L’uomo che c’è già – Intervista a Bachini


L'uomo che verràIl premio Pittaluga va quest’anno al produttore di Il vento fa il suo giro e L’uomo che verrà. Che ci racconta storia e progetti della sua Aranciafilm.

Dopo Domenico Procacci e la sua Fandango, è Simone Bachini il vincitore 2010 del premio intitolato a Stefano Pittaluga, il grande produttore ed esercente nato a Campomorone nel 1887. Il riconoscimento gli è stato assegnato sabato 21 agosto, prima della proiezione di L’uomo che verrà all’arena estiva Cabanùn di Campomorone.

Simone BachiniCome è nata la collaborazione con Giorgio Diritti? La scelta di fondare Aranciafilm a Bologna sembra muoversi sulla scia di Ipotesi Cinema ,
frequentata da Diritti, che in qualche modo prospettava un cinema “lontano da Roma”.

La nostra lontananza da Roma non è una soluzione, è una modalità, almeno per il momento. Con Giorgio ci siamo conosciuti durante la postproduzione di un documentario, Con i miei occhi, del 2002. Io avevo da poco meno di due anni interrotto la collaborazione con
il Dipartimento di Microbiologia e mi ero avvicinato al montaggio: una scelta di pancia, in un certo senso, non avevo mai pensato di lavorare in questo settore. Da lì passo passo è arrivato l’interesse, frutto anche della grande esperienza di Giorgio in vari settori produttivi ed artistici su svariati set. Il passaggio mi è sembrato normale. Quando decidemmo di provare a metter su il primo film, Il vento fa il suo giro, io non avevo la benchè minima idea del percorso da fare. Assieme a Giorgio e con il coinvolgimento di Mario Chemello (Imago Orbis, altra società di produzione bolognese) abbiamo messo in piedi il progetto coinvolgendo troupe e realtà locali in un film fortemente condiviso, sentito, sudato, ma che ci ha dato grandissime soddisfazioni.

Partiamo dal 2002, da quello che se non sbaglio è stato il vostro primo lavoro: Con i miei occhi, un viaggio dalla foresta del Rio delle Amazzoni fino a Manaus attraverso gli occhi di un ragazzo indio; poi nel 2003 è nata Aranciafilm.
Non sbagli, il documentario è stato fatto partendo da circa 50 ore di materiale girato in Amazzonia senza uno scopo preciso, al momento era semplicemente un raccogliere sensazioni visive, forze, suoni, emozioni. Il lavoro di montaggio è stato molto lungo per questo. Io e Giorgio abbiamo passato molte in moviola, spostando, rimestando, provando e nel frattempo andando a mangiare spesso assieme, parlavamo di cinema, di progetti, di idee, e anche di ideali. Così è nata Aranciafilm, da un’idea di produzione di provincia, non provinciale, da progetti condivisi e anche contrastati, ma anche da un’ideale, forse un’utopia. Poi ho contribuito alla visibilità di L’uomo che sconfisse il boogie, film
documentario di Davide Cocchi. Il film ha il grande merito di essere stato il primo documentario pre-acquistato da History Channel senza la solita voce off, fuori dai loro format; scelta che ho fortemente difeso, fino alla messa in onda, che è stata un buon successo, anche di share. Una grande conquista e di cui vado molto fiero, un po’ come l’uso del dialetto nei due film di Giorgio…

E’ con Il vento fa il suo giro che nel 2007 Aranciafilm compie il salto – se non di qualità, che l’ha contraddistinta fin dall’inizio – certamente di notorietà. Produce e distribuisce un lungometraggio parlato in occitano e basato su una storia di “capre e di formaggio”.
Il progetto non convince i distributori ufficiali e allora facciamo da soli. Grazie alla collaborazione di varie associazioni e realtà territoriali – Slow Cinema di Torino e Lab 80 in testa, e poi i CGS, Espaci Occitan, Cineteca di Bologna e Film Commission Torino Piemonte – stampiamo le prime sei copie e iniziamo la distribuzione. Capre e formaggio, come dici tu, non interessavano… Ma il film era un gran prodotto, un grande esordio italiano fuori dal coro, ed infatti il pubblico lo ha amato.

Dopo anni di promesse e porte chiuse, il film ottiene premi e riconoscimenti in una sessantina di festival e diventa un vero e proprio caso cinematografico, un “long seller” per ben più di una stagione.
Un buon film è un long seller per definizione, come un buon libro. E l’esordio di Giorgio è stato certamente un caso nazionale. Il lavoro su quel film ha dato l’opportunità a me di apprendere meccanismi produttivi e distributivi e a Giorgio di esordire come voleva. È un grande autore e se non avessimo fatto quella piccola grande follia forse sarebbe ancora oggi sconosciuto.
Un enorme merito lo ha avuto anche Antonio Sancassani (esercente del cinema Mexico di Milano), che ha contribuito alla visibilità del film, tenendolo in sala per oltre 18 mesi… Credo sia la più lunga tenitura di un film in Italia, almeno negli ultimi vent’anni.

Grazie al Missing Film Festival vedremo anche in Liguria il documentario Piazzàti, co-regia di Simone Bachini, Giorgio Diritti e Grazia Monge. È quindi un lavoro a cui sei particolarmente legato?
Su Piazzàti la regia è di Giorgio, io e Grazia lo abbiamo solo co-sceneggiato. È un lavoro fatto dopo l’esperienza del “Vento”, sempre in quei luoghi. Ci ha colpito come queste storie di bambini “in affitto”, che praticamente ogni famiglia delle Alpi occidentali aveva vissuto, non avessero avuto testimonianze se non in un bel libro di Aldo Molinengo, praticamente l’unico. E mancavano assolutamente archivi video. Da qui l’idea, che sarebbe una buona idea anche per un film, del documentario.
Per una nostra curiosità, e per non perdere quelle memorie. Mi auguro che il documentario venga visto, credo che in Liguria alcuni riconosceranno quelle storie come proprie. Di recente il film ha avuto una distribuzione nelle sale dell’Emilia Romagna e ha avuto
ottimi riscontri di pubblico. Come per il “Vento”, piano piano…

L’uomo che verrà, il vostro secondo lungometraggio tratta un tema, quello della Resistenza, capace ancora oggi di suscitare polemiche e distinguo.
Il tema del film è quello della vita, che è più forte dell’idiozia che porta alla guerra, stupida, banale, non risolutiva ma capace solo di cancellare persone, tradizioni, cultura, umanità. Abbiamo fatto il film che volevamo, che Giorgio voleva, e questo è già un gran successo. Le sfide non ci hanno mai messo paura, nonostante le numerose difficoltà. La difficoltà maggiore è stata per Giorgio sapere di raccontare una vicenda che è impressa nel sangue della popolazione di Monte Sole, oltre che nella memoria e nel trascorso di molti di noi. Era molto delicato. La proiezione che abbiamo fatto a Marzabotto prima dell’uscita nazionale ci ha confermato che la scelte erano state corrette, ci ha alleggerito un bel po’, ci ha dato fiducia. È stata una serata così densa di emozione che non è descrivibile.
Abbiamo sentito le nostre scelte condivise. Andiamo certamente orgogliosi di questo film, è piaciuto e sta piacendo molto, anche a livello internazionale, e noi abbiamo fatto quello che volevamo fare. Ci sarebbero anche qui da ringraziare tante di quelle persone… come si può scoprire dai titoli di coda. Un progetto forte deve essere condiviso.

Adesso che avete raggiunto il successo, con il riconoscimento generale, tanti premi, la copertina di Ciak.., vi siete montati la testa?
Certe cose si vedono meglio da fuori che da dentro. Ma direi di no. Sono aumentati carichi di lavoro e responsabilità, ed è più difficile trovare tempo per sè stessi. E io che pensavo il contrario… è proprio vero che non si finisce mai di imparare. Vediamo cosa ci riserverà il futuro. E se decidessimo di chiudere, di fare una bella spremuta? Dopo che quest’anno abbiamo vinto per la produzione il David di Donatello, il Nastro d’Argento ed il Ciak d’oro, ti parrebbe strano?

(di Giancarlo Giraud)

Postato in Interviste, Liguria d'essai, Numero 89.

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