QUMRA 2023 – Intervista a Michael Winterbottom

di Massimo Lechi.

Dei tanti appuntamenti che compongono il calendario di Qumra, l’esclusivo evento industry organizzato ogni anno dal Doha Film Institute per sostenere il cinema arabo e offrire visibilità e opportunità di finanziamento ai nuovi talenti della regione mediorientale, gli incontri pubblici con i Masters sono quelli di maggior richiamo.

L’edizione numero nove di Qumra, la prima in presenza dopo la fine della pandemia, tenutasi a Doha tra il 10 e il 15 marzo 2023, ha visto avvicendarsi sul palco dell’auditorium del Museo d’arte islamica cineasti e tecnici di alto livello, tra i quali due premi Oscar (lo sceneggiatore Christopher Hampton e il produttore David Parfitt). Per vivacità e lucidità di analisi si è distinto Michael Winterbottom, cineasta eclettico e instancabile, che ha condiviso con il pubblico aneddoti relativi alla sua lunga carriera, impressioni sullo stato del cinema britannico e aggiornamenti sui suoi nuovi progetti (in particolare su Promised Land, girato a Ostuni e ambientato nella Palestina degli anni Trenta).

L’intervista che segue, registrata al termine della masterclass moderata dallo storico e accademico Richard Peña, ha avuto come filo conduttore il rapporto del regista inglese con l’Italia e la sua condizione di eterno outsider con la macchina da presa.

 

Iniziano a essere parecchi i tuoi film italiani.

Sì, ne ho girati davvero troppi in Italia… (ride)

Genova è stato il primo.

Ed è dovuto al fatto che i genitori della mia produttrice Melissa Parmenter, che all’epoca era produttrice di linea e anche la mia compagna, avevano una casa in Liguria e passavano le estati lì. È stata lei a farmi innamorare della Liguria. Poi, una volta visitata Genova, mi sono detto subito che sarebbe stato interessante ambientarci un film.

Quindi, nel caso di Genova, prima arrivò la città e poi la storia.

Sì, esatto. Il posto mi ha ispirato.

La vedevi come una città di fantasmi.

Non proprio. A dire il vero mi ricordava Don’t Look Now di Nicolas Roeg, un grande film britannico che ho sempre adorato. La prima volta che sono venuto in Italia è stato in autostop a diciassette anni, sulla strada per la Grecia. Io e un amico arrivammo a Venezia in febbraio. C’era la nebbia, faceva freddo e nessuno ci dava un passaggio, così decidemmo di restare in città un paio di giorni: era esattamente come nel film di Roeg. Quando ho visto Genova sono tornato a quei momenti, a quelle atmosfere. Mi è sembrato il posto ideale in cui raccontare una storia su un padre e le sue figlie – io ne ho due – che abbandonano il loro mondo per entrare in un altro, in un mondo completamente diverso.

Ricordo che al cinema quasi non riuscivo a riconoscere i luoghi in cui si svolgevano le scene. La tua Genova è un paesaggio urbano in cui si perdono tanto i personaggi quanto gli spettatori.

Sì, i personaggi si sentono persi, spaesati. Alle ragazze è appena morta la madre quando arrivano in questa città che non conoscono e in cui non conoscono nessuno. Mi interessava coglierle in questo momento di passaggio, che poi è quello tra le vacanze e l’inizio della scuola, e mostrare i loro tentativi di affrontare il lutto, il modo in cui cercavano di relazionarsi tra loro e con il padre.

In comune con Don’t Look Now sembra esserci l’idea dell’Italia come un grande e misterioso labirinto.

Sì, probabilmente a noi britannici l’Italia appare sempre affascinante ma anche pericolosa. (ride)

Nella masterclass hai detto che ogni film è espressione di un umore particolare, di un momento irripetibile. Che momento è stato per te la lavorazione di Genova?

Le riprese sono state un momento straordinario. Mi sono divertito a girarlo, e la città mi piaceva davvero tanto. È vero che il film aveva a che fare con qualcosa di intimo, che mi toccava da vicino, cioè il mio rapporto con le mie figlie e la fine della relazione con la loro mamma. Però tra l’inizio del lavoro su un soggetto e le riprese di solito passano un paio di anni, così che quando arrivi sul set a livello emotivo sei completamente da un’altra parte. Quindi, per me, nonostante la delicatezza del tema, è stata un’esperienza positiva. Se c’è una cosa su cui il mood di allora ha influito è stata semmai la scelta del finale. Dopo averci pensato a lungo, scegliemmo di girare un finale morbido, più accomodante, laddove penso che invece una conclusione più cupa avrebbe funzionato meglio. Ma all’epoca, pensando soprattutto alle mie ragazze, preferii andare in un’altra direzione…

Curiosamente Genova è stato realizzato dopo The Road to Guantanamo e A Mighty Heart, due film politici duri, ambientati in Pakistan, e subito prima di The Killer Inside Me. La dimostrazione plastica di che razza di ottovolante sia la tua carriera.

Sì, ho cercato un po’ di sollievo in Italia. Due mesi in Liguria dopo due faticosi, faticosissimi film in Pakistan. (ride)

Nel 2014 poi sei tornato per The Trip to Italy, con Steve Coogan e Rob Brydon.

Amo i road movie e quello è stato particolarmente divertente da girare. È il seguito di The Trip, ambientato in Italia ma con i due protagonisti che non hanno davvero a che fare con il paese, così come non interagivano davvero con l’Inghilterra che visitavano nel primo film. È l’Italia ma allo stesso tempo non lo è: quello che conta, sullo schermo, è l’interazione tra Rob e Steve.

Un anti-Viaggio in Italia goethiano.

E credo anche molto più divertente!

L’Italia tornerà nel tuo prossimo film, Promised Land, ma travestita da Palestina.

È un progetto che cercavamo di realizzare da anni. L’idea originale era di girare a Tel Aviv, ma la città oggi è completamente diversa da com’era negli anni Trenta in cui si svolge la storia. Di nuovo, Melissa, che ha una piccola casa in Puglia, mi ha suggerito di girare lì e…

Sono sempre le donne a portarti in Italia.

Sì, ma in realtà è la stessa! (ride) Abbiamo cercato location in Giordania, in Spagna, e alla fine la soluzione migliore ci è parsa proprio la Puglia. Il paesaggio è molto simile, e anche l’architettura. Cercavamo edifici più recenti ma che allo stesso tempo ricordassero la Tel Aviv anni Trenta, che in quel periodo era una bianca città sul mare nuova di zecca, tutta palazzi a due piani. Gli attori israeliani sono rimasti molto colpiti dalla somiglianza con il loro paese.

Parli sempre dell’Italia e dei paesi in cui giri come fossi un osservatore esterno, un outsider.

Certo, è naturale. Mi piacerebbe essere italiano, ma purtroppo non lo sono…

No no, intendo un’altra cosa. Ci sono registi che esplorano a lungo i luoghi e i contesti che vogliono raccontare, fino a farli propri. Mentre mi sembra, anche solo dando un’occhiata alla tua lunghissima filmografia, che tu attraversi le varie realtà a passo più deciso.

No, è che per realizzare un film fuori dall’Inghilterra ho bisogno di un legame con la storia che racconto. Può essere un giornalista inglese che documenta la guerra in Bosnia, come in Benvenuti a Sarajevo, oppure qualcuno che dall’Inghilterra compie un viaggio a ritroso in India o in Pakistan: qualsiasi cosa sia, un collegamento dev’esserci. L’eccezione è stata finora forse Cose di questo mondo, perché la storia era esclusivamente incentrata su due profughi afgani ed era filmata utilizzando tecniche documentaristiche.

Dici di non fare in genere un grande lavoro di osservazione prima di girare, ma l’occhio è quello del documentarista.

Paradossalmente ho un approccio più osservativo nei film di finzione che non nei documentari. Se vuoi fare un documentario d’osservazione hai bisogno di anni, hai bisogno appunto di immergerti nella realtà, sia essa un paese o la vita quotidiana di una famiglia. E io non ho tutto questo tempo.

Mentre nella fiction lo spirito di osservazione può essere stimolato anche solo da un collegamento visivo inaspettato, da un’intuizione momentanea.

Esatto.

Quella tra l’essere un narratore di storie e un osservatore della realtà è un’ambivalenza che senti nel tuo lavoro?

Sono un osservatore e sono anche la persona che sta seduta dietro la macchina da presa. Il cinema è un’esperienza visiva e lo si fa guardando. È guardando gli attori che si muovono davanti all’obiettivo o osservando il modo in cui le persone interagiscono tra loro in un determinato contesto che si fa un film. E’ quella la parte interessante.

 

 

 

 

Postato in Festival.

I commenti sono chiusi.