Mostra di Venezia 2017 – Tre gioielli in concorso

di Massimo Lechi.

Erano anni che un concorso veneziano non riusciva a ottenere l’approvazione di gran parte degli accreditati del Lido. Forse addirittura dal 2011, l’edizione del Leone d’oro al Faust di Sokurov, l’ultima targata Marco Müller. Tutto, in questo 2017, è invece filato liscio. E anche le  contestazioni selvagge a madre! di Darren Aronofsky (uno che a Venezia ha legato tutta la carriera, dai successi inopinati fino ai tonfi clamorosi) sono sembrate una parentesi quasi necessaria, ai limiti del ricreativo, come le risate liberatorie e gli applausi a scena aperta per Ammore e malavita dei Manetti Bros. (due che, al contrario, al festival arrivavano da outsider, da alieni di passaggio su un pianeta sconosciuto).

Segnata da una massiccia presenza di titoli americani, la settantaquattresima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia è stata animata dal duello tra Guillermo del Toro, autore della fascinosa fiaba The Shape of Water, e Martin McDonagh, che con il suo esilarante e nerissimo Three Billboards Outside Ebbing, Missouri ha regalato al pubblico alcuni dei momenti più intensi. L’ha spuntata il primo, non troppo a sorpresa, mentre il regista di In Bruges si è dovuto accontentare di un premio secondario per la sceneggiatura.

Tre titoli però, più di tutti, hanno segnato il concorso, suscitando reazioni molto forti:

Foxtrot di Samuel Maoz

Gran Premio della Giuria, è forse il film che, suggestioni bibliche di Aronofsky a parte, ha diviso maggiormente la critica. C’è chi ne ha esaltato lo splendore della messinscena e chi, con un certo fastidio, ne ha respinto il mix di stilizzazione formale e psicologismi.

L’opera seconda di Maoz, a prima vista, sembrerebbe avere poco a che fare con Lebanon, trionfatore a sorpresa della Mostra 2009, il claustrofobico film bellico interamente girato a bordo di un carro armato israeliano su cui un gruppo di soldatini attraversava gli orrori della guerra dell’82. Ma ne è a tutti gli effetti un’ideale prosecuzione.

Sorta di ellittica, cerebrale e sempre spiazzante tragedia greca in tre atti, Foxtrot usa la metafora del ballo che riporta inesorabilmente al punto di partenza per raccontare la condizione precaria dell’homo israelianus in balia di un destino beffardo e imprevedibile. La storia di un padre che, dopo essere stato erroneamente informato della sua morte, cerca di salvare il figlio al fronte, di fatto uccidendolo, diventa racconto universale, tra squarci lirici e momenti di umorismo nero.

Cinema come processo di rielaborazione della memoria e della storia israeliane. Difficile restare indifferenti.

 

Ex Libris – The New York Public Library di Frederick Wiseman

Inserito un po’ a sorpresa in concorso, questo saggio-fiume (197 minuti di durata) dell’ottantasettenne cineasta originario di Boston, non è che l’ultimo, appassionato capitolo di un lungo viaggio nelle istituzione americane iniziato negli anni Sessanta.

Leone d’oro alla carriera nel 2015, Frederick Wiseman è il padre riconosciuto del cinema documentario statunitense, colui che più di tutti ha saputo nobilitarlo e, in molti casi, elevarlo a forma d’arte. Con Ex Libris apre l’immensa New York Public Library al pubblico cinematografico, svelandone il funzionamento. Per oltre tre ore la “macchina” della NYPL viene smontata e analizzata, il suo funzionamento viene mostrato in blocchi di cinema che riprendono principalmente incontri, dialoghi tra individui: dalle riunioni dei burocrati alle conferenze pubbliche (di Richard Dawkins, Elvis Costello, Edmund de Waal e molti altri), dai monologhi dei centralinisti a quelli dei responsabili delle infinite attività e iniziative parallele della biblioteca.  Tempio del sapere, il mastodontico edificio newyorkese diventa così il simbolo di una possibile resistenza alla follia, al vuoto culturale e valoriale del nostro tempo.

Il testamento di un umanista instancabile.

 

Mektoub, My Love: Canto Uno di Abdellatif Kechiche

Arrivato al Lido da papa e tornato in Francia da cardinale, Kechiche anche stavolta ha raccolto consensi entusiastici e fatto storcere il naso a qualche giornalista anglofono, confermando la sua fama di regista incapace di compromessi.

Con Mektoub, My Love, prima parte di una trilogia molto liberamente ispirata al romanzo La Blessure, la vraie di François Bégaudeau, l’autore di La Vita di Adele firma un altro smisurato romanzo di formazione (ambientato curiosamente nel 1994), un altro tentativo di catturare il mistero della giovinezza, e della vita. Al centro, Amin, un aspirante sceneggiatore di appena vent’anni che, tornato a casa nel sud della Francia per le vacanze estive, cerca se stesso tra danze, feste interminabili, gloriosi corpi femminili, giochi di seduzione e bagni sotto il sole di un’età, di un tempo effimero per cui è possibile provare solo nostalgia e rimpianto.

Un capolavoro imperfetto, estremizzazione di un’idea di cinema contraddittoria e affascinante. Il film di Venezia 2017.

 

 

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