“Corpo e anima” di Ildikó Enyedi

di Aldo Viganò.

Ci sono film messi in scena con l’intento di ottenere l’attenzione delle giurie e degli spettatori dei festival internazionali. E non è un caso che regolarmente vengano da questi premiati ed esaltati quali capolavori. Come è accaduto appunto a “Corpo e anima” dell’ultrasessantenne ungherese Ildikó Enyedi, che ha vinto l’Orso d’oro all’ultima Berlinale. Non si tratta necessariamente di astuzia registica o di ruffianeria produttiva. Avviene, infatti, che tali riconoscimenti nascano anche da una specifica assonanza estetica e culturale tra autori e fruitori dell’opera; cioè, dal comune riconoscersi nel segno di un linguaggio che, con il passare del tempo, è divenuto quasi un “genere” dotato di proprie regole narrative e formali.

In questo senso, “Corpo e anima” della non più giovane regista e docente di cinema è un film a suo modo emblematico. Due personaggi tristi e dal comportamento quasi autistico si trovano occasionalmente a lavorare uno accanto all’altra in un mattatoio (lui ne è dirigente finanziario, lei è una tecnica incaricata di analizzare i sistemi produttivi dell’azienda) e apprendono con stupore, grazie all’intermediazione della psicologa incaricata di scoprire l’autore del furto di una partita di “viagra” per tori, che ogni notte fanno lo stesso sogno dalla valenza forse erotica, nel quale sono una coppia di cervi al ruscello. Stupiti, ma coinvolti, i due cuori solitari iniziano così a stabilire un dolente rapporto d’amorosi sensi, destinato a sfociare (dopo molti tentennamenti che sfiorano anche la tragedia) in un possibile lieto fine.

Più che questa trama dal flebile respiro di un cortometraggio – anche perché i plot secondari, indagine poliziesca compresa, sono assenti o privi di un adeguato sviluppo – quello che conta veramente nell’opera della Enyedy è lo stile che si esplica nella composizione e nel ritmo delle inquadrature. Sono queste infatti che rinviano esplicitamente a quel “genere da festival” cui si accennava prima e le cui regole vogliono innanzitutto che ogni inquadratura non significhi mai solo se stessa, perché, per durata di permanenza sullo schermo o per raccordo con l’inquadratura precedente, le immagini tendono a rinviare sempre a qualche cos’altro.

A un pensiero più che a un’azione, ovviamente. Cioè, a un cinema letterario più che visivo, nonostante le poche parole che si scambiano i personaggi. A un senso dolente dell’esistenza (si potrebbe dire anche dell’arte se non fosse per la paura di usare una parola troppo grossa), alle cui regole pensose di fatto si adegua anche la recitazione degli attori.

Quello che ne scaturisce così è un film dall’andamento molto serioso. Troppo serioso direi. Anche perché alla dichiarata intenzione di proporsi come metafora della vita tutta non corrisponde mai un pensare al cinema in grande. Cosa che fa di “Corpo e anima” un’opera fondamentalmente “per bene”, ma anche alquanto ovvia nel suo inseguire una dichiarata impronta onirica, dimenticandosi troppo spesso che la vita è anche altro e che i personaggi soffocano se per quasi due ore sono ridotti a essere prigionieri, simili ai bovini che intorno a loro vanno al macello con sguardo spaventato, di gabbie, fisiche o psicologiche che siano, dietro le quali l’unica via d’uscita è un nulla nel quale non è più nemmeno possibile sognare..

 

CORPO E ANIMA

(Teströl  és lélekröl, Ungheria 2017)  Regia e sceneggiatura: Ildikó Enyedi – fotografia: Máté Herbai – musica: Ádám Balázs – scenografia: Imola Láng – montaggio: Károly Szalai. Interpreti:  Morcsányi Géza (Endre), Alexandra Borbély (Mária), Zoltán Schneider (Jenö), Réka Tenki (Klára), Ervin Nagy (Sanyi), Éva Bata (Jutka), Tamás Jordán (pediatra di Mária), Pál Mácsai (investigatore).  distribuzione: Movies Inspired – durata: un’ora e 56 minuti

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