JERSEY BOYS di Clint Eastwood


di Aldo Viganò.
Che la musica sia un forte elemento di fascino per Clint Eastwood lo si sapeva sin dal suo debutto nella regia con Brivido nella notte dove interpretava un disc-jockey radiofonico e se ne è avuta certezza vedendo i film da lui diretti e dedicati a compositori o jazzisti (Honytonk Man con il cantante country in viaggio verso Nashville; Bird in omaggio al sassofonista Charlie Parker; il lungo documentario The Blues: Piano Blues): tutto certificato infine dal fatto che da Mystic River in poi egli ha firmato personalmente, o affidate al figlio Kyle, tutte le colonne musicali dei suoi film. Non sorprende pertanto che Eastwood abbia voluto dirigere questo Jersey Boys, tratto da un musical che aveva spopolato a Broadway, raccontando la carriera dei “Four Seasons” – e in particolare della sua voce solista Frankie Valli (nome d’arte dell’italo-americano Francesco Castelluccio) – che, partiti dai sobborghi del New Jersey all’inizio degli anni Cinquanta, raggiunsero il culmine del successo verso la metà dei Sessanta. Quello che stupisce, caso mai, è che Clint si sia soprattutto lasciato affascinare dai molti dettagli “veri” di quella carriera musicale di quattro ragazzi dal “sound” un po’ vecchiotto, sino al punto di relegare in secondo piano tutto quello che pur le stava con evidenza dentro e intorno e che potenzialmente sembrava poter essere materia privilegiata per il suo talento cinematografico più maturo: i legami con la mafia di almeno tre di quei giovani, il drammatico conflitto tra successo economico e persistenza dei fantasmi psicologici personali, la follia del diverso, l’amicizia che si trasforma in rivalità e in reciproca insofferenza. Ebbene, proprio di tutto questo in Jersey Boys resta poco o niente. Sempre troppo preoccupato di raccontare la storia “vera” anche nei suoi minimi dettagli, Eastwood sembra dimenticare troppo spesso che nel cinema (come in tutte le altri arti) quello che conta è soprattutto il “verosimile”, il quale in un film vuol dire sintesi, tensione drammatica, capacità di dire l’essenziale attraverso l’immediatezza di uno sguardo, di un ellissi di montaggio, della forza espressiva della recitazione. Altrimenti si corre il rischio di portare sullo schermo solo la sciatta estetica degli sceneggiati televisivi. E questo è un rischio che sovente Jersey Boys sembra correre, e a volte sfiora, nonostante le potenti illuminazioni offerte da un paio di scene con Christopher Walken (altrove troppo assente dal film), da qualche brusca sferzata narrativa e la permanente precisione espositiva organizzata dall’occhio cinematografico del regista, che certo non avrebbe bisogno di far parlare in macchina i propri personaggi, come se fosse un Woody Allen qualsiasi, per dimostrare la propria modernità.
Il risultato è che dalla visione di Jersey Boys si esce non completamente soddisfatti, sfiorati forse dal sospetto di aver assistito a un episodio di senilità del suo regista. Ma poi, torna alla mente che un simile senso di insoddisfazione ci aveva accompagnato anche dopo la visione della seconda parte di Flags of Our Father, o nelle scene dedicate a Mandela in Invictus o anche, nel suo complesso e nonostante alcune grandi sequenze e la bravura di Di Caprio, dal troppo lungo J. Hoover. E allora nasce il sospetto che siano proprio le storie “vere”, cioè quelle attraversate dall’impegno programmatico del “bio-pic”, che poco si addicono ad un cinema sintetico, mitico ed essenziale come quello di Clint Eastwood. Anche se, pur essendo ancora una volta tratto da una “storia vera”, ci si dispone con fiduciosa speranza (se non altro perché l’argomento più gli si addice) a vedere American Sniper: il suo prossimo film già annunciato al montaggio e dedicato alla terribile vicenda professionale di Chris Kyle, il cecchino più “produttivo” del corpo speciale della marina americana in Iraq, noto come “il diavolo” tra i nemici e “la leggenda” tra i colleghi.

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