“Blade Runner 2049” di Denis Villeneuve

di Aldo Viganò.

Nel 2019, raccontato 35 anni fa da Ridley Scott, “Blade Runner” si concludeva (in quasi tutte le sue sette versioni succedutesi nel tempo) con il sospetto che anche il cacciatore di taglie Rick Deckard (Harrison Ford) fosse un replicante; mentre nel 2049, nel remake filmato oggi da Denis Villeneuve con il beneplacito di Scott, tocca all’agente K (Ryan Gosling) scoprire infine (o credere di scoprire) che forse in lui, replicante dell’ultima generazione, c’è ancora qualcosa di umano.
Data questo duplice viaggio verso il dubbio dei due protagonisti che a distanza di trent’anni percorrono tragitti opposti ma convergenti, era quasi inevitabile che dall’incontro/scontro tra Ryan Gosling e Harrison Ford (dopo circa due ore che lo si aspettava) scaturisse nel film di Villeneuve almeno qualche scintilla spettacolare. A ben vedere, quasi le uniche di “Blade Runner 2049”, le cui non poche aspirazioni autoriali sembrano tutte riposte nella staticità grafica d’immagini fondamentalmente calligrafiche. E (diciamolo almeno a conforto dello spettatore che ha visto il film solo nel formato 2 D, come ho fatto io) terribilmente noiose proprio nella loro apparente eleganza “d’autore”.
Quello che ne risulta è nel complesso un film statico e ripetitivo, di fatto molto più soporifero del primo “Blade Runner” dove con astuzia il “pubblicitario” Ridley Scott (il suo film di fantascienza oggi più visibile resta in fin dei conti la reclame della Apple che mescolava il ricordo di “Metropolis” con lo stile tutto esteriore di “Blade Runner” o di “Alien”) aveva almeno l’accortezza di mescolare le carte, moltiplicando i personaggi (ultimo dei quali l’ottimo Rutger Hauer) e le azioni (i replicanti da uccidere) e affollando le strade di passanti e di avventori multirazziali, nonostante la pioggia continua; mentre l'”autore” Villeneuve punta tutte le sue carte sull’immobilità pensosa delle immagini, dalle quali emerge però solo, nei casi migliori, una sua riflessione sul loro rapporto tra analogico e digitale, tra riprese naturalistiche e virtuali. Oggettivamente un po’ poco per due ore e 43 minuti di proiezione.
La trama del nuovo “Blade Runner” è ancora una volta densa di cascami filosofici, sul vero e sul falso, sull’essere e sull’apparire. Anche se tutto questo non è più coniugato sotto il segno apparente dell’azione caro a Scott, ma questa volta viene soprattutto avvolto nell’ambizione visiva di un Denis Villeneuve che, dimenticandosi (si spera non in modo definitivo) di quello che era riuscito a fare nel molto promettente “Sicario”, sembra qui solo voler dare consistenza milionaria a quella presunzione che già serpeggiava nei suoi primi film canadesi.
Pur evidentemente manipolato dai rappresentati della nuova ditta che fabbrica sempre più raffinati “lavori in pelle”, l’agente K inizia a dubitare di quello che sta facendo, quando scopre sotto le radici di un albero (uno dei pochissimi rimasti, forse l’unico) i resti di una donna evidentemente incinta, ma nel cui ventre non c’è più traccia del feto. Sospettando ormai tutti che in quella scoperta stia il segreto dell’anello di congiunzione tra gli esseri umani e i replicanti, inizia così una duplice ricerca: quella del potere, al cui vertice sta un umano apparentemente cieco come il mitico Tiresia, e quella di K che, attraverso un percorso intellettuale alquanto contorto, comprendente anche il dubbio di essere lui il bambino strappato dal ventre di quella donna, giunge sino a Rick Deckard che da trent’anni vive solitario in un mondo “vintage”. E, qui, come si diceva, il film si rianima un poco: ma purtroppo troppo tardi e non con sufficiente energia rigeneratrice.

BLADE RUNNER 2049
(Blade Runner 2049, USA-Canada-GB, 2017) regia: Denis Villeneuve – soggetto: Philip K. Dick e Hampton Fancher – sceneggiatura: Hampton Fancher e Michael Green – fotografia: Roger Deakins – scenografia: Dennis Gassner – musica: Jóhann Jóhannsson, Hans Zimmer, Benjamin Wallfisch – montaggio: Joe Walker. interpreti: Ryan Gosling (Agente K), Harrison Ford (Rick Deckard), Ana de Armas (Joi), Sylvia Hoeks (Luv) – Jared Leto (Neander Wallace), Robin Wright (Tenente Joshi). distribuzione: Warner Bros. Pictures – durata: due ore e 43 minuti

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