The terminal

Una stagione cinematografica che si apre con The Terminal mette di buon umore e dovrebbe riconciliare con il cinema anche i più scettici e delusi. Un grande film, dallo stile personale e dal tocco leggero, capace di dire cose importanti senza mai declamarle, rispettando la centralità drammaturgica dei personaggi.

Un’opera certo meno esibita e appariscente di altre precedenti di Steven Spielberg, ma una delle sue migliori. Per la perfezione della scrittura cinematografica. Per la profondità dello sguardo sul mondo e sull’umanità. Per la capacità di essere insieme classico e moderno, dentro e fuori la tradizione della grande commedia hollywoodiana, che ogni inquadratura sembra saper rinventare. Come già in Prova a prendermi, il film che più gli assomiglia, Spielberg muove dalla banalità quotidiana per costruire progressivamente una rappresentazione complessa e articolata del mondo contemporaneo.

Trattato male dalla critica statunitense e generalmente sottovalutato dagli inviati alla Mostra di Venezia, The Terminal non è ammirevole solo per la sua claustrofobica idea scenografica (l’aeroporto di New York ricostruito un po’ in Canada e un po’ negli studi hollywoodiani) e per la sua assonanza storica con la paura che attanaglia l’America dopo l’11 settembre. Le sue qualità vanno ben oltre la contingenza della cronaca (quel tizio che da quindici anni vive realmente nell’aeroporto di Parigi) o lo splendore tecnologico esibito dagli otto minuti di titoli di coda. Pedinando le goffe movenze di Tom Hanks che, attraverso la sua splendida recitazione, acquistano sempre maggiore consapevolezza e dignità, Spielberg costruisce un universo umano e sociale molto complesso, popolato da personaggi tanto più autentici quanto più drammaturgicamente costruiti, sempre messi in scena con comprensione e autentica solidarietà esistenziale.

Buoni e cattivi. Potenti e derelitti. Vincitori e vinti. E da questa favola moderna, con “orchi” impotenti e “fatine” incapaci di dominare il destino, sortisce anche l’idea utopisticamente progressista che la rigenerazione del mondo occidentale può venire solo dal nuovo, dalla integrazione dei popoli in base al comune denominatore dell’accettazione delle diversità. Sicuramente dal superamento dei fantasmi e pregiudizi della nostra società: siano quelli della superiorità dell’efficienza organizzativa (cari al personaggio di Stanley Tucci) o quelli che ingabbiano anche le forme dei sentimenti, come accade alla hostess Catherine Zeta-Jones. Ma, come in tutte le grandi opere, in The Terminal c’è molto altro: dal sapiente uso narrativo della suspense (il barattolo di noccioline che Tom Hanks porta sempre con sé) alla nostalgia di un’America che non c’è più e che forse solo l’arte potrà salvare (il jazz, ossia la parte per il tutto).

E soprattutto c’è quel saper costruire il mondo attraverso inquadrature e ritmi necessari. Sempre. Sovente in modo spiazzante. Un esempio per tutti: la sequenza del russo che vorrebbe esportare le medicine per il padre. Qui la commedia s’intreccia con la tragedia, il comico con il patetico, la convenzione con la verità. Questo è The Terminal: Spielberg ovvero del cinema.

THE TERMINAL
(USA, 2004)
Regia: Steven Spielberg
Soggetto: Andrew Niccol e Sacha Gervasi
Sceneggiatura: Sacha Gervasi e e Jeff Nathanson
Fotografia: Janusz Kaminski
Musica: Benny Golson e John Williams
Scenografia: Christopher Burian-Mohr e Isabelle Guay
Costumi: Matthew Jerome e Mary Zophres
Montaggio: Michael Kahn
Interpreti: Tom Hanks (Viktor Navorski), Catherine Zeta-Jones (Amelia Warren), Stanley Tucci (Frank Dixon), Chi McBride (Joe Mulroy), Diego Luna (Enrique Cruz), Sasha Spielberg (Lucy)
Distribuzione: UIP
Durata: due ore e 8 minuti

(di Aldo Viganò)

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