L’imprevedibile Ozon


Potiche - OzonSchizofrenia e sentimento nel regista di Il rifugio e Potiche
Strana categoria, quella dei registi. C’è chi si aggrappa ai propri vezzi producendo cicliche variazioni dello stesso film; chi si destreggia tra percorsi alternativi, mantenendo però immutabile l’ispirazione della propria ricerca; e infine chi imbocca strade sempre diverse, con una piccola dose di studiata incoscienza.

Il francese François Ozon appartiene di certo a quest’ultima categoria, come testimonia una filmografia fortemente variegata, ai limiti della schizofrenia. Nell’arco di una dozzina d’anni, infatti, è stato in grado di attraversare con disinvoltura generi diversi, proponendo sempre un cinema di analisi psicologica, con le fragilità dei sentimenti e l’incertezza dei confini sessuali (Ozon è dichiaratamente gay) come uniche costanti tematiche ed una scrittura registica capace di alternare toni descrittivi a forzature estetiche. Parigino, classe ’67, Ozon esordisce nel lungometraggio con Sitcom – La famiglia è simpatica (1998), bizzarra satira anti-borghese, proseguendo poi con Amanti criminali (1999), entrambi passati pressoché inosservati.

La consacrazione avviene nel 2000, anno magico durante il quale escono in rapida successione Sotto la sabbia e Gocce d’acqua su pietre roventi – a tutt’oggi i due film più riusciti. Il primo vede protagonista una magistrale Charlotte Rampling, borghese di mezza età costretta a fare i conti con la misteriosa scomparsa del marito; il secondo – tratto da una pièce di Fassbinder – è invece incentrato sui torbidi triangoli erotici di un playboy bisessuale (Bernard Giraudeau). Due pellicole emblematiche quindi, nelle quali è facile ritrovare vizi e virtù di una personalità registica già definita.

Il grande successo arriva però con 8 donne e un mistero (2002). Scherzo musicale infarcito di dive (Ardant, Darrieux, Deneuve, Huppert ecc.), fa storcere il naso ai puristi, mandando però in estasi i cinefili: tra canzonette e colori pastello, sfilano infatti tutti i feticci del vintage cinematografico, dal musical hollywoodiano a Douglas Sirk, fino al giallo anni ’50, calati in un’accattivante confezione retrò. La provocazione è sempre calcolata, la forma vampirizza la sostanza, ma il film gronda fascino e diventa un rapido cult movie al femminile. Un anno dopo, Swimming Pool – con la Rampling e Ludivine Sagnier – non potrebbe essere più diverso: un sinuoso passo a due, tutto giocato sul rapporto di seduzione tra una scrittrice attempata ed una giovane ninfetta.
Irretito dalle atmosfere chabroliane, Ozon saluta il kitsch e muove verso un’inaspettata svolta intimista. CinquePerDue – Frammenti di vita amorosa (2004), con Valeria Bruni Tedeschi, e Il tempo che resta (2005), con Melvil Poupaud e Jeanne Moreau, sono opere capaci di riflettere con intensità e commozione su temi di ampio respiro (rispettivamente: la fine di un amore e l’accettazione della morte) senza troppi vezzi autoriali. Tutto sembra pronto per il film della maturità, ma Ozon stupisce ancora, avventurandosi in territori inesplorati: Angel – La vita, il romanzo (2007) narra le peripezie di una giovane aspirante scrittrice (Romola Garai) nell’Inghilterra del primo Novecento ed è, di fatto, una produzione internazionale in costume. Una parentesi che lascia ancor più perplessi se paragonata al successivo Ricky – Una storia d’amore e libertà (2009), fiaba delicata dai toni surreali – protagonista è un neonato al quale spuntano le ali – o al recentissimo Il rifugio, dramma sentimentale su lutto e maternità.
Ormai sempre più prolifico, Ozon si è ripresentato alle platee dell’ultimo Festival di Venezia con Potiche, commedia anni Settanta dagli insospettabili risvolti sociali, interpretata da Catherine Deneuve e Gerard Depardieu.
Ancora due star e tanta voglia di stupire, quindi, per uno stakanovista della cinepresa provocatorio fino al sarcasmo, satirico ma affabile, glaciale ma sempre intrigante.
Da amare o rifiutare, senza mezze misure.

(di Massimo Lechi)

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