“Richard Jewell” di Clint Eastwood

di Aldo Viganò.

Ci sono solo poche cose che impediscono a “Richard Jewell” di essere un film pienamente all’altezza del migliore Clint Eastwood. Oltre la sua inevitabile assenza dallo schermo (la sceneggiatura di Billy Ray non prevedeva proprio alcuna parte per un attore quasi novantenne), c’è l’inutile e mal girato incubo notturno del protagonista messo in scena a rallentatore, e poi ci sono le improponibili lacrime (vere o false che siano) alla conferenza stampa finale della trucida giornalista del quotidiano di Atlanta, che per ambizione ha innescato il caso, sul quale tutto il film si basa.

Per il resto l’ultimo film di Clint s’inserisce a pieno diritto (e con la consueta autorevolezza estetica) nella serie degli “eroi per caso” che compone gran parte della sua ultima filmografia: da “American Sniper” a “Ore 15:17 – Attacco al treno”, da “Sully”  a questo “Richard Jewell”. Anzi, a ben vedere, si può aggiungere che queste due ultime opere raccontano di fatto la stessa storia, composta di tre parti che si possono leggere in modo speculare: il “caso” che permette a un uomo qualunque di diventare un “eroe”; il percorso attraverso il quale le cose si rovesciano in suo sfavore; e, infine, l’esposizione di come, grazie soprattutto alla tenacia “umana” del protagonista, il suo ruolo “eroico” sarà infine riconosciuto dalla società.

La novità è data dal fatto che Richard (il film si basa ancora una volta su una “storia vera”) non è un pilota di linea aerea dalla fulgida carriera, né un cecchino dalla mira infallibile impegnato a difendere i suoi commilitoni in Iraq o un atletico giovanotto che fa il militare in Europa e con gli amici si trova a trascorrere una breve licenza, prima di tornare a casa.

Richard (l’ottimo Paul Walter Hauser) è solo un uomo qualunque dell’America più profonda: fisicamente sovrappeso come la maggior parte dei suoi coetanei (il personaggio “vero” morirà per la disfunzione cardiaca provocata dal diabete, a soli 44 anni); mammone quanto basta perché i coetanei possano identificarsi con lui (la madre è interpretata da Kathy Bates, unica del cast del film nominata agli Oscar 2020); meticoloso sino ad irritare i suoi colleghi o superiori e, come unico sogno, quello di poter rientrare un giorno nel corpo di polizia da cui è stato sospeso a causa di un diverbio sul posto di lavoro.

Fisicamente il Richard Jewell di Eastwood ha l’aspetto dolce e pacioso di un Oliver Hardy, ormai non più alle prese con le provocazioni di Stan Laurel. Dal punto di vista comportamentistico, egli rinvia con autorevolezza (pur senza aver bisogno di ricorrere a “scene madri”) a quei cultori del lavoro eticamente ben fatto, da sempre cari al cinema di Clint Eastwood.

Impegnato nel servizio di sicurezza alle Olimpiadi di Atlanta del 1996, Richard scopre per caso una bomba abbandonata accanto a una panchina. Subito allarma i colleghi del pericolo. Poi contribuisce ad allontanare il pubblico, salvando così la vita a molte persone che sarebbero state vittime dell’esplosione, avvenuta poco dopo.

Applaudito dalla gente e dai media, il gongolante ciccione non sembra però rendersi conto che l’umanità possa essere anche cattiva. E questo inatteso lato oscuro dell’esistenza gli si rovescerà contro ben presto attraverso l’opera di un’ambiziosa (e incompetente nel suo lavoro, tanto da aver bisogno di farsi scrivere gli articoli da un giovane collega) giornalista (Olivia Wilde) che usa spregiudicatamente la propria avvenenza fisica per farsi passare, sulle indagini di routine in corso, qualche confidenza da un agente del FBI, il quale non ci fa certo una bella figura.

Fedele al suo mondo di fare del cinema, sempre secco ed essenziale, Clint Eastwood compone sulla base di questa storia – che non esita a prendersela con la violenza dei mezzi di comunicazione e con l’arroganza degli apparati dello Stato (la bella sequenza del sequestro dei beni domiciliari del protagonista) – un altro dei suoi ruvidi, ma umanissimi, apologhi morali sulla società statunitense odierna, trovando negli sguardi e nelle parole di un giovane e apparentemente sprovveduto avvocato (Sam Rockwell) l’alleato narrativo ideale per portare avanti il suo limpido discorso sugli esseri umani e sul cinema che li rappresenta.

Un cinema classico e sempre senza concessioni alla moda, fatto di situazioni e immagini che non fanno mai sconti a nessuno (con l’eccezione delle riserve poste all’inizio di questa recensione) e che produce ancora una volta il risultato di un’opera capace di essere, contemporaneamente, il risultato di una nobile tradizione e l’indicazione di una modernità priva del bisogno di esibire se stessa.

 

 

RICHARD JEWELL

(Richard Jewell – Usa, 2019)

regia: Clint Eastwood -soggetto: da un articolo di Marie Brenner – sceneggiatura: Billy Ray – musica: Arturo Sandoval – scenografia: Kevin Ishioka – montaggio: Joel Cox.

interpreti e personaggi: Paul Walter Hauser (Richard Jewell), Sam Rockwell (Watson Bryant), Kathy Bates (Barbara “Bobi” Jewell), Jon Hamm (Tom Shaw), Olivia Wilde (Kathy Scruggs), Eric Mendenhall (Eric Rudolph), Dylan Kussman (Bruce Hughes), Wayne Duvall (esaminatore poligrafo), Mike Pniewski (Brandon Hamm), Nina Arianda (Nadja).

distribuzione: Warner Bros. Pictures – durata: due ore e 9 minuti

 

 

 

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