Karlovy Vary KVIFF 2019 – Intervista a Bonifacio Angius

di Massimo Lechi.

Presentato nella sezione non competitiva Horizons al cinquantaquattresimo Karlovy Vary International Film Festival (28 giugno – 6 luglio 2019), Ovunque proteggimi di Bonifacio Angius ha ricevuto anche dal pubblico ceco il calore e l’affetto che ne hanno accompagnato il cammino sin dall’esordio sugli schermi torinesi lo scorso anno.

Ambientato in una Sardegna arsa dal sole, il secondo lungometraggio del regista originario di Sassari è un melodramma selvatico e amaro, animato però da un’ironia contagiosa e scosso da improvvise esplosioni di irresistibile romanticismo. Al centro del racconto, la figura imponente ma fragile dell’alcolizzato cantante folk Alessandro (un magnetico Alessandro Gazale), che si innamora durante un ricovero coatto in un ospedale psichiatrico della tormentata Francesca (la bravissima Francesca Niedda, moglie di Angius) e decide di aiutarla a riprendersi il figlioletto Antonio (Antonio Angius, figlio del regista e della sua primattrice) e fuggire in Spagna.

Quella che segue è una chiacchierata informale con Angius sul suo cinema, sul suo approccio alla regia e sulla sfida che può rappresentare il coinvolgimento dei propri cari nel processo creativo.

Il tuo, si potrebbe sintetizzare, è un cinema di personaggi.

A me interessa solo ed esclusivamente un cinema fatto di personaggi. I grandi film sono fatti di grandi personaggi. Quindi parto da loro, seguendo le orme di John Cassavetes.

Cassavetes è un punto di riferimento per te?

E’ uno dei miei punti di riferimento. Soprattutto per questo aspetto e per il lavoro sugli attori.

Per Ovunque proteggimi sei partito dai due protagonisti, da una serie di situazioni o da un’idea più ampia del racconto?

Io di solito parto da paure personali o da certe caratteristiche del mio carattere, che poi porto all’estremo. Da lì sono venuti fuori sia Alessandro sia Francesca. Ma in realtà non sei mai proprio tu che decidi cosa raccontare. Una volta che entri in un personaggio, ti affezioni a lui talmente tanto da farlo diventare un’entità quasi sovrannaturale… E alla lunga è lui che ti guida e che ti spinge a finire in film.

In Perfidia, il tuo primo lungometraggio del 2014, avevi messo al centro un rapporto padre-figlio. Qui invece hai trasferito il conflitto su un piano sentimentale, uomo-donna, e hai aggiunto il rapporto madre-figlio.

Sì, non volevo in nessun modo ripetermi. Perfidia aveva un protagonista la cui caratteristica era quella di essere passivo e remissivo, mentre i protagonisti di questo film sono tutto l’opposto. In Ovunque proteggimi i personaggi sono un libro aperto, e il loro tratto principale è l’impulsività.

Alessandro e Francesca sono infatti due figure molto instabili e imprevedibili che però hai inserito in una struttura narrativa da road movie molto definita, con dei percorsi di evoluzione molto lineari. C’è un contrasto evidente.

Ho voluto giocarci un po’, con questa loro instabilità. Anche se poi, se tu analizzi bene il film, vedi che le decisioni che Alessandro e Francesca prendono non sono irrazionali. E’ una razionalità, la loro, che diventa irrazionale e dunque inaccettabile per gli altri.

E’ una razionalità che viene percepita come irrazionale nel momento in cui si contrappone alla società e alle sue strutture. Ed è proprio con queste strutture – dottori, tribunali, polizia ecc. ecc. – che tu fai scontrare Alessandro e Francesca per tutto il film. Le gabbie interiori in cui loro due si sono cacciati sono a loro volta poste dentro altre gabbie sociali, quasi come scatole cinesi.

Be’, ma questo è un elemento del cinema classico. Il cinema classico è sempre stato “guardie e ladri”, dai tempi di Charlot. Tutti i più grandi personaggi della storia del cinema si vanno a scontrare con le istituzioni: con la famiglia, con la polizia, con tutto ciò che è più grande, che sta sopra di loro e che cerca di mantenere un ordine… E questo naturalmente non significa che io voglia abolire la psichiatria!

E poi c’è la struttura da road movie. Immagino che molti abbiano tentato paragoni con La pazza gioia di Virzì.

Io però non lo considero un road movie. Il road movie ha un carattere molto americano: si viaggia coast to coast e lungo il percorso si incontrano vari personaggi. Questo in Ovunque proteggimi non succede. Poi l’ambientazione geografica della Sardegna non lo consente perché l’isola è lunga circa 230 km, e i miei protagonisti fondamentalmente vanno da Sassari a Cagliari e tornano indietro. Non è che basta salire su una macchina e fare 200 km per avere un road movie… Lo considero più un film itinerante, in cui c’è una circolarità geografica ma non narrativa. Lo hanno effettivamente accostato a La pazza gioia, ma secondo me sono lontanissimi.

Matti in fuga.

Secondo me i matti non esistono – a meno che uno non abbia proprio delle patologie gravi o non veda gli elefanti. Inoltre non sopporto che persone che vivono situazioni di disagio vengano rappresentate come dei simpatici mattacchioni da osservare attraverso le sbarre della gabbia. Alessandro e Francesca sono molto vicini a me: io potrei essere loro. Se nella vita ti capitano quattro-cinque-sei variabili negative una dietro l’altra, finisci così… Come diceva mio nonno – e non Manu Chao, che l’ha copiata da lui -, la vita è una tombola.

Sono le paure di cui parlavi.

Il film, scusami il termine, è quasi un esorcismo. Però io il disagio lo racconto dall’interno, e mai dall’esterno. Il pedinamento zavattiniano – a parte che apparteneva a un’altra epoca – non è seguire un povero disgraziato, filmarlo, montare il film e andare al festival. Per quale motivo dovrei mettermi a seguire uno che nemmeno conosco solo perché è in una condizione peggiore della mia? A quale scopo? Per fare un’opera d’arte? E con quale grado di sincerità? Io questa sincerità non la vedo spesso: vedo semplicemente dei film molto pallosi e ruffiani di autori che vogliono mostrare quanto sono bravi e quanto sono attenti a certi argomenti. Il cinema per me è un’espressione artistica, e uno può fare un capolavoro anche sulla torta della nonna. Per questo preferisco raccontare storie che mi appartengono.

Parliamo della tua regia. Prima citavi Cassavetes… Tu però, rispetto a lui, hai uno stile elegante, molto pulito. Il tuo è un melò.

Sì sì, è un melodramma, assolutamente.

E come si adatta un melò più o meno classico a un lavoro sugli interpreti di stampo cassavetesiano?

Cassavetes prendeva un teleobiettivo, lo piazzava in una stanza e lasciava gli attori liberi di muoversi e di fare sostanzialmente quello che volevano. Io non ho mai utilizzato questa tecnica – innanzitutto perché non mi sento in grado di farlo. Lavoro principalmente attraverso le prove, senza macchina da presa. Prove che possono durare anche molto – per Ovunque proteggimi abbiamo lavorato un annetto perché nascesse un vero rapporto di amicizia tra Alessandro e Francesca. Quando arriviamo sul set, poi, più o meno vado a braccio, non ho delle inquadrature prestabilite – a parte qualche panoramica o raramente qualche movimento di macchina.

Non storyboardizzi.

No, non ho mai fatto uno storyboard in vita mia. E’ una cosa che non mi diverte. Mi diverto molto di più a pensarle, le inquadrature – magari quando faccio i sopraluoghi.

Quindi tanta preparazione in pre-produzione e poi, sul set, relativa libertà tanto agli interpreti quanto a te stesso.

Procedendo così, lasci un livello di libertà molto alto agli attori. E naturalmente, quando vedi che una cosa è stata provata troppo e si è meccanicizzata, intervieni e la cambi. E cambiando, visto il rapporto che nel frattempo si è creato, in realtà fai loro un favore, perché gli dai freschezza.

A livello di produzione, però, ti muovi in tempi precisi?

Devo farlo perché oggi i tempi di produzione ti obbligano a dei tour de force sfiancanti. Se sei uno come me che vuole guardarsi i giornalieri o addirittura montare una sequenza prima di tornare il giorno dopo sul set, passi sei settimane a dormire un’ora per notte. E dalla terza settimana in poi vai avanti quasi per inerzia…

E allora pochi ciak.

Ma io faccio sempre molti pochi ciak. Sono convinto che se uno non è riuscito a fare una cosa in venti ciak, non c’è ragione per cui debba riuscirci al ventunesimo. Insistere, per me, sarebbe come autoflagellarmi… Di media abbiamo cinque ciak, e il primo non lo si conta mai.

Un aspetto veramente cassavetesiano del tuo cinema è che lavori con persone molto legate a te. In Ovunque proteggimi la protagonista è tua moglie e suo figlio è interpretato da vostro figlio Antonio. Comporta dei rischi coinvolgere la propria famiglia in questo modo?

Ah, moltissimi… Innanzitutto perché porti dentro casa tutta una serie di tensioni che a volte possono generare dei cortocircuiti. Io e mia moglie abbiamo dei problemi come tutte le coppie del mondo, e questo ha prodotto altri problemi sul set. Ma fortunatamente siamo riusciti a sfangarla lo stesso.

Si dice – e forse è una banalità – che il regista debba per forza essere un po’ predatore. Ma un atteggiamento da predatore nei confronti dei propri familiari è parecchio pericoloso.

Sì, anche perché finisci col pretendere di più da loro che da altri attori. Un po’ come Fellini che, quando gli rimproveravano di incazzarsi molto di più con la Masina che con gli altri, rispondeva che Giulietta era come una parte di lui, che era come incazzarsi con il proprio braccio.

La simpatica partecipazione di tuo figlio Antonio è forse uno degli elementi più attraenti del film. Lo hai coinvolto da subito nella lavorazione?

No, perché non pensavo volesse fare il film, e dunque non ho insistito. Abbiamo visto altri bambini, però per me, a trentasei anni, è difficile instaurare un rapporto con uno che non sia mio figlio – soprattutto avendone già due. C’ho provato in tutti i modi: li ho persino invitati a casa mia a giocare… C’era un ragazzino che era stato caricato troppo di responsabilità dalla madre e a un certo punto sembrava RoboCop, non riusciva nemmeno più a camminare. Così, dopo un po’, ho chiesto ad Antonio se sarebbe stato in grado di fare quello che chiedevo agli altri. E che cazzo ci vuole?, mi ha risposto. (ride)

 

 

 

 

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