“The Place” di Paolo Genovese

di Aldo Viganò.

Reduce dai premi e dal successo nazionale ottenuti con “Perfetti sconosciuti”, il cinquantenne regista Paolo Genovese ha deciso di proseguire sulla stessa strada di un cinema claustrofobico, raccolto intorno a un tavolo, fatto in prevalenza di primi piani e molto scritto, oltre che ovviamente molto parlato. Un cinema, quindi, anche dal dichiarato sapore televisivo, tanto più perché il suo impianto scenografico e narrativo è ricalcato pari pari da una “serie” americana di successo, distribuita dal 2010 con il titolo “The Booth at the End”.

Dentro questo schema, che prevede un bar – tavola calda al cui banco estremo siede stabilmente un Uomo (Valerio Mastrandrea) di fronte al quale si succedono via via altre persone che, chiedendogli di soddisfare un proprio desiderio, ne ricevono da lui, tramite la consultazione di un’agenda fittamente scritta a mano, uno specifico incarico di non facile realizzazione e sovente aldilà della legalità. Nulla di obbligatorio afferma ripetutamente l’Uomo, ma di dirimente sì: solo adempiendo al compito assegnatogli ciascuno potrà infatti veder realizzato il proprio desiderio. Qualunque esso sia. L’Uomo non chiede altro in cambio e le persone che a lui si rivolgono sono convinte, apoditticamente, che egli sia in grado di mantenere la parola. Sia egli il Diavolo (come qualcuno direttamente gli chiede, ricevendone risposte evasive) o il Destino o Dio stesso.

Dato questo schema narrativo e accettatolo alla lettera (assoluta unità di luogo e astrattezza temporale comprese), ne consegue che in “The Place” (come si legge anche nell’insegna al neon di quel luogo pubblico) quello che viene proposto è uno spettacolo dalle forti valenze metaforiche, ma anche un rito riproducibile all’infinito. La serialità, appunto. Punto di partenza scelto e di per sé ovviamente legittimo. Ma anche tale da correre il rischio di diventare stucchevole proprio a causa della sua imprigionante ripetitività. Un rischio che comunque, confidando (forse anche troppo) nelle proprie virtù di scrittore e direttore di attori, Paolo Genovese sembra disposto a correre.

Il regista di “Immaturi” firma così un film che non ha paura di essere definito teatrale, affidando tutta la sua forza cinematografica al ritmico montaggio (più o meno sapiente) dei primi piani. Un film dichiaratamente ambizioso, questo “The Place”, anche se sempre pronto a nascondersi dietro al precedente del “serial” americano. Un film che comunque, nel suo complesso, riesce a risolvere alcune incertezze nell’alternarsi delle immagini ravvicinate (non sempre scelte con  rigore) con l’efficacia delle prove attoriali richieste e ottenute dai singoli interpreti.

Una decina di prove quelle degli interpreti svolte, forse, nel segno di una eccessiva seriosità (qualche rottura di tono e qualche sfumatura comica non avrebbero certo guastato), ma anche affrontate con professionalità e in modo di tener desta l’attenzione dello spettatore, cui viene pur negato ogni flash-back o qualsiasi oggettivazione visiva della parola. Per cui, alla “divina” malinconia di Mastrandrea, fanno felice riscontro il volto triste ma determinato di Giulia Lazzarini alla quale in cambio della salute del marito viene chiesto di mettere una bomba in un luogo pubblico, o quello dolente di Vittoria Puccini tragicamente indotta a separare due coniugi affiatati se vuole recuperare l’amore del proprio marito, o quello della suora Alba Rohrwacher che al fine di recuperare la fede è disposta a farsi mettere incinta dal primo sconosciuto, o anche la maschera del cieco Alessandro Borghi che per riavere la vista è pronto a stuprare la prima ragazza disposta ad accompagnarlo a casa.

In questo ripetuto gioco imposto dal loro interlocutore serpeggia continuamente la domanda: “sino a che punto siamo disposti a spingerci per soddisfare i nostri desideri?”. E il quesito etico aleggia sullo schermo anche quando le azioni richieste dall’Uomo, attraverso la sua misteriosa agenda, s’intrecciano pur nella inconsapevolezza di coloro che dovrebbero compierle: il meccanico Rocco Pappaleo, infatti, potrà portarsi a letto la pin-up dei suoi sogni, solo se riuscirà salvare la vita alla bambina che Vinicio Marchioni ha avuto l’incarico di uccidere per poter guarire il proprio figlio; mentre il poliziotto corrotto Marco Giallini potrà infine ad abbracciare il figlio Silvio Muccino incaricato di rubare proprio il danaro richiesto dal padre e indicato come meta da raggiungere a  Silvia D’Amico, la quale si era rivolta all’Uomo per avere quella bellezza che trova ora negli occhi del figlio del tutore dell’ordine.

È chiaro che con questa impostazione il gioco potrebbe procedere all’infinito e il “seguito” è inesorabilmente dietro le porte del successo (se verrà); ma da parte sua Genovese provvede almeno a incorniciare questi incontri tra gli esseri umani e il loro destino o punizione che sia, nella narrazione appena accennata della complice solidarietà di due estreme solitudini: cioè, quella dell’onnipresente Mastrandrea e quella della cameriera (Sabrina Ferilli) che dei suoi modi gentili e del suo sguardo malinconico a poco a poco s’innamora: tra un caffè o un succo di frutta o un dolce servito tra un dialogo e l’altro.

 

THE PLACE

(Italia, 2017) regia: Paolo Genovese – soggetto: dalla serie televisiva “The Booth at the End” – sceneggiatura: Paolo Genovese e Isabella Aguilar – fotografia: Fabrizio Lucci – musica: Maurizio Filardo – montaggio: Consuelo Catucci. interpreti: Valerio Mastrandrea (Uomo), Giulia Lazzarini (Marcella), Marco Giallini (Ettore), Alba Rohrwacher (Suor Chiara), Vittoria Puccini (Azzurra), Rocco Pappaleo (Odoacre), Silvio Muccino (Alex), Silvia D’Amico (Martina), Vinicio Marchioni (Gigi), Alessandro Borghi (Fulvio), Sabrina Ferilli (Angela). distribuzione: Medusa Film – durata: un’ora e 45 minuti

 

 

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