Paolo Virzì


Paolo VirziTanto vale scriverlo subito senza attendere le tardive scoperte o le pelose riabilitazioni dei grandi autori della commedia all’italiana, di cui è il più legittimo erede: Paolo Virzì è oggi il migliore regista italiano in attività. Certo, qualcuno storcerà il naso o griderà alla lesa maestà di registi più anziani o di più pensosa caratura. In questo giudizio, però, non c’è nulla di provocatorio, Solo una constatazione di fatto, pur suffragata da soli sei lungometraggi. Nato come sceneggiatore, Virzì è sostenitore di un cinema in cui l’autore sparisca completamente all’interno dell’opera: intesa come armonica sintesi d’immaginazione e di realtà, di sapiente struttura narrativa e di impegno civile, di volontà di conoscere e di consapevole scelta dello sguardo. In tutti i suoi film – da La bella vita a Caterina va in città – le cose migliori nascono dalla perfetta armonia tra la scrittura, l’interpretazione e la messa in scena. Senza gerarchia, ma sempre con uguale passione. Per scrivere le sue storie, Virzì si avvale da sempre della collaborazione dell’amico d’infanzia Francesco Bruni: «Lo conobbi per la prima volta quando entrò nella quarta ginnasio di Livorno, con l’orecchino e l’aspetto di americano ribelle, per leggere vicino alla cattedra un documento in cui si invitava a votare o a non votare per una lista». Sempre molto meticolosa e fondamentale per l’esito finale è, poi, per Virzì la scelta e la direzione degli attori: «Per me fare il cast è il momento più importante nel mestiere di un regista. È davvero bello e affascinante il lavoro che si fa con gli attori, perché si continua a sviluppare, a scrivere un personaggio con la pelle, l’anima di una persona reale. Cominci a vedere un carattere attraverso gli occhi di un essere umano». La regia, infine, è stata per lui una conquista più che un punto di partenza: «All’inizio della carriera volevo dimostrare ai miei amici registi che con buoni attori e una buona sceneggiatura non ci voleva nulla a fare un film. Poi mi sono ricreduto. Però sono ancora convinto che essere un buon regista non voglia dire fare movimenti di macchina particolari, come un dolly sulla verdura o il primo piano di un carciofo». La regia come conquista di uno sguardo sulla realtà, pertanto. Come pratica lontana sia dalla “cinéphilia” in stile Nouvelle Vague, sia dalla semplice illustrazione di contenuti cara agli alfieri del cosiddetto cinema impegnato. «La capacità di stordimento del cinema mi lascia indifferente e sono poco disponile a farmi catturare dalle grandi macchine per emozioni, non per snobismo, ma perché sono poco cinofilo, sono poco spettatore di cinema». Il risultato è che Virzì è autore di un cinema al cui centro vengono posti sempre i personaggi, i loro reciproci rapporti e il loro habitat; ma ne consegue anche che proprio così, facendo del cinema, egli ha scoperto il ruolo fondamentale del regista, ricredendosi dal pregiudizio che la realtà potesse esistere indipendentemente dallo sguardo che le dà forma e consistenza. È proprio questo ciò che fa di Virzì il maggiore regista italiano in attività, anche se ancora non ha realizzato il film della sua e della nostra vita. Costruiti sulla carta i personaggi, con sceneggiatura apparentemente “di ferro” che comprende sovente anche l’uso antico della cornice con voce narrante fuori campo, il regista sa poi lasciarli vivere sul set attraverso la recitazione degli interpreti, discretamente ma meticolosamente ben diretti, e quasi con stupore ne osserva le variazioni sentimentali, ideologiche e comportamentali. E proprio questa è la virtù dei grandi registi. Dubito che Paolo Virzì sia contento di sentirselo dire, ma credo che i suoi film siano migliori più per virtù del regista che a opera dello sceneggiatore. Se questo, infatti, si lascia a volte tentare dal vizio didascalico italiano di spiegare tutto attraverso la struttura narrativa e i dialoghi, quello sa invece sapientemente rendere complessa la realtà, trovando quasi sempre l’angolazione e la distanza giusta dello sguardo sugli ambienti e sugli esseri umani che li abitano. Sia sufficiente come esempio valido per tutti, la stupenda sequenza del pranzo famigliare in America di My name is Tanino. È questa la vera carta vincente del cinema di Virzì. Sia quando racconta le variazioni dell’amore sullo sfondo della crisi industriale a Piombino (La bella vita) o l’autobiografico romanzo di formazione di un ragazzino su sfondo livornese (Ovosodo); sia quando divaga nella favola corale di un gruppo di ex-operai impegnati a rinventarsi la vita con un allevamento di struzzi nell’etroterra di Cecina (Baci e abbracci) o segu sino in America i vincenti sogni di rigenerazione di un giovanotto un poco imbranato (My name is Tanino); sia ancora quando, con esplicito riferimento alla tradizione della commedia all’italiana, mette in scena la metafora della società italiana, costruendola sulle passioni e sul comportamento di autentici esseri umani: siano questi membri di due famiglie di vacanzieri sull’isola di Ventotene (Ferie d’agosto) o il velleitario padre romano, una madre prigioniera delle proprie quotidiane nevrosi e una figlia che guarda il mondo con provinciale curiosità e stupore, come accade nel più recente Caterina va in città, straordinario soprattutto quando sceglie di guardare il mondo con lo sguardo innocente e disarmato della sua giovane protagonista, decisa nonostante tutto di conquistarsi un posto nella vita.

(di Aldo Viganò)

Chi è
Paolo Virzì nasce a Livorno il 4 marzo 1964. Dopo gli studi di lettere e filosofia all’Università di Pisa, s’iscrive al Centro Sperimentale di cinematografia dove segue i corsi di Furio Scarpelli e si diploma in sceneggiatura e regia. Tra la fine degli anni Ottanta e il suo esordio nella regia collabora alla sceneggiatura di alcuni lungometraggi, tra i quali Tempo di uccidere (1989) di Giuliano Montaldo, Turné (1990) di Gabriele Salvatores, Condominio (1991) di Felice Farina, Centro storico (1992) di Roberto Giannarelli. Nel 1994, gira il suo primo lungometraggio, La bella vita, che vince il David di Donatello come migliore film d’esordiente e due Nastri d’argento. Il David di Donatello gli viene attribuito anche per il seguente Ferie d’agosto, mentre Ovosodo vince il Gran Premio speciale della giuria alla LIV Mostra di Venezia. Nel 1996, collabora alla sceneggiatura di Cuba Libre – Velocipedi ai Tropici di Davide Riondino. È separato dall’attrice Paola Tiziana Cruciali conosciuta e sposata durante gli studi.

VIRZI’ E LA COMMEDIA ALL’ITALIANA
Ho avuto la fortuna di avere Furio Scarpelli come mio insegnante mentre frequentavo il Centro Sperimentale. Poi ho lavorato come suo assistente e quindi ho avuto la possibilità di leggere i copioni dei film della stagione della cosiddetta commedia all’italiana. Ho letto anche i trattamenti nelle varie versioni che si sono succedute, e so perché sono state fatte certe scelte invece di altre. È una stagione del cinema italiano che adoro, soprattutto per lo spirito che la caratterizza: rendere popolari le cose più alte e complesse. Mi piace lo spirito non fanatico, antieroico di quei film. Mi piace anche la storia personale delle persone che hanno fatto quel cinema, autori che arrivavano dalle riviste umoristiche, dalla scuola delle gag. Il loro era un modo di lavorare collettivo, anche se poi alla luce del tempo riusciamo a vedere le differenze, a capire che uno aveva una mano o un carattere più forte di un altro. Monicelli apparentemente era più cinico e invece era molto umano; Risi era il più aspro il più “cattivo”; Scola era più politico e sociale; Germi era quello più espressionistico, impugnava il cinema con più padronanza, si rifaceva ai tedeschi e ai russi, caricava molto sul grottesco e sul colore; fino ad arrivare a Pietrangeli, con cui si sentiva molto cinema francese, si sentiva l’esistenzialismo. È una stagione del cinema che io ritengo fondamentale anche per la storia del nostro paese. In qualche modo la commedia italiana è stata una bella medicina per il nostro carattere nazionale. Quei film ci hanno resi meno inconsapevoli, ci hanno costretto a guardarci allo specchio. E quando abbiamo smarrito questa strada, quando questo cinema negli anni Settanta è svanito, abbiamo vissuto il nostro periodo di maggiore degrado morale, di corruzione e di smarrimento. Quindi se una piccola battaglia ci rimane da fare è testimoniare la realtà degradata che ci tocca vivere, rappresentare, anche nobilitandolo, il vero trucido che avanza, la volgarità, la felicità grossolana che ci circonda.

Ritornando alla commedia all’italiana, è quella fatta dagli sceneggiatori che soprattutto mi interessa. Io riconosco le commedie che hanno scritto Age e Scarpelli, poi che le abbiano dirette Risi o Monicelli è certo importante, ma viene dopo. Mi piace quello che scrivevano: storie con molta ironia, ma anche con un grande impegno civile. Attualmente non sopporto la commedia, i film comici italiani di successo che sono razzisti, soprattutto verso i poveracci. Nei film di Age e Scarpelli, anche quando prendevano in giro qualcuno, non c’era mai cattiveria gratuita, ma una vera e propria empatia con il personaggio. Nelle commedie natalizie odierne, dedicate agli yuppies, ai tifosi di calcio o alle modelle, non c’è quasi mai questi discorso di empatia con il personaggio. Si salvano solo alcuni bravi attori comici, Benigni o Verdone, verso i quali non riesco però a provare la stessa simpatia. Non parlo tanto per me, che potrei anche aver imboccato una strada diversa dalla commedia, però penso che questo genere di cinema, autenticamente popolare e di grande tradizione, non possa essere abbandonato, con tutto il rispetto, solo ai Vanzina.

(antologia di dichiarazioni rilasciate da Paolo Virzì a Cinecritica n° 26-27 e a Quaderni di ventiquattroalsecondo editi dal Comune di Reggio Emilia)

Filmografia
1994:
La bella vita
1996: Intolerance (episodio di Roma Ovest 143)
1996: Ferie d’agosto
1997: Ovosodo
1998: Baci e abbracci
1999: Privino d’ammissione (cortometraggio)
2002: My name is Tanino
2003: Caterina va in città

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