Il nascondiglio

Negli ultimi anni, Pupi Avati sembra aver trovato una nuova giovinezza che lo porta non solo a una prolificità decisamente eccezionale nel cinema italiano d’autore, ma anche al rinnovato piacere di cimentarsi con le strutture narrative del cinema di genere, come accade in questo Il nascondiglio che, tradendo la sua amata Emilia Romagna, ha voluto andare a girare direttamente nella provincia statunitense: cioè, nella patria dell’horror contemporaneo.

La differenza tra Il nascondiglio e, ad esempio, La casa delle finestre che ridono (che risale a trent’anni fa) sta in fin dei conti essenzialmente in questo scarto geografico-culturale, che toglie al nuovo film di Avati la predominanza di quel regionalismo ideologico e figurativo nel quale le sue immagini si sono sovente crogiolate (qualche volta anche vivificandosi), per portare perentoriamente in primo piano soprattutto le convenzioni linguistiche e narrative di un “genere” ormai universalmente codificato. Ed ecco allora che alla follia paesana, avvolta nella nebbia e da questa dolcemente ovattata, dei primi film di Avati, subentra in Il nascondiglio l’urbano turbamento psicanalitico, che qui si coniuga con il tema della difficoltà per una “straniera” d’inserirsi in una comunità sociale rigidamente strutturata dai segreti della storia, trovando il suo coerente habitat figurativo nel contrasto tra la luce e l’ombra, tra il sole e le tenebre.

Ed è proprio soprattutto nel buio della notte, dove il sogno trasfigura sovente nell’incubo, che si aggira – fantasma tra i fantasmi – Laura Morante nel dichiarato intento di ricostruirsi una vita – dopo gli anni trascorsi in un istituto psichiatrico a scacciare le “voci” che la invadono dopo il suicidio del marito – attraverso l’assurdo progetto di aprire un ristorante “all’italiana” proprio in una villa abbandonata tra le cui mura si consumò in passato un truculento e triplice delitto, intorno al quale gli abitanti del posto sembrano aver costruito un clima di omertoso silenzio.

Ma, a ben vedere, la trama e i personaggi contano molto poco in questo film, nel quale Pupi Avati si dimentica sovente di loro per andare dietro soprattutto alle atmosfere, ai piccoli trasalimenti dell’anima, ai fremiti provocati dal cigolio di una porta, da una luce che si spegne, da un volto che emerge improvvisamente dal nero. I materiali figurativi sono quelli tipici dell’horror, cioè, ma anche in questo caso Avati non rinuncia a gestirli con uno sguardo personale. Nel suo cinema, l’horror non assurge mai a quelle dimensioni astratte e metafisiche che nei momenti migliori attingono, ad esempio, i film di Dario Argento, ma resta sempre confinato entro la dimensione più intima delle paure individuali, si potrebbe forse dire del ricordo di agresti paure infantili.

Questo è l’Avati “touch”, la sua firma autoriale. E non c’è da stupirsi che nel suo contesto i primi ad essere un po’ spaesati siano proprio i “fisici” attori hollywoodiani coinvolti nell’impresa (Treat Williams e Burt Young), mentre l’italo-francese Laura Morante e l’inglese Rita Tushingham sembrano trovarvisi molto più a loro agio.

Il nascondiglio
(Italia, 2007)
Regia e sceneggiatura: Pupi Avati
Fotografia: Nigel Willoughby
Musica: George Fenton
Scenografia: Fergus Clegg
Costumi: Carole K.Millar
Montaggio: Jonathan Morris
Interpreti: Laura Morante (Lei), Rita Tushingham (Paula Hardyn), Burt Young (Mueller), Treat Williams (padre Amy), Angela Pagano (Liuba), Sydne Rome (Mrs. Wittenmeyer), Angela Goodwin (madre superiora), Marina Ninchi (Mrs. Shields), Yvonne Sciò (Ella Murray).
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: un’ora e 40 minuti

(di Aldo Viganò)

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