Femme fatale

Brian De Palma ha scelto di girare in Europa – stella polare dei suoi primi amori cinematografici e luogo di residenza dei suoi fans più convinti – il film più estremo e personale di una lunga carriera sovente caratterizzata più dal virtuosismo che dall’ispirazione.

Femme fatale vince sullo schermo una sfida che sulla carta appariva impossibile: realizzare un grande film con attori inadeguati e con una sceneggiatura tanto approssimativa nell’insieme, quanto elaborata nella costruzione delle singole sequenze. Che cosa resta, allora, dalla visione di questi centodieci minuti in cui la cinepresa di De Palma condensa il racconto delle imprese di una “femme fatale” che tradisce i compagni di un fantasmagorico furto di gioielli durante il festival di Cannes, assume una falsa identità e si fa sposare da un ricco uomo politico americano, il quale la riconduce suo malgrado in Europa, dove è costretta a vivere nascostamente nel vano tentativo di non farsi rintracciare da coloro che non hanno mai cessato di cercarla? “Solo” il cinema, rispondono con convinzione i cinéphiles più accaniti.

Il cinema allo stato puro, l’energia della forma che fa aggio sul contenuto, sino al punto di sostituirlo completamente. Femme fatale è un film d’autore bellissimo e irritante insieme, pensato all’europea e girato guardando alla tradizione del migliore cinema di genere hollywoodiano. Una contraddizione a 24 fotogrammi al secondo, pertanto. Ma, almeno per chi sa abbandonarsi alla dinamica irruenza delle sue immagini, anche una sorgente di grandi emozioni visive.

A differenza di quasi tutti i film precedenti di De Palma, nei quali l’originalità autoriale viveva a sprazzi, affidata a una o poche sequenze (di preferenza quelle d’apertura e di chiusura) disperse all’interno di un tessuto narrativo alquanto tradizionale, quasi sempre di riporto anche per un invadente gusto per la citazione e spesso prive di adeguata forza drammatica, Femme fatale dimostra una volta tanto il coraggio di andare sino in fondo, di costruire tutto un film per “scene madri”, che il montaggio molto ellittico mette insieme con esilissime cerniere di raccordo, al solo scopo di salvaguardare un’apparenza di racconto. In un film di questo tipo è lo sguardo a farla da padrone: quello mediato dall’occhio della telecamera o professionalmente concentrato sulle esigenze di ruolo di ciascun personaggio nella lunga sequenza iniziale dei gioielli rubati direttamente sul corpo della modella lesbica; quello che osserva il mondo attraverso il mirino della macchina fotografica di Banderas; quello inespressivo della protagonista che spia il suicidio della donna di cui prenderà l’identità.

E così via in un continuo cambiamento dei punti di vista che nel loro insieme concorrono a restituire quello che sembra essere il vero soggetto che sta a cuore a De Palma: usare il genere “femme fatale” per mettere in scena un film che sappia soprattutto proporsi come una metafora del cinema tutto. Ancora l’ombra di Hitchcock, pertanto: almeno questa volta, però, colta nella sua essenza più che citata nelle sue sole apparenze.

FEMME FATALE
(USA, 2002)
Regia e sceneggiatura: Brian De Palma
Fotografia: Thierry Arbogast
Musica: Ryuichi Sakamoto
Scenografia: Denis Renault
Montaggio: Bill Pankow
Interpreti: Rebecca Romijin-Stamos (Laure / Lily), Antonio Banderas (Nicolas Bardo), Peter Coyote (Watts), Eriq Ebouaney (Blak Tie), Edouard Montoute (Racine), Rie Rasmussen (Veronica), Thierry Frémont (Serra)
Distribuzione: Medusa
Durata: un’ora e 50 minuti

(di Aldo Viganò)

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