“10 regole per fare innamorare” di Cristiano Bortone


10 regole per fare innamorareIl fenomeno Willwoosh
“Willwoosh, chi era costui?” Per almeno 232.000 persone questa domanda ha una risposta facilissima. Willwoosh è il nickname che Guglielmo Scilla – romano, 24 anni con un curriculum cinematografico non proprio fulgido a base di un paio di fugaci apparizioni in commedie stile cinepanettone e un lungo avvenire dietro le spalle di cui diciamo tra breve – si è scelto per dare volto e corpo alle infinite miniparodie che da tre anni a questa parte sta postando in un canale del web (GuTube) appositamente creato per mettere alla berlina tic e fissazioni dei propri coetanei, ma anche per sbeffeggiare con spirito caustico saghe cinematografiche di grande impatto quali quelle di Harry Potter e Twilight.

I suoi video hanno avuto e hanno un seguito talmente inatteso e diffuso da essere stati in grado di convertirlo in breve tempo in una autentica star capace di evadere con prepotenza dal microcosmo autoreferenziale di You Tube per planare imperioso in quello del cinema che conta.
I numeri del successo di questo talentoso e versatile amateur di tutto ciò che fa comicità in versione ultimo grido della comunicazione di massa parlano chiaro. Che lo si voglia o no. Visto che ormai la televisione non è il solo veicolo di visibilità possibile e plausibile per leggende metropolitane nate dal nulla, oggi come oggi la popolarità si calcola con l’unità di misura delle false amicizie virtuali e dei contatti fatti attraverso i cinguettii della portineria informatica che va sotto il nome di Twitter. E i numeri di Scialla/Willwoosh parlano chiaro. Se non bastassero i 232.000 iscritti al canale di You Tube fatto a sua immagine e somiglianza, forse potrebbero dire qualcosa i 35.000 e rotti fan della sua pagina di Facebook e i quasi 139.000 seguaci del suo profilo di Twitter. O ancora i 45 milioni di volte in cui le sue mini sitcom più o meno lunari che prendono in giro tutto e tutti sono state visualizzate da utenti di passaggio per le strade della madre di tutte le reti.

Numeri questi che non ci hanno messo molto a convertire Willwoosh da gag di culto riservata a un’èlite di fanatici online in una più che potenziale gallina dalle uova d’oro per la boccheggiante industria del cinema italiota. La radio è stata più lesta e ci ha subito messo le mani su per prima. Per il trentennale della sua fondazione, Radio Deejay ha invitato Scilla a tenere un programma (si tratta di A tu per Gu, in onda tutte le sere dal martedì al giovedì alle 21.30) divenuto subito un cult per quanti stravedono per le sue parodie surreali su YouTube. E lo stesso è accaduto per 30 gradi di separazione, una sorta di intelligente mix di fiction e ricostruzione documentaristica che su DeeJay TV ripercorre in modo simpaticamente stralunato i 30 anni della più famosa radio privata italiana: attraverso vere interviste ad alcune delle voci che l’hanno resa quello che è (da Linus ad Albertino, da Jerry Scotti a Jovanotti per arrivare fino alla coppia Fiorello/Baldini), Scilla veste i panni di un infiltrato che fa spionaggio culturale per conto di un losco zio – interpretato ovviamente di nuovo dallo stesso Willwoosh – cercando di carpire i segreti che hanno fatto la fortuna di radio DeeJay per crearne una sua capace di fare concorrenza al colosso.

Una popolarità imprevedibile ma inarrestabile che ha ben presto pagato chiedendo un inevitabile dazio al cinema di casa nostra, sempre più a corto di ossigeno creativo e affannosamente a caccia di idee da spremere come limoni anomali coltivati nelle serre della virtualità. Da oggi è infatti nelle sale 10 regole per fare innamorare, commedia rosé in chiave giovanilistica in cui Scilla veste i panni del protagonista oltre ad aver scritto la sceneggiatura insieme al regista Cristiano Bortone, a Fausto Brizzi (specialista di prodotti da fibrillazione adolescenziale formatosi però sui cinepanettoni di una volta) e alla blogger Pulsatilla. Un film che esce oggi in tutte le sale italiane dopo essere stato presentato in anteprima in molti capoluoghi di provincia a partire dallo scorso 5 marzo per creare ancora maggiori aspettative intorno a un evento fin troppo strombazzato per via dell’enorme visibilità multimediatica del protagonista ormai veramente extra larger than life nel suo essere ovunque.

Ma nemmeno il cinema è bastato a contenere questa emorragia involontaria da star system all’amatriciana. Il 22 febbraio scorso l’editore Kowalski ha infatti lanciato un libro che ha lo stesso titolo del film ma che non è affatto chiaro se vada inteso alla stregua di una filiazione (una novelization, come si chiama negli USA) della sceneggiatura del film oppure se ne sia uno sviluppo nato a latere su binari paralleli. Cosa di cui in parte si ha conferma sfogliandolo, visto che nel libro vengono analizzate le famose dieci regole necessarie per fare innamorare una ragazza, applicandole alla pratica di esempi tratti dalla realtà “vera” di amici e sodali intervistati da Scilla stesso e da Alessia Pelonzi, coautrice del volume e nota web blogger lei stessa. Sta di fatto che anche in questo caso la grancassa mediatica del circo internettiano ha funzionato alla grande: in meno di un mese il libro è arrivato a superare le 15.000 copie, cosa assolutamente rara in un paese in cui si legge pochissimo da sempre, al punto da essere in fondo a ogni classifica di tal genere in ambito europeo.

Il film (il film?)
Viste le premesse, era lecito aspettarsi ben altra cosa da questo strombazzatissimo film-evento di cui da più di un mese non si smette di parlare. La trama è (purtroppo) nota a tutti: studente di astrofisica molto distratto e demotivato (al punto da preferire la professione di maestro di asilo) ma anche piuttosto sfigato con le donne, Marco/Scilla è vittima del classico colpo di fulmine per una bellissima incontrata per caso. La quale, ovviamente, è l’esatto opposto rispetto a lui e quindi non se lo fila per nulla.

Vedendolo in balìa della propria inadeguatezza e della congenita incapacità di organizzare un assedio d’amore all’oggetto dei proprio sogni, i tre coinquilini cercano di dargli una mano offrendo consigli più o meno strampalati per cercare di venire a capo dell’impasse. Ma i loro sforzi varrebbero a poco se sulla scena non apparisse all’improvviso il padre, un chirurgo estetico di grande successo (sia con la pelle delle donne che rimodella a colpi di bisturi sia con le donne stesse) che però Marco detesta proprio per questa sua passioncella che lo ha portato a ferire la madre in anni delicati. È lui il depositario del copyright delle dieci regole del titolo seguendo le quali qualunque imbranato sarebbe – a sua detta – in grado di conquistare anche le più ostica delle prede in gonnella.

Dopo una serie interminabile (e faticosissima per lo spettatore) di fallimenti e figuracce, il ragazzo capisce la sola regola vera che dovrebbe valere nella vita: per avere successo in tutto occorre solo essere se stessi. Dopo aver sciorinato questa novità assoluta a livello psicologico e narrativo, il film si chiude con l’inevitabile conquista della donna dei sogni. Senza però risparmiare anche lo strazio del ravvedimento del papà cialtrone: dopo una vita da mariuolo impenitente, anch’egli rinsavisce e torna dall’amore vero di una vita, ovvero la moglie cornificata alla grande per anni.

Il film – se di film si può parlare – è destinato a una precisa fascia di pubblico, e cioè quella dell’eterno limbo postadolescenziale in cui galleggiano molti nostri universitari fuori corso capaci solo di inebetirsi davanti a un monitor e a imbufalirsi quando qualcuno dà loro dei bamboccioni o degli sfigati perché non riescono a finire gli studi. Costruita sul solito mix di gag, equivoci, qui pro quo e battute da due soldi caro alla formula di successo di troppi cinepanettoni, questa stucchevole melassa che darebbe fastidio anche solo in TV nel pomeriggio di Rete 4 si mostra per quello che è: una mera operazione di sfruttamento commerciale di un fenomeno del momento, al servizio della quale vengono messi gli stereotipi stantii di un cinema che da tempo ha mostrato di essere alla frutta senza più avere nulla da dire.

Con in più una contraddizione fatale di fondo che risulta evidente alla fine della visione: pur partendo dalla premessa di mettere in campo un piccolo genio irriverente (una specie di Borat de noiantri) abituato a mettere in ridicolo tic e balordaggini dell’italiano coetaneo medio, l’intera operazione finisce con lo strizzare l’occhio alla peggiore forma degenerativa della commedia all’italiana. E se a risollevare il tutto non ci pensasse un grande caratterista del calibro di Vincenzo Salemme dall’alto di anni di esperienza teatrale e di film scritti e diretti con ben altre capacità, il fastidio sarebbe davvero eccessivo. Anche perché Scilla ha un curriculum da attore troppo fragile alle spalle per poter reggere su di sé un intero lungometraggio (non bastano infatti le particine avute in filmetti quali Una canzone per te e Matrimonio a Parigi nonché il ruolo nella web serie Freaks!), ed è incapace di dare a lungo credibilità al personaggio dello sfigato in affanno per una vita di insuccessi in amore.

Un paradosso questo che rende assolutamente indigeribile il film mostrando ancora una volta che il travaso della comicità dal piccolo al grande schermo non può che portare a fallimenti senza prove d’appello. Anche quando le sale tracimano di videodipendenti ansiosi di vedere trasferito al cinema il condensato di banalità che adorano vedere in TV. Ma l’intera operazione è anche un segnale inquietante sul futuro possibile di relazioni impossibili quali quella tentata qui, ovvero l’uso di linguaggi lontani anni luce (l’estemporaneità di gag in formato YouTube, rapide come schiaffoni ricevuti con gusto, e il passo lungo e armonioso di una pellicola cinematografica nella quale spesso rischiano di andare in affanno anche comici navigati e capaci di interpretate al meglio i tempi del cinema). Il tutto nella speranza fin troppo rosea che il cortocircuito produca una congiunzione favorevole di lune e quagli.

Se i salvagenti cui il cinema si affida per uscire dalla crisi di creatività che l’attanaglia sono queste uscite di emergenza da imboccare quando il fiato è cortissimo, allora siamo davvero spacciati. E alla fine di un film come questo si è così irritati da arrivare a rimpiangere perfino il cinepanettone vero, facile da digerire come un riso in bianco perché almeno capace di dare sempre quel poco che prometteva.

(di Guido Reverdito)

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