“Sangue del mio sangue” di Marco Bellocchio

sangue del mio sanguedi Aldo Viganò.
A Bobbio, dove Marco Bellocchio organizza ogni anno un suo festival cinematografico, c’è uno storico e ormai fatiscente carcere mandamentale, operativo nel contesto architettonico del medievale Monastero di San Colombano, dove le celle delle suore furono adattate a luoghi di prigionia nel Settecento e tali rimasero sino al 1972, quando il carcere fu chiuso definitivamente.

È  questo luogo antico, oggi affidato alle Belle Arti, che Bellocchio ha eletto a scenografia del suo ultimo claustrofobico film, Sangue del mio sangue, narrativamente un po’ ermetico nel suo strano miscuglio di frammenti autobiografici, ricordi letterari e progettualità metaforica, forse per questo anche un po’ noioso; ma comunque un film attraversato da uno autentico sguardo cinematografico, oggi sempre più raro.

Su questo sfondo storico, destinato sempre più ad assumere il ruolo di protagonista, il regista piacentino, ormai settantacinquenne, racconta una storia divisa in due parti, ma con tanti rimandi interni, destinate infine a intrecciarsi.

Una è ambientata nel Seicento e racconta l’umiliazione, il processo e il martirio di una giovane monaca, altera e orgogliosa, accusata di aver sedotto e spinto al suicidio il proprio confessore. A farle visita con desiderio di vendetta c’è un soldato di ventura, fratello gemello del morto, che a sua volta resta affascinato  dalla ragazza, condannata infine dall’Inquisizione a essere murata viva, come la manzoniana monaca di Monza.  Prigioniero come i suoi personaggi di questo ambiente claustrofobico (chiavistelli, sbarre, soffitti bassi e catene al collo), il film racconta questa vicenda soprattutto attraverso gli occhi dei due protagonisti, concedendosi solo pochi esterni sullo scorrere dell’acqua (metafora del tempo?) e un’eccentrica divagazione, in chiave quasi comica, dedicata alle due nubili sorelle che ospitano il tenebroso soldato, offrendogli non solo vitto e alloggio, ma anche loro stesse in asettici rapporti a tre.

Poi, c’è l’altra storia ambientata nello stesso luogo ai giorni nostri. Tra quelle mura abbandonate ha trovato rifugio, con il suo amico/servitore, un Conte dall’aspetto di un vampiro, in fuga dalla volgarità del mondo esterno (una moglie imbellettata, un matto, gli avventori del bar), il quale deve però fare i conti con un sedicente funzionario regionale, incaricato (dice lui) di vendere quelle mura a un poco probabile capitalista russo. Nel finale poi, Bellocchio confonde ulteriormente le carte perché mentre il vecchio vampiro muore inseguendo il sogno di una gioventù perduta, altrettanto accade al vescovo che, dopo tanti anni (forse secoli) ordina di liberare la murata viva, la quale, quando cadono le pareti della sua prigione, gli appare (visione o realtà?) intatta nella sua statuaria nudità e incontaminata nella sua giovanile bellezza.

Che significa tutto questo? Chi cerca nel film di Bellocchio una razionale consequenzialità narrativa, non può fare a meno di uscire dal cinema dubbioso e un po’ irritato. Ma dopo tanti film, spesso confusi ma sempre personali, il regista di I pugni in tasca dovrebbe averci abituato a guardare i suoi film non con il criterio della realtà razionale, ma in base a quello intermittente e apparentemente misterioso dei sogni (o degli incubi) che hanno forme narrative e linguaggio espressivo loro proprio.

In questo senso, Sangue del mio sangue, pur nella evidente povertà produttiva, è uno dei film più emblematici e limpidi del suo autore. In esso il cinema non imita mai la realtà (anche solo quella di una sceneggiatura narrativamente consequenziale), ma la trasfigura nel linguaggio essenzialmente visivo dell’immaginazione.

Ed è solo riconoscendo il primato a questo linguaggio – quello di un cinema orgoglioso di sé, mai disposto a imitare il già dato, ma caso mai sempre teso a piegare la realtà a farsi cinema – che si può capire e analizzare un film insieme privato e universale, disperato e ottimista qual è Sangue del mio sangue, nel quale i fatti di famiglia (i fratelli e le sorelle, i figli, gli amici) vengono a far parte di un sogno cinematografico che lascia intravvedere la disordinata follia del presente, ma anche la consapevolezza della vecchiaia come anticamera della morte e la gioventù come oggetto di un desiderio che attraversa la storia in modo incontaminato.

Popolato di parenti (il fratello e i due figli, ma anche l’arcana presenza per interposta persona delle due sorelle e il ricordo del gemello morto) e ambientato in un luogo (il monastero/carcere) che coniuga il sogno con l’incubo Sangue del mio sangue è l’opera di un artista da vecchio, ossessionato dalla propria arte e mai riconciliato, che non rifiuta però la speranza nel futuro, e attraverso il cinema continua  a inseguire il sogno di un’arte che rinvia innanzitutto a se stessa, che chiede allo spettatore di abbandonarsi al fascino essenzialmente visivo del suo mondo. Un mondo che suscita più dubbi di certezze, che costringe a pensare al ruolo essenziale e autonomo di un cinema che, temendo di farsi “classico”, non accetta mai, nel nome della comprensibilità, di appiattirsi sull’ovvio e sullo scontato. Per questo c’è già il quotidiano e la televisione.

A.V.

 

SANGUE DEL MIO SANGUE

(Italia, Francia, Svizzera, 2015)

Regia e sceneggiatura: Marco Bellocchio – Fotografia: Daniele Ciprì – Scenografia: Andrea Castorina – Costumi:  Daria Calvelli – Musica: Carlo Crivelli – Montaggio: Francesca Calvelli e Claudio Misantoni.Interpreti: Roberto Herlitzka (Conte Basta), Pier Giorgio Bellocchio (Federico Mai), Lidiya Liberman (Benedetta), Alba Rohrwacher (Maria Perletti), Federica Fracassi (Marta Perletti), Toni Bertorelli (Dott. Cavanna), Fausto Russo Alesi (Cacciapuoti), Filippo Timi (il pazzo), Patrizia Bettini (moglie del Conte), Elena Bellocchio (Elena), Alberto Bellocchio (Cardinale Federico Mai).Distribuzione: 01 Distribution – Durata: un’ora e 46 minuti
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