Un ricordo di Ennio Bìspuri. Studioso di cinema esemplare 

di Gianmarco Cilento .

“Non so se arriverò a Natale” diceva spesso Ornella Vanoni, con quel tocco di scanzonata ironia che da anziana ormai la contraddistingueva.

Triste pensare che anche Ennio Bìspuri, grande studioso di cinema, di filosofia e di cultura italiana, non sia arrivato a festeggiare per un pelo un ultimo Natale con i suoi cari. Si è spento prima, precisamente il 22 dicembre 2025, nella sua casa di Roma, dopo aver lottato contro una lunga malattia, lasciando due amati figli, artisti entrambi (Valerio è un affermato fotoreporter, Laura una regista), i nipoti e tanti amici che lo hanno sempre apprezzato e sostenuto nelle sue imprese saggistiche e professionali. I funerali si sono svolti il 24 dicembre presso la chiesa degli artisti di Piazza del Popolo, a Roma, ai quali hanno partecipato commossi amici e conoscenti del mondo della cultura cinematografica.

Bìspuri era un intellettuale onesto e rigoroso. Uno studioso con la S maiuscola. Nonostante i suoi 82 anni era ancora una mente brillante e lucidissima. Mai banale, sempre arguto e pronto al confronto, talvolta in maniera intransigente, era capace di stimolare punti di vista unici e inattendibili, nella vita reale come nelle conversazioni sui social. Conversazioni che negli ultimi tempi aveva un po’ abbandonato a causa delle sue condizioni di salute.

Figlio di Luciano Bìspuri, capo attrezzista di set cinematografici, Ennio ereditò dal padre l’amore per la settima arte e allo stesso fu coraggioso già da ragazzo, quando decise di approcciarsi al cinema non da artigiano, bensì da studioso, laureandosi nel 1967 con una tesi che metteva a confronto i film con la filosofia. Approccio tutt’altro che scontato, in un periodo in cui i Dams ancora non esistevano e il cinema nelle cattedre universitarie era trattato da pochissimi docenti. Non a caso il suo relatore fu Emilio Garroni, brillante professore di estetica che Bìspuri ha sempre considerato un maestro.

Da quel momento iniziò per lui un percorso intellettuale variegato e di grande coraggio, che lo portò a confrontarsi, come tutti del resto, con il Sessantotto. Parentesi storica che nei decenni successivi criticò apertamente, arrivando a dire che fu una rivoluzione “fatta con i gemelli sulla camicia” e al quale dedicò molti anni dopo “Katabasis – Cronache da una stanza fumosa” (1989), il suo unico romanzo. Iniziò prestissimo a dedicarsi poi alla scrittura creativa, stilando sceneggiature e soggetti con l’attore Claudio Gora, suo grandissimo amico che gli dette anche la possibilità di conoscere Federico Fellini. Con il cineasta Ennio scambiò anche delle lettere, che presto verranno donate alla Fondazione di Rimini.

Le sceneggiature che scrisse con Gora purtroppo non divennero mai film, ma nel frattempo riuscì a concretizzare i suoi incarichi lavorativi, insegnando prima alle scuole medie e poi come professore di storia e filosofia in vari licei romani. Ebbe vari allievi, tra cui un giovanissimo Massimo Lopez, con il quale resterà amico tutta la vita.

Non furono anni facili per gli insegnanti. I tumulti studenteschi, innescati dalla contestazione post-sessantottina e gli anni di piombo imperversavano nelle città italiane, e Bìspuri (come tutti i professori, del resto) si vide costretto a tenere alto il valore degli argomenti che insegnava ai ragazzi, pur in quel clima di aperta tensione. Una tensione che spinse, come ha raccontato in un’occasione, uno dei suoi presidi a tenere la pistola nel cassetto.

Ma le grandi occasioni per Bìspuri arrivarono solo nei primi anni Ottanta, quando pubblicò i suoi primi libri, dedicati a Nietzsche e Fellini. Dopo aver realizzato per la Rai uno speciale dedicato al grande filosofo tedesco (tratto dal suo libro, ovviamente), Ennio vinse il concorso di addetto degli istituti di cultura italiana all’estero, forte della sua conoscenza nelle lingue.

Grazie a questo traguardo professionale, Bìspuri iniziò a girare il mondo e a divulgare gli aspetti più importanti dell’Italia. Divenne addetto e poi direttore di questi istituti, prima in Germania (dove invitò in alcune occasioni pubbliche anche Alberto Sordi e Massimo Troisi), poi in Algeria, dove ebbe una brutta disavventura. Dopo una sua dichiarazione, rilasciata al telegiornale, al quale disse di “occuparsi della cultura italiana in Algeria”, alcuni terroristi del Fronte Islamico di Salvezza si videro urtati da queste sue parole, arrivando a minacciarlo di morte. Cosa che lo costrinse a fuggire da Algeri e a chiedere al Ministero per gli affari esteri il trasferimento a Santiago del Cile. Ebbe anche una breve parentesi lavorativa a Mosca, proprio nel periodo dell’ascesa al potere di Putin. Subito dopo l’elezione a Presidente della Federazione Russa, Ennio venne trasferito a Barcellona.

E fu proprio negli anni della maturità che iniziò a occuparsi di quello che è stato sicuramente l’argomento più importante della sua attività da studioso di cinema, ovvero Totò. Dopo averlo trattato con indifferenza per anni (ai tempi della laurea lo considerava addirittura un guitto e niente più), nella maturità inizio a prendere consapevolezza della grandezza artistica del Principe De Curtis. Una consapevolezza che lo spinse a scrivere tra il 1997 e il 2000 due ottimi libri, “Totò principe clown” (Guida Editore) e “Vita di Totò”, le cui pagine vennero apprezzate moltissimo da Carlo Croccolo e Mario Monicelli. Grazie a questo suo formidabile impegno di ricerca sugli aspetti meno studiati di Totò (in particolare quelli legati ai registri recitativi, presenti nei vari film) diventò in poco tempo uno dei più qualificati e stimati studiosi del comico in questione.

Gli piaceva avere come amici personalità importanti del mondo dello spettacolo, con le quali adorava confrontarsi sul cinema italiano e sui film che avevano realizzato. Bìspuri si definiva simpaticamente, anche con il sottoscritto, un illuminista e un socialista. E per questo era un intellettuale così scrupoloso. Considerava Fellini il più grande regista del mondo, adorava Scola e Lizzani (altri suoi grandi amici), ma detestava Bertolucci e Petri. Troppo decadente il primo, troppo enfatico il secondo a suo dire. Posizioni dalle quali si può dissentire, anche radicalmente. Anche con la politica era bellissimo confrontarsi con lui. Provava ribrezzo per la destra e rimpiangeva una sinistra seria, come scriveva sempre sui social.

Negli anni della pensione si è dedicato ancora una volta a Totò, al quale ha dedicato altri tre libri e poi, ovviamente, a tanti altri argomenti. Uno su tutti “Il cinema dei telefoni bianchi”, lavoro monumentale edito da Bulzoni di quasi 700 pagine che parte da un assunto ben preciso: non tutti i film prodotti sotto il fascismo erano opere sostenute dal regime e, cosa ancor più sorprendente, molte di queste pellicole venivano criticate proprio dai gerarchi in camicia nera. Con lo stesso spirito eternamente critico Bìspuri ha analizzato un’altra parentesi del nostro cinema trattata spesso con superficialità: quella del Neorealismo Rosa. Volume che ho recensito per questa testata.

Nonostante la malattia, nell’arco di questi ultimi due anni Bispuri ha trovato la forza di scrivere la sua ultima avventura saggistica, dedicata a Pier Paolo Pasolini. Con un titolo ancora una volta “forte”, ovvero “Il cinema tragico di Pasolini”. Si tratta del suo testamento spirituale e professionale, al quale ho collaborato anch’io, con un’amichevole e faticosa revisione del testo.

Bispuri, che fino all’ultimo minuto della sua vita ha sempre amato circondarsi di giovani “allievi” (tra i quali, ovviamente, il sottoscritto), apparteneva a una certa generazione di intellettuali che hanno voluto fare i conti col passato, ribaltando luoghi comuni, pregiudizi e mezze verità, offrendo quindi a studiosi e agli appassionati di cinema un desiderio d’indagine che purtroppo, in tempi di lecchinismo istituzionale e lacerante ipocrisia giornalistica, probabilmente sarà sempre più in via d’estinzione.

E vorrei che a chiudere questo appassionato, ma comunque non esaustivo, ricordo biografico sia Costanza Quatriglio, una delle migliori registe del nostro cinema, con la quale Ennio aveva grandissima amicizia. “Gli sono molto grata per l’attenzione e la generosità costanti nei confronti del mio lavoro. Da quando l’ho conosciuto mi ha sempre sostenuta vedendo tutti i film che ho fatto e scrivendomi, ogni volta, le sue impressioni. Un modo di fare al quale non siamo abituati, raro in questo nostro mondo distratto e egoriferito, che mi ha regalato diversi momenti di confronto gioioso”.

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