“Arrival” di Denis Villeneuve


di Aldo Viganò.

Liberamente tratto dal racconto Storia della mia vita dell’informatico statunitense Ted Chiang e coniugato come un altro film di fantascienza dedicato ai rapporti tra gli alieni e i terrestri, Arrival è un’opera cinematografica che promette molto di più di quanto di fatto riesca infine a restituire sullo schermo.

La sua articolazione narrativa è con tutta evidenza molto ambiziosa, mescolando filosofia e vita quotidiana, dolore privato e impegno professionale, messaggio politico e riflessione sul cinema. Con il risultato che le troppe componenti del film corrono sovente il rischio dell’ingorgo. Il tema centrale, comunque, sembra essere quello delle strutture formali del linguaggio e della comunicazione tra sistemi linguistici che muovono da una diversa concezione del tempo e da differenti codici di trasmissione delle conoscenze. Da una parte, ci sono i “bipedi” scienziati alla ricerca della verità e i militari ansiosi o timorosi (secondo i casi) di scatenare una guerra incontrollabile; dall’altra, gli “eptapodi” che vorrebbero assolvere la missione di portare agli abitanti della terra nuove conoscenze di reciproco interesse.

Ma come si fa a comunicare con questi alieni, improvvisamente approdati sulla terra a bordo di dodici astronavi in altrettanti punti del globo, i quali si esprimono in un linguaggio strutturalmente diverso da quello umano? Come si può anche solo chiedere loro cose elementari quali “chi siete?” e “che cosa volete da noi?”, se alla comunicazione logico-temporale degli uomini i nuovi venuti, simili a grandi polipi, rispondono solo con degli strani ideogrammi circolari disegnati sul vetro con l’inchiostro dei loro tentacoli? È quello che si domandano la linguista Louise Banks (Amy Adams) e il fisico teorico Ian Donnelly (Jeremy Renner), convocati nel Montana dallo stato maggiore dell’esercito statunitense per venire a capo della comunicazione con gli extraterrestri, mentre contemporaneamente lo stesso problema si pone ai militari e agli scienziati degli altri paesi dove gli alieni sono atterrati. L’alternativa è quella tra la pace e la guerra, tra l’aggressività storica e la conquista di nuove conoscenze nel segno della tolleranza reciproca.

Strutturato come un film di fantascienza d’impostazione pacifista (simile in questo a tante pellicole post-Guerra fredda: da Ultimatum alla terra a Incontri ravvicinati del terzo tipo), Arrival si trasforma quasi subito in una riflessione politico-filosofica che potrebbe essere per molti versi anche proficua e interessante se Denis Villeneuve non finisse poi col caricarla di troppe valenze concettuali e di aspettative poetiche (purtroppo Terrence Malick continua a fare scuola), le quali inducono il tutto a sfociare verso un compiaciuto uso del tempo narrativo che investe la vita privata della protagonista, facendo sì che così il passato (la morte della figlioletta), il presente (il lavoro in corso per conto dell’esercito) e il futuro (il suo matrimonio con il fisico compagno di avventura e prossimo padre della bambina) tendono sempre più a mescolarsi, come in una a-temporale bolla dell’anima.

La conseguenza è un film insieme molto ambizioso e alquanto pasticciato, sempre un po’ intimidatorio. Forse sincero, ma in fin dei conti messo in scena pensando a un pubblico prevalentemente festivaliero. Certo deludente, soprattutto se si considerano le complessivamente positive accoglienze da parte della critica internazionale e particolarmente se si conserva memoria delle opere precedenti del suo cinquantenne regista canadese, del quale nel recente passato si era molto apprezzato anche in Italia l’efficace Sicario. Ora Villeneuve sembra, comunque, aver preso una nuova strada: quella della fantascienza d’autore, per la quale ha già iniziato le riprese del “sequel” di Blade Runner, datandolo 2049: cioè, trent’anni dopo quello di Ridley Scott.

 

ARRIVAL

(USA, 2016) Regia: Denis Villeneuve – Sceneggiatura: Eric Heisserer, dal racconto di Ted Chiang – Fotografia: Bradford Young – Musica: Johann Johannsson – Scenografia: Patrice Vermette – Montaggio: Joe Walker.  Interpreti: Amy Adams (Louise Banks), Jeremy Renner (Ian Donnelly), Forest Whitaker (colonnello Weber), Michael Stuhlbarg (agente David Halpern), Tzi Ma (generale Shang). Distribuzione: Warner Bros Italia – Durata: un’ora e 56 minuti

 

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