“Lady Macbeth” di William Oldroyd

di Aldo Viganò.

Dapprima fu il romanzo pubblicato nel 1866 dal russo Nikolaj Leskov, poi venne l’opera lirica del 1934 di Dimitrij Šostakovič e quindi fu la volta, nel 1962, del film di Andrej Wajda, particolarmente apprezzato dalla critica francese, ma ancora inedito in Italia. Ora tocca all’esordiente regista di formazione teatrale William Oldroyd trasferirne (con la complicità di Alice Birch, astro nascente della drammaturgia anglosassone) l’azione dall’originale distretto della Lituania alla contea rurale e mineraria inglese del Northumberland, pur mantenendone l’originaria ambientazione ottocentesca.

Inutile sottolineare che Shakespeare ha poco a che fare con questa “Lady Macbeth” che uccide non per volontà di potere, ma soprattutto per salvare l’avvenuta scoperta delle proprie passioni individuali. Certo, il sesso e il potere vanno sempre più mescolandosi (in particolare nell’attuale versione inglese) in questa torva storia, nel corso della quale la giovane Katherine, comperata come moglie del figlio da un vecchio possidente terriero, scopre progressivamente sia il piacere erotico, sia la ribellione sociale. Detonatore, l’incontro con un nuovo stalliere assunto dal marito. Il piacere, non ancora assaporato a causa della fondamentale indifferenza del coniuge, esplode ora in modo quasi selvaggio con l’intraprendente sottoposto, nello sviluppo di una relazione seguita dagli sguardi allibiti delle sue cameriere di colore; mentre la ribellione spinge la protagonista alla rivolta, inducendola dapprima ad avvelenare con i funghi il suocero che cerca di ostacolare la sua scoperta della libertà, e poi a uccidere, con la complicità dell’amante, il marito la sera stessa del suo ritorno da una lunga assenza.

Diventata padrona di se stessa e del proprio territorio d’azione, Katherine non sembra avere più ostacoli alla propria libidine d’indipendenza. Ma, come accade nei romanzi d’appendice (e sovente anche nella vita), è proprio allora che le cose non funzionano più. Il suo bel stalliere inizia a temere sempre più le intemperanze della nuova padrona, sino a preferirle la compagnia della cameriera più giovane; e poi, imprevista, arriva alla fattoria una anziana donna con un bambino che la nuova venuta dice essere, documenti alla mano, il figlio illegittimo riconosciuto dal marito.

È a questo punto che il racconto del film inizia a discostarsi nettamente da quello del romanzo originale. Ucciso anche il bambino, soffocandolo con un cuscino, infatti, Katherine e il suo sempre più attonito Sebastian non vengono condannati alla Siberia (dove, nel romanzo, lei si suiciderà trascinando nel fiume anche colei che è diventata la sua rivale), ma alla confessione di lui, nel film, lei risponde con l’accusa che i veri assassini sono Sebastian e la cameriera sua amante, rovesciando così il rapporto tra il sesso e il potere, a favore di quest’ultimo. Tanto è vero che il film si chiude con la protagonista ormai sola, anche se trionfante, nella grande casa solitaria.

Questa immagine fissa finale, con l’ottima Florence Pugh elegantemente vestita di blu seduta da sola in primo piano, rappresenta il momento migliore e più intenso di un film, che William Oldroyd preferisce mettere però in scena in modo generalmente più descrittivo che inquietante, forse un po’ per inesperienza e forse anche ritenendo che il testo (e la limpida sceneggiatura della Birch) fosse da  solo in grado di coinvolgere emotivamente lo spettatore. Un po’ più di forza inventiva sul piano visivo, avrebbe certo giovato nel raccontare una storia che non per caso cita il più fiammeggiante Shakespeare nel titolo, e forse anche utile sarebbe stata una maggiore attenzione nelle scelta degli interpreti dei personaggi di contorno che (fatta eccezione di Christopher Fairbanks nel ruolo del suocero) risultano tutti alquanto sfocati; ma, pur nella sua impaginazione sovente accademica, il film ha il non piccolo merito di saper raccontare con chiarezza una storia molto forte (anche per le sue ricadute nel contemporaneo) e di saper fare un uso non banale del paesaggio, ora desolato e carico di solitudine nella rappresentazione della brughiera, ora drammatico quando in primo piano emerge il bosco, dove trovano sepoltura sia il cadavere del marito, sia quello del suo cavallo ucciso senza alcuna pietà da questa Lady Macbeth che, sempre alla ricerca di se stessa, dà sempre più libero sfogo alla drammatica impossibilità di risolvere l’intima lotta tra le proprie pulsioni individuali e la condizione subordinata impostale dal suo essere donna, non solo dell’Ottocento.

 

LADY MACBETH

(Lady Macbeth, GB 2016)  Regia: William Oldroyd – Sceneggiatura: Alice Birch, dal romanzo Lady Macbeth del distretto di Mtsensk di Nikolai Leskov – Fotografia: Ari Wegner – Musica: Dan Jones – Scenografia: Thalia Ecclestone – Costumi: Holly Waddington – Montaggio: Nick Emerson.  Interpreti: Florence Pugh (Katherine), Cosmo Jarvis (Sebastian), Paul Hilton (Alexander), Naomi Ackie (Anna), Christopher Fairbank (Boris). Distribuzione: Teodora Film – Durata: un’ora e 29 minuti

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