Achtung! Neorealisten!


Achtung BanditiSessant’anni dopo Achtung! Banditi!, la Mediateca di Sampierdarena renderà omaggio a Carlo Lizzani. Che ha ancora parecchie cose da dire.

Perchè ha scelto l’esperienza della Resistenza genovese?
E’ stato un incontro tra chi faceva parte del cinema neorealista e una serie di giovani che a Milano, Torino, Genova avevano come punto di forza la diffusione del buon cinema. Attraverso la formula del cineclub diventarono i pilastri di quel nuovo cinema italiano che aveva tanti oppositori nei ceti conservatori. Era il periodo in cui si diceva che i panni sporchi si dovevano lavare in casa, oppure: ma come son passati cinque anni dalla fine della guerra e ancora un film sulla Resistenza? Invece c’era chi pensava che la Resistenza fosse ancora una miniera di idee e che fosse utile capire quell’esperienza.
Una figura indubbiamente coraggiosa fu Giuliani, Gaetano Denegri: “Giuliani” era il nome di battaglia.

Lo storico Manlio Calegari lo definisce uno “con il pallino del cinema” che faceva parte del gruppo degli Studenti con il leggendario Buranello, e nel film c’è lo “Studente” che dialoga col diplomatico.
Sì, poi “Giuliani” diventò un produttore professionista. In Achtung! Banditi! non aveva partecipato solo alla sceneggiatura: fu proprio il motore della formula della Cooperativa, affiancato da Dagnino e da altri giovani genovesi che videro con entusiasmo non solo l’idea di celebrare la Resistenza, ma anche quella di promuovere il Neorealismo.

Raccoglieste proprio i soldi in città.

Intanto per lanciarla si organizzò una manifestazione a carattere nazionale, facendo venire a Genova alcuni nomi famosi del cinema che aderirono con molta generosità.
Una generosità che allora univa un po’ tutti, non solo nel cinema. C’era una sinergia tra pittura, cinema, letteratura. A Genova vennero Carla Dal Poggio, Massimo Girotti, Lattuada, Giuseppe De Santis che era stato il mio Maestro. Poi alla successiva manifestazione venne Visconti. A questa iniziativa aderirono anche attori che poi non ebbero ruoli nel film ma che generosamente si prodigarono. I finanziamenti arrivarono anche a carattere individuale ma non saremmo mai arrivati a raccogliere una cifra di una certa consistenza se non fossero state coinvolte alcune Cooperative coi loro fondi di cassa: i portuali, i tranvieri, cioè gruppi già strutturati. Poi intervenne la stessa Lega delle Cooperative
con la prevendita in alcuni paesi dell’Est dove il nostro cinema andava per la maggiore. Arrivarono una trentina di milioni sui 120 che servivano. Anche i tranvieri contribuirono. Per questa ragione inserimmo nel film la scena in cui un tranviere è costretto, nonostante lo sciopero, a guidare il tram. Scrivemmo questa scena come omaggio proprio perchè la Cooperativa dei tranvieri aveva partecipato alla sottoscrizione.

Pensa che oggi sarebbe attuale ripetere l’esperienza di una cooperativa che finanzi un film?
Non credo, perchè c’è uno scollamento tra pubblico e creazione cinematografica. La gente si è abituata, anche grazie alla televisione, a ottenere il regalo, il divertimento.
Allora si aveva la voglia di rinnovare il paese. C’era un bagno di forze ancora in fermento. Quello della sottoscrizione fu un fenomeno che poteva emergere in un territorio in cui i legami tra popolazione, mondo sindacale e cooperative erano molto forti. La politica era il collante di
tutto questo. Oggi non è più così. Questo collegamento non c’è più. All’epoca, poi, il cinema italiano aveva un incredibile successo all’estero.
Ho vissuto con Rossellini la stagione del ‘47-’48. Eravamo insieme a Parigi, dove si preparava Germania, anno zero. Riceveva telegrammi che lo invitavano ad andare a Hollywood. Eravamo sulla cresta dell’onda, facevamo notizia. Oggi un buon film italiano non fa notizia, può anche vincere il Festival di Cannes, ma non determina una svolta nell’opinione pubblica. Il cinema non è più il protagonista di una rivoluzione culturale.

Quale fu il vostro rapporto di registi, intellettuali con il Partito Comunista? Vi sentivate condizionati?
No, io ho scritto un lungo articolo in cui riprendo questo fatto dell’egemonia culturale della sinistra, che ci fu anche regalata. Nel ‘53 era uscito un famoso articolo in cui Visconti, De Santis, Monicelli, Lizzani venivano attribuiti al Pci. Invece, per esempio, Monicelli era socialista
e anticomunista. E tra i fiancheggiatori venivano annoverati Lattuada, Zampa, Rossellini, De Sica: tutti artisti che in realtà nella loro vita privata erano, se non dei conservatori, dei tranquilli borghesi, che però impegnati com’erano nel cinema diventavano oggetti eversivi.
In questo fu cieca e stupida la destra, che non seppe raccogliere quei fermenti, mentre dall’altra parte quegli autori si ritrovavano valorizzati e difesi.

Togliatti però non mandò avanti l’esperienza della Cooperativa Spettatori-produttori.
Sì, è vero. Non è che Togliatti fosse ostile alla Cooperativa ma pensava che fosse settario chiudersi in un certo tipo di produzione. Era anche una questione di costi. Sapeva quanto fosse dura per le produzioni cinematografiche.

Nel suo libro afferma: ìl cinema è sintesi e immagini. E infatti Achtung! Banditi! è riuscito a toccare molte delle caratteristiche della Resistenza senza mai essere retorico.
Sì, riuscimmo a toccare molti aspetti forse grazie al retroterra culturale che bisogna ricordare è stato forte.
Noi avevamo una conoscenza profonda del cinema classico perchè al Centro Sperimentale si potevano vedere tutti i film, da quelli sovietici all’espressionismo tedesco.
Avevamo una cultura cinematografica solida e sapevamo bene cosa significava questo squarcio. Si tratta di una rivoluzione formale oltre che di contenuti.
Unimmo questa voglia di scoprire l’Italia con un linguaggio, una grammatica e una sintassi nuove. A cominciare dalla struttura del fotogramma: l’azione in primo piano Ë sempre sullo sfondo o in contraddizione o in dialettica. I movimenti esterni, che siano o meno pittoreschi, permettono la coralit‡. Poi, l’importanza del piano sequenza. Altro elemento importante E’ la confusione dei generi: cos’è un film di guerra? Qui c’è guerra e rivoluzione al tempo stesso, quindi una confusione di generi che crea contrappunto di piani.

Perchè il film fu doppiato? Non va un po’ contro l’estetica neorealista?
Eh, perchè allora tutti i film lo erano! Era un retaggio del cinema classico: il doppiaggio e la musica, sempre eccessiva. Se c’è una cosa che é invecchiata é proprio il doppiaggio. Ma c’erano attori come Maggiorani, non professionista, come sarebbe venuto? E la Lollobrigida era un’esordiente, Giuliano Montaldo. Certo può dare fastidio anche perchè poi ci sono voci conosciute che si associano a divi americani…

Sì un partigiano della Valpolcevera con la voce di Cary Grant!
Avremmo dovuto fare un doppiaggio magari con delle voci un po’ più nuove. Questo sì. Ma lo ritroviamo anche nei film di Rossellini. O facciamo La terra trema oppure si doppia: era un retaggio del cinema classico che non sapemmo scrollarci di dosso, noi neorealisti.
Una via media non esisteva. Però era il sogno di tutti, fare un film parlato in genovese!

(di Genevieve Alberti)

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