in un mondo privo di ideali? Il verdetto spetta ora al pubblico italiano, che potrà incamminarsi con i due protagonisti verso una Frontiera ben diversa da quella testardamente inseguita dalle carovane della vecchia Hollywood. E’ infatti una semplice coppia l’asse intorno a cui ruota l’universo mondo, mentre scopo della ricerca è diventato il raggiungimento dell’equilibrio affettivo. Un percorso piuttosto singolare, quello delineato dal regista inglese: un raro caso di viaggio “anti-iniziatico”, in cui la risposta ai grandi quesiti della vita risiede già nel proprio orizzonte affettivo e si rivela necessariamente in seguito all’accettazione di sé.

Soli, sorridenti, sempre più increduli, Burt e Verona resteranno insieme per tutti il film, relazionandosi con altre coppie di volta in volta male assortite, rassegnate, folli, esaltate: in una parola, infelici. Il loro tentativo di trovare un posto al sole, di fondersi con il contesto, si trasformerà in maniera inconsapevole in una fuga a ritroso verso una felicità insita proprio nella loro unione, secondo una traiettoria diametralmente opposta rispetto a Revolutionary Road. Insomma, un inno al proverbiale “due cuori e una capanna” adattato però all’America post Undici Settembre, paese in cui tutti ruminano sull’amore e la fuga è la miglior cura all’insoddisfazione, mentre all’orrore della banalità quotidiana si sovrappone in dissolvenza la sagoma di una casa in riva al lago.

“Ti amerò per sempre, anche se non dovessi più trovare la tua vagina” dice lui, abbracciandole il pancione. Il turpe Lester Burnham e i petali di rosa sono ormai solo un ricordo, e lo spettatore, per la prima volta nel cinema di Mendes, potrà permettersi il lusso di un sospiro di sollievo.

(Massimo Lechi)

Postato in Numero 90, Recensioni.

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