Courmayeur Noir in Festival 2010, quando la televisione si fa grande cinema


courmayeur noir festivalGli appassionati del genere, come ogni anno, si sono incontrati nella cornice della cittadina valdostana per scrutare quanto di nuovo oggi sia in grado di offrire il panorama di cinema e letteratura noir. Con l’occasione la manifestazione ha festeggiato il traguardo delle venti edizioni, e non ha sprecato l’occasione. Le offerte sono state stimolanti, le strutture confortevoli e l’entusiasmo di organizzatori e staff contagioso. Partiamo col segnalare i film che speriamo siano distribuiti anche nel nostro paese.

Dando poi maggior risalto alla presentazione, nella versione integrale, del film per la televisione di Olivier Assayas, Carlos. Ovviamente, per ragioni di spazio, ci concentreremo sul versante cinematografico, sacrificando la parte della manifestazione consacrata alla letteratura.

La Giuria ha insignito del Leone Nero (primo premio) Carancho di Pablo Trapero (autore di cui ci proponiamo di tratteggiare, in occasione dell’uscita in Italia del film, un breve profilo). Si tratta di una pellicola di “genere” che si innesta nel fenomeno dei cosiddetti “sciacalli” ( il carracho del titolo) che, in Argentina, bazzicano tra i pronto soccorso e nei luoghi di consumazione degli incidenti stradali, in cerca di clienti (e polli da spennare). Il materiale è ben assemblato e il film trova il punto di forza nel seguire la vita di due “ultimi” (un avvocato male in arnese e una dottoressa delusa dalla vita), uniti dalla loro solitudine lacerante. Degni di un premio e di attenzione Hanyo (La governante) di Im Sang-soo (Corea del Sud), già visto a Cannes e conferma del virtuosismo (e manierismo) dell’autore de La moglie dell’avvocato, e La scomparsa di Alice di J Blakeson, esordio a budget ridottissimo incentrato sulla preparazione e messa in opera di un rapimento. In tale lavoro, un trio di interpreti in stato di grazia, nei panni dei due delinquenti e della malcapitata ragazza, un plot calibratissimo e uno spirito british che conquista. Senza dimenticare Kosmos del turco Reha Erdem, il classico film inclassificabile, diviso tra lirismo e crudo realismo, con al centro un personaggio che arriva in un paese innevato, da straniero, e vive una parabola che lo porta ad essere in un primo tempo considerato dalla gente del villaggio come un salvatore della patria, poi un uomo da aiutare, e alla fine un capro espiatorio. E’ il film che più ci ha colpito, per la capacità di osare, per il modo in cui sceglie di parlare della guerra (che non si vede mai, ma viene evocata da un sonoro invadente di spari) e per la sua forte idea di cinema, nonostante gli eccessi. E’ piuttosto sfuggita la valenza noir dell’opera (che ha una flebile trama “gialla”), ma ci ha permesso di conoscere un autore da noi ignoto, ma coccolato da anni nei vari festival internazionali.

Come anticipato, vogliamo però dedicare il giusto spazio a quello che è stato il vero evento, ossia la proiezione del Carlos di Assayas, alla presenza di Daniel Lecont, documentarista e produttore, vera e propria anima del progetto e della sua realizzazione.

Ilich Ramirez Sànchez, nome di battaglia Carlos, il terrorista di origine venezuelana che negli anni Settanta e Ottanta, mise a segno azioni spettacolari per il Fronte Popolare di Liberazione della Palestina, per la United Red Army giapponese, per i servizi segreti mediorientali, protetto, di volta in volta, dal Kgb, dalla Stasi, dai servizi rumeni e ungheresi. Insomma, un terrorista per tutte le stagioni. Oggi Carols vive in carcere, dopo essere stato catturato, in Sudan. Il film affronta questa figura mitica e racconta quasi tutta la sua vita, a partire dall’idealismo della giovinezza passando per la “carriera” di un mercenario del terrorismo con il chiodo fisso per le donne e con il culto della sua persona. Olivier Assayas gli ha dedicato uno splendido film di cinque ore e trentatre minuti per la tivù (è la versione che si è vista a Courmayeur), e distribuito all’estero in una versione cinematografica accorciata. Carlos non giudica, non fa morale: mette in fila eventi, attentati, tranches de vie, materiali di repertorio e sequenze di pura azione. Assayas è capace come pochi di raccontare attraverso le immagini di un bar, di una stanza d’albergo, di una strada, i nostri anni, le nostre ansie e delusioni. Si è messo davanti a Carlos con la curiosità del biografo e con la compartecipazione del coetaneo. Così è mostrata la sua evoluzione impetuosa e inesorabile, dai primi attentati “artigianali” di Londra e Parigi fino ai “colpi di teatro” dei rapimenti più spettacolari, fino al disfacimento fisico e morale delle ultime deplorevoli “fatiche” al soldo del committente più generoso. Il Carlos di Assayas fa venire in mente il Scarface di De Palma, i gangaster-movie, ma anche il documentarismo più maturo, che prova a mettere a confronto una storia con la Storia.

Realizzato in Cinemascope, scritto dallo stesso Assayas e da De Franck, dopo anni di ricerche a cura del già citato Lecont, girato in tante città diverse, non è solo un prodotto televisivo, è un film torrenziale ma compatto, diviso in tre capitoli ma trascinante nella sua continuità, su un’epoca recente della nostra Storia, il ritratto di un sogno andato a male e delle sue conseguenze. Ed esattamente come un film Assayas l’ha scritto e girato, senza curarsi della chiarezza didascalica del plot, senza ammorbidire gli eccessi del personaggio, e senza rinunciare ai propri improvvisi piani sequenza. Insomma, un prodotto (televisivo o cinematografico, poso importa) da vedere, studiare e amare incondizionatamente. E magari pensare perché operazioni del genere non si fanno.

(di Alberto Marini)

Postato in Festival, Numero 92.

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