Wes Craven


Wes CravenIl suo ultimo film, Red Eye, è passato come una meteora nei multiplex spegnendosi nell’arco di due o tre giorni, a conferma della discontinuità che da sempre caratterizza il rapporto di Wes Craven con il pubblico. Una filmografia, quella del regista di Cleveland, caratterizzata infatti da vertiginosi alti e bassi: dal trionfo di Nightmare all’abisso di Il serpente e l’arcobaleno, dai miti giovanilistici di Scream al silenzio che ha circondato Vampiro a Brooklyn o il melodrammatico La musica del cuore, e ora anche Red Eye che, pur discontinuo e non sempre riuscito, avrebbe meritato ben altra accoglienza sia per la personale forza visiva che lo sottende, sia per il modo originale con cui il film tratta i complessi rapporti tra paura e terrorismo, tra claustrofobia e battaglia tra i sessi. Per chi non lo avesse visto, e sono sicuramente i più, vale pertanto ricordare che il film si svolge quasi tutto su un aereo in viaggio verso Miami a 9000 metri d’altezza, dove una donna scopre che il suo affascinante vicino di posto è un terrorista, il quale cinicamente ha scelto di coinvolgerla nel suo piano per uccidere il vicesegretario alla sicurezza interna, costringendola così a precipitare in un imprevisto e imprevedibile gorgo di violenza e di terrore.

E’ questo gorgo che, a ben vedere, Wes Craven mette in scena in tutti i suoi film più significativi. Un tema che salda la sua opera alla migliore tradizione del cinema horror, ma che trova anche in Craven uno svolgimento affatto personale, soprattutto attraverso l’idea portante che dalla violenza e dal terrore non ci si libera ritornando alla civiltà, ma precipitandovi all’interno sino a coglierne le radici più primitive. Così accadeva già nei suoi primi film scoperti con grande curiosità dai “cinéphiles” degli anni Settanta (ma curiosamente molto amati anche da un letterato prestato alla critica cinematografica quale Alberto Moravia): i genitori di L’ultima casa a sinistra che vendicano la figlia seviziata e barbaramente uccisa da un gruppo di teppisti, adottando i loro stessi metodi (squartamenti con sega elettrica, genitali strappati a morsi, ecc.); la tranquilla famiglia di turisti di Le colline hanno gli occhi che, deviando dalla via principale, si trovano a dover fare i conti con l’altra faccia di sé (una famiglia di feroci cannibali scozzesi) in un crescendo che tutto coinvolge e sporca di sangue la provincia americana; o anche lo scienziato di Il serpente e l’arcobaleno che, recatosi ad Haiti per scoprire i segreti farmaceologici del voodoo, viene completamente coinvolto in un universo popolato da zombie, abitanti di quel misterioso territorio di confine posto tra la realtà e l’incubo.

Se è vero che ogni artista finisce sempre col raccontare se stesso, risulta facile collegare questa prevalente impostazione tematica dei film di Craven alla sua rigida formazione religiosa anabattista che leggenda vuole la madre abbia spinto sino al punto di isolarlo dal contesto del mondo e di proibirgli di andare al cinema sino all’età di 23 anni. Ma i pur latenti temi protestanti della nascita come peccato, della vita come male, della grazia come imprevedibile esisto dell’accettazione di ciò che d’irrazionale è in ogni essere umano, sono solo la punta concettualmente emergente di un cinema in fin dei conti molto più complesso e meno ideologico, proprio per il primato che i film di Craven riconoscono sempre alla visione rispetto alle trame raccontate.

Regista eccessivo anche se discontinuo, colto e grossolano insieme, convinto di costruire metafore dalla forte valenza sociale, ma interessante soprattutto per la libera forza evocativa delle sue immagini, Craven è autore di un cinema di serie B capace continuamente di rinnovarsi e di sorprendere. A volte (Nightmare o Scream), questo suo cinema si salda con le latenti aspettative di una generazione. Altre volte risulta più difficile da riconoscere o stenta a concretizzarsi nell’unità di un’opera esteticamente compiuta. Ma sempre i suoi film contengono una scintilla di vitalità capace di sorprendere chi a loro si accosta senza pregiudizi e con la dovuta ingenuità dello spettatore. Raccontino essi la lotta del Male contro la civiltà tecnologica (Benedizione mortale) o gli esperimenti che trasformano uno scienziato in un vegetale ambulante (Il mostro della palude), il ritorno in vita di un cadavere ibernato (Sonno di ghiaccio) o il trapianto del cuore di un robot nel petto di un ragazzina (Dovevi essere morta); scelgano di privilegiare lo splatter, sul filo narrativo tracciato dalla via verso la sedia elettrica di un mostro che ripara televisori (Sotto shock), o di far proprie le strutture ideologiche del dramma sociale (La casa nera); preferiscano anche inserirsi nel solco della farsa (Vampiro a Brooklyn con Eddie Murphy) o in quelle del melodramma (La musica del cuore con Meryl Streep).

Il dato di fatto che scaturisce da una filmografia pur ondivaga nei risultati come negli esiti al botteghino è, comunque, che Wes Craven è un regista che non rinuncia mai a fare del cinema, anche nella consapevolezza che un mondo costruito interamente d’immagini è il più idoneo a indagare quel sottile territorio dell’anima che separa l’adolescenza dall’età adulta. Ed è appunto su questo crinale che i suoi film giustamente più famosi si sono costruiti. In modo tale che Freddy Kruger, il mostro dalle dita affilate come rasoi e dall’ustionato volto ghignante protagonista di Nightmare, diventa un personaggio emblematico proprio in quanto incarnazione dei sogni e delle paure degli adolescenti americani (ma non solo); mentre anche l’assassino, che indossando la maschera rubata all’Urlo di Munch, fa strage degli amici della ragazza protagonista di Scream, finisce con l’avere la stessa forte valenza autoriale, pur muovendosi in un contesto estetico e narrativo più disincantato e gioioso, disposto sempre ad aprirsi all’ammiccamento della citazione, ben suggerita ed evocata dall’onnipresenza in quella casa dei televisori accesi.

Lungi dall’essere una scelta commerciale, l’horror diventa così la via attraverso la quale Wes Craven organizza i propri incubi: un genere da abitare senza complessi e senza condizionamenti, perché in esso sta la propria visione del mondo. Anche per questo sarebbe molto interessante poter vedere anche in Italia il documentario che in regista di Scream ha girato alla Casa Bianca nel gennaio del 2000, pedinando gli ultimi giorni di Clinton alla presidenza degli Stati Uniti.

(di Aldo Viganò)

Chi è
Wes Craven nasce a Cleveland (Ohio) il 2 agosto 1939 e cresce in una rigida famiglia battista, isolato dal resto del mondo. La leggenda narra che egli avrebbe visto il suo primo film (Il buio oltre la siepe) solo a 23 anni, quando stava per compiere gli studi di Lettere e Psicologia a Baltimora, per seguire poi un Master in scrittura e filosofia. Nel 1964, inizia a insegnare materie umanistiche all’università, dove con i suoi studenti realizza un film (The Searchers) andato perduto. Impara il mestiere di montatore alla scuola del documentarista Harry Chapin. Alla fine degli anni Sessanta, si separa dalla moglie Bonnie Broecker, dalla quale ha avuto due figli, e si trasferisce a New York, dove fa il tassista e il fattorino presso una casa di produzione, prima di dirigere un softcore in collaborazione con il futuro regista di Venerdì 13 (Sean Cunningham). Nel 1984 sposa Mimì, dalla quale divorzia nel 1987. Nel 1999, pubblica il suo primo romanzo: La società degli immortali (The Fountain Society). Nel 2004 si sposa per la terza volta con Iya Labunka.

L’HORROR SECONDO WES CRAVEN
L’horror sta in una posizione veramente difficile. Bisogna entrare in aree della propria mente che sono totalmente inquietanti. E’ come guardare se stessi e l’umanità con le brache calate, con tutti gli istinti primari e le proprie paure che penzolano fuori.

Tutti gli ingredienti dei film dell’orrore sono essenzialmente primarie paure dell’infanzia che ci portiamo dentro per tutta la vita. E’ un sentimento sconfortante, ma penso che sia impossibile per l’uomo sfuggirne.

I film dell’orrore sono una variazione sulla paranoia. Possono essere testimonianza di un profondo cattivo gusto, ma,quando sono dei buoni film, colpiscono lo spettatore nel profondo. La paura è sempre una risposta a una sensazione di minaccia. Le paure più interessanti sono quelle che nascono da una minaccia alla psiche, frazione intima della personalità. Il film dell’orrore è un genere che deriva dall’incubo. E’ basato su una realtà molto più vicina al sogno di quella che viviamo quotidianamente. Ciò diviene una metafora della realtà.

I film dell’orrore sono una valvola di sfogo per la salute mentale, in quanto permettono alla gente di liberare la follia e la rabbia che normalmente si devono reprimere. L’horror trascina le persone nelle zone dell’inconscio che si visitano abitualmente solo durante il sonno o negli stati d’allucinazione. E’ un genere che tratta immagini e situazioni riflettenti l’angoscia dalla quale tutti siamo ossessionati, noi e tutti quelli della nostra cultura. In questo senso, i film dell’orrore sono primordiali.

Le immagini più orribili dei miei film si riferiscono sempre e soltanto ai primi cinque anni di vita di una persona e alle due cose più importanti per chiunque: la casa nella quale si è cresciuti e quell’altra casa che è il proprio corpo. E continueranno a essere questi i miei territori di esplorazione.

I film che scelgono ambientazioni normali e quotidiane possono far riemergere ricordi d’infanzia sepolti più di altri che si svolgono in luoghi straordinari, come cupi castelli gotici o territori esotici alla Indiana Jones, dei quali non abbiamo alcuna esperienza personale. I luoghi familiari non sono terrificanti di per se stessi. Semplicemente funzionano come habitat dell’horror perché contengono i germi dei ricordi significativi laddove, nel corso della nostra infanzia, ci sono accadute delle cose paurose.

Ho basato un discreto numero dei miei film sul fantasma di un uomo violento, che penso derivi dalla percezione che ho avuto di mio padre morto quando io avevo quattro anni. In un senso più ampio, questa figura rappresenta ciò che penso della civilizzazione dell’Ovest, della selvaggia virilità che non vuole aver nulla a che fare con i sentimenti, delle prove di coraggio che presuppongono lo scontro diretto con la morte. Parte dei miei personaggi si presentano come un traslato della sanguinante e violenta figura del padre. Freddy Kruger è così, l’adulto maschio che vuole distruggere l’innocenza. Lui è il Male Adulto e i ragazzi sono l’innocenza della gioventù e dell’umanità.

Ho un amico scrittore che per il suo lavoro ha contatti diretti con gli psichiatri. L’ultima che mi ha raccontato è questa: un uomo, un padre, che con uno scalpello faceva dei buchi nella fronte dei suoi figli perché intendeva mangiare parti del loro cervello. Alla domanda del medico: “Perché lo fai?”; lui risponde: “Sai,questa roba non fa ingrassare”. No, non puoi distogliere sempre lo sguardo dalla violenza che c’è nel mondo. Un film come Scream afona in parte anche in questo dilemma.

Non credo che i film abbiano delle responsabilità per quanto riguarda la diffusione della violenza, nessuno l’ha mai provato. Però noto che è un argomento sul quale tutti hanno da dire la loro. E poi ti fanno certe domande… Sei contento di quello che provochi facendo questi film? Cos’è che ti rende così misterioso? Da dove ti vengono queste idee? Perché le cose che fai sono così bizzarre e sconvolgenti? Le capisco, ma sono domande fatte a vanvera.

Da parte della società più chiusa e organizzata ci saranno sempre opposizioni, shock e repulsione nei confronti dell’horror perché prevale il tentativo di controllare quanto più possibile l’irrazionalità e le verità più penose da accettare.

Il sogno è il terreno d’elezione del cinema. I film affondano profondamente le loro radici nel sogno. Il cinema possiede qualcosa di profondamente onirico. Per quello che mi riguarda, l’esplorazione dei sogni sul piano della scrittura è una delle componenti della mia personalità.

Dichiarazioni di Wes Craven, tratte da sue interviste a vari giornali, in parte citate nella monografia a cura di Danilo Arona, edizioni Falsopiano.

Filmografia
Regia

1971: Toghether (inedito in Italia, coregia di Sean Cunningham)
1972: L’ultima casa a sinistra (The Last House on the Left)
1973: It Happened in Hollywood (inedito in Italia) firmato da Peter Locke
1976: Tales That Will Tear Your Heart Out (episodio TV)
1977: Le colline hanno gli occhi (The Hills Have Eyes)
1978: Summer of Fear (inedito in Italia)
1981: Benedizione mortale (Deadly Blessing) – Il mostro della palude (The Swamp Thing)
1984: The Hills Have Eyes 2 (inedito in Italia) – Invitation to Hell (TV Movie) – Nightmare dal profondo della notte (A Night on Elm Street)
1985: Sogno di ghiaccio (Chiller) – Ai confini della realtà (The Twilight Zone) serial TV, regia di 7 episodi
1985: Casebusters (cortometraggio) – Dovevi essere morta (Deadly Friends)
1988: Il serpente e l’arcobaleno (The Serpent and the Rainbow) – Freddy’s Nightmare: It’s My Party and You’ll Die if I Want You To (serial TV)
1989: Sotto shock (Shocker)
1990: Omicidi a forma di stella (Night Visions) – Freddy’s Nightmares, serial TV, regia di 3 episodi
1991: La casa nera (The People Under the Stairs) – Nightmare Cafe, serial TV, regia di 1 episodio
1994: Nightmare nuovo incubo (Wes Craven’s New Nightmare)
1995: Vampiro a Brooklyn (Vampire in Brooklyn)
1996: Scream – Chi urla muore (Scream)
1997: Scream 2 (id.)
1999: La musica del cuore (Music of the Heart)
2000: Scream 3 (id)
2005: Cursed (id) – Red Eye (id.).

Altri contributi artistici
1971: You’ve Got to Walk It Like You Talk It or You’ll Lose That Beat di Peter Locke (montaggio)
1977: Carhorps (montaggio)
1987: Nightmare 3 – I guerrieri del sogno (Nightmare on Elm Street 3 Drem Warriors,  co-sceneggiatura) di Chuck Russell – Fiori nell’attico (Flowers in the Attic, co-sceneggiatura) di Jeffrey Bloom
1989: The People Next Door (situation comedy, produzione e sceneggiatura)
1993: Laurel Canyon (film TV, soggetto).

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