FIDADOC 2019 – Documentari ad Agadir

di Massimo Lechi.

Forte di una buona affluenza di pubblico e di una selezione di livello particolarmente alto, nella quale hanno trovato spazio tanto le docu-fiction quanto i documentari di impostazione più convenzionale, l’undicesimo FIDADOC – Festival International de Documentaire d’Agadir (18-22 giugno 2019) si è chiuso con un bilancio positivo che fa più che ben sperare per il suo futuro.

Presieduto da Hind Saïh e diretto con competenza e generosità da Hicham Falah, FIDADOC è da tempo un appuntamento molto importante sia per la comunità cinematografica marocchina sia per quella africana. Fucina di nuovi talenti grazie alla Ruche documentaire, progetto pedagogico finalizzato alla formazione dei documentaristi di domani, e all’atelier Produire au sud nato dalla partnership con il Festival des 3 continents de Nantes, la manifestazione fondata da Nouzha Drissi attira sulle rive dell’Atlantico, in uno dei più rinomati centri turistici del Marocco, corti e lungometraggi documentari da tutto il mondo – con però un ampio spazio riservato al Maghreb e un’attenzione particolare rivolta ai progetti passati proprio attraverso la Ruche e le sue residenze di scrittura panafricane.

Quattro i lungometraggi in lizza per il premio del pubblico, andato all’italiano Butterfly di Alessandro Cassigoli e Casey Kauffman, dedicato all’avventura olimpica della pugile Irma Testa. E otto quelli inseriti nel concorso, provenienti dall’Algeria (Nnuba di Sonia At Qasi-Kessi e À Mansourah, tu nous as séparés di Dorothée Myriam Kellou, premio per i diritti umani), dal Belgio (By the Name of Tania di Bénédicte Lienard e Mary Jimenez, premio della giuria), dall’Egitto (Dream Away di Marouan Omara e Johanna Domke, menzione speciale), dalla Francia (Sankara n’est pas mort di Lucie Viver), dal Marocco (Amussu di Nadir Bouhmouch, Grand Prix), dal Niger (Etincelles di Bawa Kadade Riba) e dalla Svezia (Transnistra di Anna Eborn). Tutti film di assoluto interesse, cui vanno aggiunti l’omaggio ai Paesi Bassi e quello al regista e produttore svizzero Nicolas Wadimoff, presente ad Agadir con due dei suoi più fortunati documentari, Aisheen (Still Alive in Gaza) (2010) e L’Apollon de Gaza (2018).

Di seguito, in ordine alfabetico, alcune considerazioni critiche sui tre titoli più incisivi di FIDADOC 2019:

 

À Mansourah, tu nous as séparés di Dorothée Myriam Kellou

L’esordio nel documentario cinematografico di Dorothée Myriam Kellou, a cui la giuria internazionale di FIDADOC ha attribuito il premio per i diritti umani, è un film concepito con uno scopo preciso: abbattere il muro di silenzio che circonda le deportazioni di massa di oltre due milioni di algerini compiute dall’esercito francese alla fine degli anni Cinquanta – una delle pagine più disgustose e misconosciute, tanto in Francia quanto nella stessa Algeria, dell’epoca coloniale del Nord Africa.

La regista, reporter trentenne franco-algerina, si è affermata con un’inchiesta per France 24 sugli affari della Lafarge in Siria che ha fatto molto rumore. In À Mansourah, tu nous as séparés ha scelto invece di partire dalla propria storia familiare, facendo iniziare questa breve ricognizione (62 minuti la durata complessiva) negli anni oscuri della lotta per l’indipendenza dal ritorno, dopo oltre trent’anni, del padre Malek nel villaggio natale nell’Algeria nord-occidentale. A Mansourah l’uomo ha conosciuto la violenza e l’umiliazione della deportazione, prima di ritrovarsi rifugiato, come molti della sua generazione, nello stesso paese che lo aveva costretto a sradicarsi. Il film lo segue in un percorso di riappropriazione degli spazi dell’infanzia, tra incontri impacciati, lunghi dialoghi, silenzi assorti e squarci musicali improvvisi sullo sfondo della campagna. E lo fa, dal punto di vista stilistico, ricorrendo a un linguaggio filmico di grande impatto, con le riprese frontali dei testimoni e l’intrecciarsi sinuoso di voci che diventa lentamente una sorta di polifonia del dolore. Magnifica, poi, la fotografia di Hassen Ferhani, capace di dare spessore alle immagini senza cadere nel tranello dell’effettismo e dell’estetizzazione, e soprattutto di controbilanciare gli scompensi della struttura narrativa e le sbavature didascaliche.

Il risultato è onesto e toccante.

 

Amussu di Nadir Bouhmouch

Il vincitore del Grand Prix Nouzha Drissi si è imposto sin dalla prima proiezione all’Hotel de Ville di Agadir come qualcosa di più di un semplice documentario. Atto politico prima ancora che opera cinematografica, esempio irripetibile di cinema partecipato e “dal basso”, Amussu è il frutto degli sforzi congiunti del regista Nadir Bouhmouch e degli abitanti di Imider, sperduto villaggio amazigh nel sud-est del Marocco, divenuto celebre in tutta la regione per essersi ribellato all’inizio del decennio al potente gruppo Managem e all’apertura di una gigantesca miniera d’argento.

Le immagini della protesta pacifica del 2011, collocate in apertura, fanno da introduzione a un racconto corale dalla struttura aperta, talvolta dispersiva, incentrato interamente sulla faticosa quotidianità di uomini e donne aggrappati alle case e ai mandorli dei loro avi. Sette anni dopo la prima sfilata di striscioni e megafoni, infatti, a Imider si resiste e si lotta ancora con cocciutaggine per l’acqua (una conduttura è stata sottratta alla miniera, impedendone l’attività) e per il diritto di vivere nella propria terra. Ma sono una resistenza e una lotta creative, fatte di canti, di poesie e di manifestazioni collettive che uniscono il presente alla tradizione. Tutto viene deciso nell’agraw, la grande assemblea tribale alla base della società amazigh. Tutto, compreso Amussu, in cui ogni sequenza è scaturita dal dialogo tra il regista e la comunità di resistenti berberi, co-autori, co-produttori e protagonisti del resoconto cinematografico della loro straordinaria esperienza politica.

Un film potente e coraggioso, sebbene non privo di inevitabili imperfezioni narrative e sbavature stilistiche, che lancia Bouhmouch come uno dei talenti più interessanti del giovane cinema marocchino.

 

Sankara n’est pas mort di Lucie Viver

Già visto a Parigi nella sezione francese di Cinéma du Réel 2019, l’esordio nel documentario di Lucie Viver, girato in Burkina Faso a pochi anni di distanza dalla rivolta popolare che nell’ottobre 2014 aveva rovesciato il regime di Blaise Compaoré, è rimasto fuori dal palmarès di FIDADOC ma ha certamente brillato all’interno del concorso per maturità stilistica e coerenza narrativa.

Protagonista di questo insolito road movie – o road documentary – è Bikontine, giovane poeta dal sorriso candido e dall’eloquio laconico, il cui nome significa letteralmente “bambino adulto”. Viver, che aveva conosciuto il ragazzo nel 2012, durante il suo primo decisivo  soggiorno in Burkina Faso, lo trasforma nel veicolo del proprio sguardo registico, nel corpo al cui seguito si muove la macchina da presa in un viaggio faticosamente palingenetico lungo il percorso della ferrovia che collega l’ovest alla città di Kaya, a cento kilometri dalla capitale Ouagadougou. Di treno in treno, di città in città, Bikontine si interroga sul futuro e sul proprio ruolo di scrittore – di scrittore per pochi – nel caos del presente. Ma soprattutto scopre – e fa scoprire allo spettatore – attraverso una serie di incontri rivelatori lo stato reale del paese, terra infelice che ha nel rosso della bandiera nazionale il simbolo della tragedia della colonizzazione francese e che, dopo l’indipendenza (puramente formale), ha conosciuto nei quattro intensi anni della presidenza di Thomas Sankara (1983-1987) l’unico vero momento di vitalità ed entusiasmo. L’eredità del rivoluzionario panafricano, onnipresente sullo schermo anche grazie a suggestivi filmati d’archivio, diventa così il cuore di una riflessione poetica e politica che, sui binari morti di una ferrovia incompiuta, ha il coraggio di aprire – senza alcuna enfasi – a un’ipotesi di speranza per il viaggiatore-poeta e la sua generazione.

Un documentario, quello della regista, ex assistente di Otar Iosseliani e Mati Diop, portatore di un sincero spirito umanistico.

 

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