“Crimes of the Future” di David Cronenberg

di  Aldo Viganò.

“Lasciate ogni speranza, voi ch’entrate …” al cinema per vedere Crimes of the Future, con l’illusione che David Cronenberg si sia (con il suo grande talento) definitivamente convertito alla classicità come lasciavano credere History of Violence o La promessa dell’assassino e ancora permettevano di sperare A Dangerous Method, Cosmopolis e forse anche Maps to the Stars.

Pur prossimo a varcare la soglia degli ottant’anni, Cronenberg (nato a Toronto nel marzo 1943), ha invece scelto di recuperare, insieme con il titolo (Crimes of the Future, appunto) di uno dei suoi primi film (1970), che  a quei tempi erano ancora a circolazione molto limitata, anche il tema della sempre amata”Body Art” (che non si limita al culto dei tatuaggi)  e della mai dismessa passione per le performances artistiche.

Ne nasce così un film un po’ démodé, preoccupato più di proporre la propria idea dell’eternità di quel tipo d’Arte che della comprensione da parte dello spettatore di quell’assunto, proiettato nel futuro sempre identico a se stesso, come se il tempo si fosse fermato allora: cioè nei tempi delle avanguardie degli anni Settanta, quando gli intellettuali parlavano e argomentavano del presente con lo stesso linguaggio “auto-referenziale”: avrebbe detto allora il Gassman di Dino Risi.

Interpretato oggi con  convinzione da Viggo Mortensen , assunto ormai al ruolo di attore feticcio dell’ultimo Cronenberg, il nuovo film del regista canadese racconta la storia di un artista che, assistito dalla sua complice (Léa Séydoux), usa il proprio corpo come una tavolozza su cui coltivare e moltiplicare le sue escrescenze tumorali, con l’esportazione e l’esposizione delle quali si guadagna da vivere e  accetta,  infine,  di partecipare, come estremo atto artistico, a quel “concorso di bellezza per organi interni” di cui già parlavano i gemelli protagonisti degli Inseparabili.

Articolata  così come una sintesi della poetica propria del cinema di Cronenberg, sullo schermo si fondono quindi l’Arte, la Scienza e la Tecnica, come se il mondo si fosse fermato allora e la valutazione del comportamento dei personaggi assumesse una valenza paradigmatica valida per l’intera umanità.

In questo senso, Crimes of the Future diventa così il film più teorico di Cronenberg, anche se non il più bello. Una specie di sintesi dell’”Arte Concettuale” assunta come paradigma dell’Arte tutta dall’anziano regista che non dismette, però, di continuare a fare del cinema, traducendo questa idea artistica nella forza della concretezza visiva del suo cinema. Caso mai si potrebbe forse dire che – sul piano esistenziale, prima  che artistico – questa volta Cronenberg sembra essere stato preso dall’urgenza di voler dire tutto e troppo in un solo film, mescolando teoria e prassi, pensiero e arte, nella complessità di un’articolazione di “genere” in cui convivono l’inchiesta del poliziotto di colore sulla morte del bambino che in una delle prime sequenze  abbiamo visto soffocare dalla madre esasperata dal suo continuo mangiare plastica, con le contemporanee istanze ecologiche.

Il risultato è che tutto si complica e un po’ si pasticcia. Sino a diventare un film horror-fantascientifico un po’ cervellotico nell’assunto e sovente verboso (sino al limite della parodia) nello svolgimento. Sempre riscattato,  però, dalla sua essenziale componente visiva che,  infine, si struttura anche sul piano narrativo nella ambiziosa “divina commedia“ di un dantesco viaggio all’inferno secondo Cronenberg, dove vive e si compone una sotterranea  “città dolente”, abitata da “perduta gente” che vi vaga in un “eterno dolore”, il quale non ha in sé alcun’altra possibilità di riscatto se non l’atto sublime di una morte scelta per suicidio.

 

 

Crimini del futuro

(Crimes of the Future, Canada – Francia – GB – Grecia, 2022)

Regia, soggetto e sceneggiatura: David Cronenberg –  fotografia: (Douglas Koch) – Musica: (Howard Shore) – Scenografia: (Dimitra Sourlandzi) – Costumi: (Majou Trikenoti) Montaggio: (Christopher Donaldson). Interpreti: Viggo Mortensen (Saul Tenser), Kristen Stewart (Timlin), Léa Séydoux (Caprice), Scott Speedman (Lang Daughtery), Denise Capezza (Odile), Welket Bungué, (Cope), Don McKellar (Wippet), Lihi Komowski (Djuna), Tanaya Beatty (Berst). Distribuzione: Lucky Red – durata: un’ora e 47 minuti

 

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